pexolo di pexolo
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L’economia statale della tarda antichità


Già dal II secolo d.C., si era diffusa, a causa della fine delle conquiste e della diminuzione dell’afflusso di prigionieri, la pratica della conduzione indiretta di lotti di terreno: essi venivano affidati a famiglie di schiavi, detti casati per l’obbligo di risiedervi lavorando la terra, sotto il versamento di una parte del raccolto e la prestazione di alcuni servizi sulla terra che padrone continuava a gestire direttamente. Altre porzioni erano affidate ai coloni, liberi coltivatori inizialmente non obbligati a risiedere sulla terra; ma fra i secoli III e IV, a causa delle trasformazioni politiche dovute alle invasioni barbariche, anche i coloni vennero costretti a risiedervi perché non sfuggissero al pagamento delle tasse. Il surplus della produzione di questi lotti in gestione indiretta finiva per metà al fisco, che la impiegava per le spese imperiali e per foraggiare le due capitali (Roma e Costantinopoli), in parte al dominus e con il poco che restava schiavi e coloni potevano condurre una vita molto umile. I proprietari, invece, ricevevano più del fabbisogno e potevano immettere il surplus nel mercato, investendo nel commercio privato e acquistando beni di lusso. Questo favorì lo sviluppo dell’artigianato cittadino, così come la riscossione le tasse, essendo gravose, permise essa stessa alle 200 città preposte a questa funzione di svilupparsi.
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