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La donna del medioevo

Fisicamente deboli, moralmente fragili, le donne erano considerate nel Medioevo creature da proteggere. Esse furono, fin dall’antichità, sottoposte alla sorveglianza e alla guida degli uomini e ubbidienti ai loro ordini.
A partire dall’anno 1000, la donna povera, conduceva sempre la stessa misera esistenza, abitava nelle casupole che circondavano i grandi castelli feudali ed era la prima ad essere sottomessa ai padroni.
Il compito principale assegnato loro, di qualsiasi ceto o condizione fossero, era quello di prendersi cura della famiglia a cui appartenevano o presso cui prestavano servizio e di vegliare sui beni del gruppo familiare. La signora del castello educava le bambine tanto che, già dall’età di sette/otto anni, avevano imparato come usare il telaio e l'ago. 
Le donne libere, non appartenenti ad un rango sociale elevato, erano soggette ad una vita faticosa e priva di gioia;

la nobildonna, invece, viveva nei grandi castelli circondata da dame, cavalieri e servitori. Essa si concedeva lusso e divertimenti grossolani. Le giornate trascorrevano veloci tra cuochi affaccendati intorno alle caldaie, giardinieri intenti a curare i meravigliosi giardini e servitori che si occupavano delle sale, colme di argenti e di oggetti preziosi. Le serate erano passate accanto ai grandi camini dove la castellana ricamava, mentre gli altri familiari giocavano a scacchi oppure ai dadi. Era piacevole in questi momenti ascoltare le storie di feudatari di altri paesi, dei viandanti e dei pellegrini loro ospiti.
Una stanza del castello, la stanza delle dame, era riservata alla donna: lì ricamava, chiacchierava e scambiava segreti con le sue dame di compagnia. Le donne ricche, oltre a pensare all’abbigliamento ed alla propria  bellezza, potevano anche imparare a leggere e a scrivere, ma non potevano studiare: l’istruzione era riservata solo agli uomini.
Le bambine erano promesse spose dai genitori con un regolare contratto, nel quale si stabilivano i beni da portare in dote e la somma che il marito doveva pagare alla famiglia della promessa sposa.
Fin dal suo ingresso nel mondo, la donna del tardo medioevo partiva svantaggiata. La nascita di una bambina era vista come una disgrazia, e provocava nei padri l'angoscia per la dote che le avrebbe dovuto fornire. Accolta male, nutrita male e vestita peggio dei suoi fratelli, la sua vita era volta a due sole attività: le cure casalinghe e la procreazione.
L'educazione femminile era quasi totalmente trascurata e le ragazze vivevano sempre chiuse in casa, fatta eccezione per i momenti in cui accompagnavano la madre nella chiesa parrocchiale. Si cercava di non lasciare mai del tempo libero alle ragazze, poiché l'ozio era ritenuto un cattivo consigliere.
La vita pubblica delle donne medievali era assai limitata. Alle donne era vietato esprimersi in pubblico, tanto che, anche nelle cause legali, queste dovevano farsi rappresentare da un uomo, ossia dal padre, dal marito o dal parente maschio più vicino.
Le ragazze che non erano date in moglie a nessuno, se non erano messe a servizio, erano mandate nei conventi. Queste vocazioni forzate, spesso non erano gradite dalle giovani donne.
Nel periodo della cavalleria, in cambio dell’amore la donna esigeva la protezione; una protezione che si estendeva anche ai valori del suo spirito. Voleva essere considerata come un simbolo raffinato e mistico, esigeva di diventare sinonimo di virtù e gentilezza, desiderava essere cantata e mostrata al mondo nella rinnovata sembianza di dea della bellezza e dell'amore. Questo suo desiderio fu soddisfatto dai poeti fiorentini del “Dolce Stil Novo” come Dante Alighieri, Guido Guinizzelli, Cavalcanti,.. che cantavano una donna angelica ed elegante che riusciva a incantare tutti, anche solo con il suo andamento.
In altre epoche, come quella micenea, la donna, seppur sottoposta alla tutela dell'uomo, godette di relativa autonomia di movimento e di grande considerazione.
La donna romana, pur sottoposta al marito, era più indipendente: aveva libera circolazione diurna, poteva avere cultura ed era spesso consigliera e confidente del marito, che peraltro era libero di ripudiarla quando lo volesse. Il cristianesimo non migliorò la condizione femminile, se non per il rifiuto del ripudio, però irrigidì i modelli del comportamento sessuale.
Secondo gli uomini di chiesa, infatti, la donna era un essere in cui non vi era né timore, né bontà, né amicizia e di cui bisognava diffidare più quando era amata che quando era odiata.
Essi detenevano il monopolio della cultura e del sapere e trasmettevano le conoscenze al popolo e quindi condizionavano i pensieri di tutti gli uomini.
Le uniche figure femminili che riuscivano a fuggire da questo stereotipo e che erano considerate positivamente, almeno in parte, erano le vergini, le vedove e le donne sposate. Questo perché riuscivano a dominare la loro sessualità attraverso la pratica della castità. 
Le vergini rinunciavano alla loro sessualità completamente, grazie ad una scelta volontaria e consapevole; le vedove potevano rinunciarvi dopo la morte del marito; le donne sposate la limitavano in funzione esclusiva della procreazione.
La donna truccata e vestita in modo troppo curato privilegiava l’esteriorità del suo corpo rispetto alla sua anima e quindi era mal giudicata;
La donna non poteva mangiare cibi troppo caldi o bere vino, i gesti che faceva dovevano essere strettamente controllati per non attirare l’attenzione, non doveva ridere, ma sorridere senza mostrare i denti, non doveva spalancare gli occhi ma tenerli socchiusi e rivolti verso il basso, doveva piangere senza far rumore, non agitare le mani e camminare lentamente…
I chierici inoltre sostenevano che  per quanto fossero controllate nel cibo, negli abiti e nei gesti, le donne parlavano troppo e male, mentivano con abilità, erano insistenti e lamentose, litigavano, si scambiano maldicenze e parlavano inutilmente. Per mettere in evidenza questo difetto, in alcune prediche si sostenne che Cristo sarebbe apparso, dopo la resurrezione, alla Maddalena perché sapeva bene che, in quanto donna, avrebbe immediatamente diffuso la notizia.
Fin dalla nascita la donna era definita in base alle sue relazioni con l'uomo: il padre prima, il marito poi erano responsabili legalmente per lei; a entrambi essa doveva onore e obbedienza e da loro dipendeva economicamente. La situazione era ancora peggiore per le donne delle classi più povere, che si dovevano mantenere da sole sia prima sia dopo il matrimonio senza che, in cambio, si prospettasse loro alcuna forma di indipendenza. Quando, per lavorare, la donna doveva uscire di casa veniva ricreato per lei un ambiente altrettanto protettivo: entrava a far parte della famiglia del datore di lavoro, che assumeva verso di lei il ruolo tipico delle figura maschile.
Tuttavia il matrimonio restava la condizione civile fondamentale per le donne. La scelta matrimoniale era subordinata alla necessità di mantenere strutture di potere e di possesso soprattutto nelle classi più elevate, ricche e potenti; solo nei ceti inferiori si riscontrava una maggiore autonomia nelle decisioni. L'oppressione della donna per mezzo dei matrimoni combinati si traduceva in un'esistenza opaca, sotto il rigido controllo dell’uomo.
Concludo col dire che al giorno d'oggi, per fortuna non in Italia ma in alcuni paesi islamici, in India o in altre piccole regioni del mondo accadono ancora queste cose. E la donna, come al solito, è la prima vittima della crudeltà maschile o della famiglia.

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