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La disgregazione dell’unità imperiale e la fine del mercato “europeo” unico

La diverse sorti seguite dai territori dell’Impero romano dopo la sua divisione in due parti (Impero d’Oriente e Impero d’Occidente) costituiscono il motivo principale della sua diversificazione economica.
L’Impero bizantino infatti riuscì a mantenere il controllo dei traffici marittimi nel Mediterraneo e, anche dopo l perdita delle coste nordafricane passate in mano agli Arabi e l’espansione di questi in Medio Oriente, continuò a svolgere un’intensa attività mercantile con i musulmani. Nella parte occidentale dell’Impero, invece, il dissolvimento dell’unità politica indebolì notevolmente i commerci. I “nuovi” popoli germanici, che non avevano una cultura marittima, non si interessarono di rivitalizzare i commerci mediterranei o di allestire una propria flotta. Le rotte commerciali divennero perciò esclusivamente terrestri e collegavano quelle città romane che erano diventate centro politico delle nuove organizzazioni territoriali, base di una piccola produzione artigianale e sede di un ceto dirigente ( formato di guerrieri e successivamente di funzionari) in grado di acquistare le merci.

La società longobarda conosceva dei negotiatores e possiamo presupporre, anche per la presenza di monetazione aurea, l’esistenza di un mercato relativamente attivo, anche se non esteso, tanto che i mercanti non facevano parte di una medesima classe sociale e potevano anche raggiungere la posizione sociale dei proprietari terrieri più ricchi.
Non si può però parlare di mercato europeo. Il cattivo stato del vecchio sistema stradale romano, rovinato dall’incuria e da un lungo periodo di guerre, e i pericoli di brigantaggio in zone impoverite, prive di controllo politico e con la presenza di popolazioni di origine tribale abituate alla guerra, resero molto alte le spese di trasporto. Si è calcolato che il prezzo del grano, per compensare tali costi, dovesse raddoppiare ogni 50-100 chilometri.
I commerci quindi si concentrarono sui prodotti di lusso provenienti dall’Oriente attraverso la mediazione dei mercanti bizantini. È significativo il fatto che in Occidente scompare la moneta d’oro, ancora battuta a Costantinopoli e diffusa nel mondo arabo, e si diffuse invece una monetazione argentea voluta da Carlo Magno in un’epoca di particolare stabilita politica, più adatta a un mercato in cui i beni comprati e venduti non erano di grande valore.
La riduzione dei mercati e il conseguente cambiamento delle merci disponibili comportò anche mutamenti negli usi e nei costumi, come nel caso della sostituzione dell’olio d’oliva con il burro e il lardo da parte delle popolazioni italiche del Nord.
Il sistema feudale e l’economia curtense, con la frammentazione del territorio in unità autosufficienti, tesero a soffocare ulteriormente i commerci, gravati tra l’altro dall’imposizione di dazi nel passaggio di ponti e confini. Persistette, ma solo nei castelli e nelle corti, il commercio di beni di lusso, come sete o spezie, estranei alla produzione curtense.

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