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Creazione del Califfato


Al momento della morte di Maometto la penisola arabica era unificata, per la prima volta nella sua storia, in una sola confederazione di tribù resa possibile dalla comune fede religiosa. La morte Maometto minacciava però di vanificare questo risultato: era necessario rafforzare l’unità dei popoli arabi impedendo che la rivalità fra le tribù e i diversi ceti sociali avesse di nuovo il sopravvento. Il problema che si pose immediatamente fu quello della successione a Maometto: ognuna delle principali componenti della società islamica, infatti, aveva una strategia e candidati propri.

Da un lato vi era l’aristocrazia di La Mecca, che tendeva a fare prevalere il principio della trasmissione del potere per vie ereditaria; questa corrente aveva designato come successore del Profeta suo genero Alì che aveva sposato la figlia di Maometto, Fatima). Su un altro versante si collocavano invece i compagni di Maometto che gli erano stati a fianco sin dai tempi della fuga da La Mecca e che, rifiutando il principio della successione dinastia, propendevano per l’elezione del suo successore. Prevalse proprio quest’ultima soluzione e per un trentennio alla guida dell’Islam si succedettero quattro califfi elettivi ("califfo” in arabo vuol dire “vicario” ossia “sostituto del Profeta"): Abu Bakr, Omar (che erano stati tra i primi seguaci dei Profeta), Othman e lo stesso Alì, il generale di Maometto).

Si formò così uno Stato molto solido in cui, a differenza di quanto avveniva nell’Occidente cristiano, il potere religioso e il potere politico erano affidati alla medesima autorità, quella del califfo. Ciò del resto rispecchiava la dimensione non solo religiosa, ma anche politica, che l’Islam aveva avuto sin dalla sua fondazione con Maometto.

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