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Il castello come centro di potere autonomo


I castelli entrarono a far parte, quasi fossero un bene privato, del patrimonio di signori laici, vescovi e abati, che inevitabilmente finivano per esercitare sul territorio da essi protetto un’autorità che contrastava con il potere pubblico, quando addirittura non vi si sostituiva, più o meno arbitrariamente. Ne è prova un diploma, databile al 911, del re d’Italia Berengario I, nel quale si fa riferimento ai mali cristiani, i “cattivi cristiani”: nobili prepotenti che, approfittando della debolezza del potere ufficiale e del generale disordine, si servivano dei propri uomini d’arme per commettere rapine e soprusi a danno dei più deboli, come requisizioni di raccolti o arbitrarie imposizioni di tributi. Fu così che, cessate le scorrerie, i castelli si trasformarono da capi saldi difensivi in strumenti di dominio, divenendo il centro di potere attraverso cui riuscivano a imporsi nuove dinastie locali.

La mappa delle fortificazioni non fu sempre la stessa: la storia dell’edificazione dei castelli è anche la storia di fortezze più volte distrutte (molte, soprattutto le più antiche, fabbricate in legno), ricostruite ( spesso in segno di maggiore ricchezza e di più salda autorità), conquistate e perdute da questo o quel signore per opportunità strategica, calcolo economico o ambizione.

Il processo di espansione dei vari centri di potere non era però determinato solamente dall’azione militare: i grandi feudatari, infatti, seppero allargare i confini dei territori sottoposti alla loro giurisdizione attraverso nuove concessioni feudali, o attraverso fortunate politiche matrimoniali.
Si formarono così dei principati che per dimensione e importanza politica costituivano quasi degli Stati nello Stato: fu il caso, in Francia, del Ducato di Normandia o del Ducato d’Aquitania, che si estendeva dalla Loira fino ai Pirenei.

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