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Alboino e Rosmunda


Alboino, il conquistatore longobardo dell’Italia, cadde vittima di un complotto interno alla sua famiglia, al quale tuttavia non erano probabilmente estranei i piani del governatore bizantino che con la morte del re si liberava del suo più temibile nemico. Nel racconto di Paolo Diocono (VIII secolo, lo storico de Regno longobardo, Alboino appare come una figura ambigua: il suo regno è macchiato dall’uccisione del suocero, di cui egli non esita a beffarsi durante un banchetto. La vendetta della moglie Rosmunda viene quasi legittima dalla crudeltà di Alboino.

Un giorno, presso Verona, il re sedeva a banchetto, allegro più del necessario. A un certo punto comandò di versare del vino alla regina nella tazza che egli stesso aveva fatto con il teschio di suo suocero Cunimondo, quindi la invitò a brindare allegramente con suo padre. Rosmunda attese che Alboino andasse a riposare nel pomeriggio: in quell’ora il palazzo era avvolto nel silenzio. Nascose poi tutte le armi del re e legò la spada che era appesa in cima al letto in modo che non potesse essere sguainata. Infine, con la ferocia di una belva, fece entrare nella stanza l’assassino.

Alboino si svegliò di colpo e, comprendendo quello che stava succedendo, allungò subito la mano verso la spada, ma non riuscendo a estrarla dal fodero afferrò uno sgabello e per un po’ si difese con quello. Così un guerriero tanto coraggioso non poté nulla contro il suo assassino e fu ucciso da un imbelle qualsiasi.

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