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L’alimentazione contadina durante il Medioevo


Dalla quantità e dalla qualità dell’alimentazione contadina dipendeva la salute fisica della forza lavorativa e quindi l’efficienza dell’intero sistema economico. Dagli alti e bessi delle condizioni materiali di vita dei contadini dipendevano le tensioni sociali e i conflitti di classe. Una serie di raccolti favorevoli significava un aumento del surplus agricolo e quindi l’eventualità che una parte di esso restasse nelle mani dei produttori. Molti storici sono convinti che i cereali, consumati nella forma del pane o in quella di farinate o zuppe, costituissero l’elemento di gran lunga prevalente nella dieta contadina: l’espressione companagium mostrerebbe che i cereali erano l’essenziale, mentre ciò che accompagnava il pane era l’accessorio. Le nostre conoscenze in questo campo sono molto scarse, tuttavia sappiamo qualcosa sulle razioni assegnate ai servi domestici che lavoravano la terra dominica delle grandi ville monastiche dell’ VIII e IX secolo. In un monastero di Brescia, i servi ricevevano intorno al 900 da 1 a 1,5 kg di cereali al giorno. Tenendo conto che un uomo impegnato in lavori pesanti necessita di almeno 3000 calorie al giorno e che 1 Kg di pane di frumento equivale a 2500 calorie circa, i bisogni energetici di questi servi erano soddisfatti. Ma il fabbisogno alimentare è molto più complesso di così, perché devono essere incluse le proteine. Le vitamine, i Sali minerali e il ferro. Il pane bianco poi era una parte non prevalente nella dieta contadina, costituita da cereali meno nutrienti come la segale, il miglio, l’avena o l’orzo. Una famiglia di 5 persone, con due figli piccoli e uno grande, avevano un fabbisogno giornaliero di circa 2500 calorie pro-capite, cioè di circa 5 kg di cereali al giorno, di 18 quintali all’anno. Ma quanta terra doveva avere a disposizione, tenuto conto che un terzo della produzione serviva per la semina successiva; che una parte del suolo era a maggese, e quindi non coltivata; che una parte del prodotto era prelevata dal titolare della signoria fondiaria come canone e una parte era prelevata dal clero come decima? Inoltre, molto probabilmente, i prelievi venivano eseguiti all’inizio del frazionamento e non dopo, sulla parte eccedente. Quindi una famiglia tipo doveva avere a disposizione circa 14 ettari di terra. Ma una famiglia solitamente disponeva di meno di 10 ettari, quindi di circa il 50 % in meno delle razioni alimentari necessarie.
Tuttavia bisogna considerare gli altri componenti dell’alimentazione: c’era, infatti, l’orto, i cui prodotti non erano soggetti a prelievo signorile; vi era la caccia di animali selvatici; c’era la pesca e la raccolta di frutti spontanei. Infine c’era l’allevamento degli animali da cortile e del maiale, da cui si ricavavano molti prodotti che potevano essere conservati e consumati durante tutto l’anno. L’alimentazione mediterranea, inoltre, integrava il pane con vino, olio e prodotti raffinati dell’ orto. Quando nel nord Europa, tra VIII e XIII secolo crebbe la superficie coltivata a scapito della foresta, e soprattutto crebbe la popolazione, diminuì la possibilità di attingere dalla foresta, l’alimentazione divenne più povera e l’Europa conobbe il flagello della malattia chiamata “fuoco di S:Antonio”: epidemie determinate da un fungo parassita della segale mal conservata, che ha effetti vasocostrittori devastanti. La rivoluzione agricola diventerà significativa per i contadini solo quando il consumo di segale diminuirà in favore del consumo di frumento, solo dopo il XV secolo.
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