Seconda guerra Punica – Un’altra sconfitta per Cartagine

Il partito democratico che aveva voluto la guerra contro Cartagine, dopo la prima guerra Punica, ne uscì rafforzato: schiere di appaltatori vecchi e nuovi, di affaristi, finanzieri, si gettarono sulla Sicilia. Gli abitanti dell’isola vennero considerati sudditi e dovevano pagare la «decima», cioè una tassa pari a 1 /10 di ogni loro entrata.
Nel 238 Roma completò la conquista della Sardegna e più tardi vennero eliminati dal Mediterraneo i pirati illirici, rendendo così i traffici più sicuri.
Nel frattempo Cartagine cercava di riorganizzarsi. La famiglia dei Barca divenne la più influente nella città ed Amilcare sostenne la necessità di occupare, per compensare la perdita di Sicilia e Sardegna, la Spagna, dove già esistevano colonie puniche e dove si trovavano ricche miniere d'oro, argento, ferro, rame, nonché pianure fertili.
La Spagna era allora abitata da tribù rozze, quelle degli Iberi, che i Cartaginesi domarono facilmente, trasformandone parecchi in fedeli soldati mercenari. Il genero di Amilcare, Asdrubale, fondò la città di Cartagena. Nel 221 Asdrubale morì e gli successe alla guida della famiglia il giovane figlio di Amilcare, Annibale, che aveva allora venticinque anni.
A Roma la ripresa punica veniva seguita con attenzione: a un certo punto il senato ingiunse ad Annibale di non espandersi oltre il fiume Ebro. Annibale, che desiderava riaccendere la guerra, occupò invece la città di Sagunto, alleata di Roma, e, fulmineamente, con un esercito composto da 90.000 fanti, 10.000 cavalieri, 50 elefanti, valicò i Pirenei, traversò il Rodano su zattere, passò le Alpi al Piccolo S. Bernardo.
Durante la durissima traversata (era il settembre del 218 e la neve copriva i monti) l’esercito africano soffrì moltissimo: in Italia giunsero solo 25.000 fanti e 6000 cavalli. I Romani mandarono contro Annibale un esercito guidato dal console Publio Cornelio Scipione, il quale traversò il fiume Ticino ed attaccò battaglia, sicuro di vincere. Invece la cavalleria punica, che Annibale aveva nascosto per farla intervenire al momento opportuno, decise della battaglia; il console romano fu ferito e venne salvato dal figlio di 17 anni, il futuro Scipione l’Africano. Giungeva intanto da Roma l’altro esercito consolare, guidato dal console Sempronio, che si accampò alla destra del fiume Trebbia. Era di dicembre ed il fiume era gelato: Annibale mandò la cavalleria ad attaccare i Romani, poi i Cartaginesi finsero di fuggire e guadarono il fiume, inseguiti dalle fanterie romane. Quando i soldati romani, intirizziti, giunsero all’altra sponda, vennero assaliti dai Cartaginesi usciti dai loro nascondigli e furono sterminati.
Annibale proseguì velocemente verso il Sud. Per far presto traversò le paludi della Maremma toscana, ove, a causa dell’umidità, perse la vista ad un occhio. Da Roma gli spedirono contro il console Flaminio, che si fece attirare in un’imboscata presso il lago Trasimeno, dove tutti i soldati romani, compreso il console ed eccettuati i prigionieri, vennero uccisi.
A questo punto a Roma si tremò: vennero rinforzate le mura e fu nominato un dittatore (cioè un console con pieni poteri): Quinto Fabio Massimo, mentre Annibale prendeva la via della Puglia. Fabio Massimo lo tallonava passo passo, cercando di indebolirne le forze, ma senza mai accettare battaglia in campo aperto, in quanto aveva compreso che la forza di Annibale stava anche nell’uso intelligente della cavalleria. A Roma questa tattica venne criticata dai democratici, i quali dettero a Fabio l’ironico soprannome di «Cunctator», il «perditempo».
Quando finì il mandato di Fabio, dietro la pressione dei democratici, vennero rieletti i consoli, che furono L. Emilio Paolo, di nobile famiglia, e M. Terenzio Varrone, figlio di un macellaio ed esponente del partito democratico.

I consoli marciarono verso Annibale, il quale si era fermato in Puglia, presso il villaggio di Canne, lungo il fiume Ofanto. Intorno si stendeva una sterminata pianura; il console Emilio era per attestarsi sulle lontane alture, Varrone voleva l'attacco immediato. Il giorno 2 agosto del 216 il comando toccò a Varrone, il quale schierò in battaglia gli 80.000 fanti e i 6000 cavalieri di cui disponeva. Annibale aveva 40.000 fanti e 10.000 cavalieri. Il capo cartaginese si dispose in modo che lo scirocco (caldo vento del Sud) soffiasse verso i Romani, poi nascose una parte della propria cavalleria. I Romani attaccarono al centro ed Annibale indietreggiò, disponendosi a ferro di cavallo ed accerchiando così i soldati nemici; nel frattempo la cavalleria punica nascosta si diresse alle spalle dei Romani e fu una strage. 70.000 Romani caddero, compreso il console Emilio; Varrone si salvò con pochi superstiti, fuggendo. Annibale perse 6000 soldati.

A Roma si presero provvedimenti di emergenza; vennero arruolati tutti gli uomini dai 17 anni in su, si promise la libertà ad 8000 schiavi se avessero combattuto per Roma, si tolsero persino le armi conservate nei templi.
Annibale, intanto, attendeva rinforzi da Cartagine per marciare su Roma. Fortunatamente una parte dell’esercito che i Romani erano riusciti faticosamente a mettere insieme, guidato dai consoli Claudio Nerone e Livio Salinatore, batté presso il fiume Metauro i rinforzi punici guidati dal fratello di Annibale, Asdrubale.
Annibale allora si ritirò in Lucania, in attesa di nuovi aiuti. Roma, senza indugio, decise di capovolgere la situazione e coraggiosamente inviò tutto ciò che aveva dal punto di vista militare (25.000 uomini e 50 navi) in Africa, sotto il comando del console Publio Cornelio Scipione (il ragazzo del Ticino). Scipione si rinforzò con la cavalleria fornitagli dal re della Numidia (piccolo stato africano ostile a Cartagine) Massinissa, e marciò su Cartagine. Annibale venne allora richiamato in patria d’urgenza, giusto in tempo per affrontare i Romani a Zama, a sud di Cartagine. Stavolta anche i Romani disponevano di una brillante cavalleria, inoltre i soldati di Annibale erano ormai stanchi: caddero a Zama 10.000 veterani cartaginesi delle campagne d’Italia (202 a.C.). Annibale fuggì dall’Africa, e Scipione venne autorizzato dal senato a fregiarsi del soprannome di «Africano».
Roma impose a Cartagine terribili condizioni di pace: la città punica doveva cedere tutti i possedimenti in Africa, consegnare tutte le navi e gli elefanti, mantenere a sue spese gli eserciti romani in terra africana, pagare per 50 anni 200 talenti d’oro annui, consegnare 100 ostaggi presi dalle famiglie più ricche.

Hai bisogno di aiuto in Storia per le Medie?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email