Roma - Schiavi in rivolta e crisi agricola


Dietro il lusso ed il benessere di Roma si celavano molte inquietudini. Un grosso pericolo era rappresentato dagli schiavi. Ormai l’Italia era zeppa di schiavi, i quali avevano in mano tutti i settori della vita produttiva, e crescevano sempre di numero.
Si ebbero varie e pericolose rivolte di schiavi, nel Lazio, in Calabria, in Toscana; la più pericolosa fu quella guidata da Euno in Sicilia, dove gli schiavi costituirono addirittura un proprio regno e resistettero per anni agli eserciti inviati da Roma.
Un altro pericolo era rappresentato dall’insoddisfazione delle popolazioni della penisola (i cosiddetti Italici) le quali avevano collaborato con uomini, mezzi, armi, ai successi dì Roma ed ora si vedevano oppresse più di prima. In particolare erano scontenti gli uomini che per anni avevano combattuto nell’esercito romano e che quando tornavano a casa, non trovavano più le loro terre, accaparrate da ricchi speculatori, romani o dì altre regioni.
Sempre più, infatti, senatori e «nobilitas» avevano profittato del potere per impadronirsi di terre (molte delle quali avrebbero dovuto esser considerate «ager publicus») in Italia, terre che magari venivano poi lasciate incolte, in quanto erano abbandonate agli schiavi, che era sempre più difficile controllare quanto più divenivano numerosi.
Questa situazione rischiava di provocare, fra l'altro, una crisi agricola: i latifondi incolti non producevano nulla e in molte regioni italiane cominciavano a diffondersi miseria e penuria di prodotti.
Roma non si accorgeva molto di questa situazione, poiché alla capitale si facevano affluire derrate e prodotti agricoli da ogni parte del Mediterraneo, ma la crisi era profondamente sentita nelle altre regioni italiane.
Del malcontento non mancò di profittare, per tentare di scalzare dal potere senato e nobilitas, il partito democratico; tuttavia vi erano in esso anche uomini coraggiosi e disinteressati, i quali avevano preso a cuore le sorti delle popolazioni italiche.

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