Roma - Guerra sociale


Gaio Mario dovette affrontare un grosso problema. Gli Italici che lo avevano sostenuto, affluendo nel suo esercito, aspettavano ora che qualcosa venisse fatto per loro; chiedevano, in sostanza, che si realizzasse la politica dei Gracchi, desideravano ottenere la cittadinanza romana e fa spartizione delle terre tolte ai latifondi dei senatori e della «nobilitas».
Tuttavia Mario esitava ad accontentarli, poiché non voleva mettersi decisamente contro il senato e la «nobilitas». Vedendo che neppure un uomo come Mario li accontentava, gli Italici decisero di ribellarsi. Accordi corsero fra le città italiane, e Roma si trovò di fronte alla rivolta simultanea di diecine di città, che disponevano di oltre 100.000 uomini, bene addestrati e armati, poiché si trattava di gente che aveva combattuto nell’esercito romano. Le città ribellatesi crearono una Federazione, con capitale a Corfinio, in Abruzzo.
Fu formato un governo italico, con due consoli, 500 senatori e un’assemblea di rappresentanti di tutte le città. Questo governo batté moneta propria (sulle monete figurò da una parte la scritta «ITALIA» e dall’altra un toro che sventrava la lupa romana).
La guerra che scoppiò fra gli Italici e Roma venne detta «guerra sociale», cioè guerra contro i «soci», gli alleati.
A Roma ci fu molta confusione: il partito democratico si divise, poiché una parte di esso voleva aiutare gli italici, un’altra voleva che si schiacciasse la rivolta. Lo stesso Mario non sapeva cosa fare, in quanto il suo esercito era composto in buona parte, da Italici e certo non avrebbe combattuto contro la Federazione.
Per togliersi dai guai, Mario si fece spedire dal senato in Oriente, mentre in Italia gli Italici infliggevano solenni sconfitte ai Romani. La guerra sociale si concluse solo dopo molto tempo, con la concessione della cittadinanza romana a varie città italiche, e con le vittorie militari di Lucio Cornelio Siila, un ex collaboratore di Mario al quale il senato aveva affidato il comando delle operazioni.

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