Guerra Giugurtina

L’esercito romano, nel quale si erano insinuati corruzione e malcontento, cominciò a creare delle preoccupazioni; nella guerra giugurtina, ad esempio, si comportò in maniera indecorosa.
In Africa esisteva il regno di Numidia, al tempo della seconda guerra punica governato da Massinissa, il quale aveva aiutato i Romani. A Massinissa era successo Micipsa, il quale lasciò a sua volta il regno ai suoi due figli, Jempsale e Aderbale ed al nipote Giugurta. Quest’ultimo, senza dubbio il più abile dei tre, non faticò a liberarsi dei rivali, uno dei quali chiese l’aiuto di Roma. Giugurta, però, con ricchi doni, riuscì a corrompere la maggior parte dei senatori romani, i quali così evitarono ogni intervento in Africa. Dietro la pressione del partito democratico (la Numidia era ricca, poteva essere sfruttata bene con appalti e concessioni) si inviarono in Africa quattro legioni, ma Giugurta corruppe consoli, ufficiali, soldati e si giunse ad un armistizio inconcludente. I democratici protestarono e furono inviate altre legioni, che Giugurta stavolta sconfisse, mettendone i generali sotto il «giogo».

A questo punto il partito democratico pretese che la guerra fosse affidata ad un uomo dì sua fiducia, ed impose, come luogotenente del console Metello, Gaio Mario, un ufficiale di professione, nato ad Arpino, da famiglia contadina, ed assai stimato dai democratici. Mario era un uomo energico ed un bravo soldato; in breve tempo sgominò Giugurta e lo portò a Roma incatenato. Ottenne così il trionfo e venne eletto console.

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