Italia post-unitaria - Meridionalismo e brigantaggio


Le differenze tra nord e sud portarono alla nascita di un movimento meridionalista, che assunse varie forme.
Ci furono intellettuali, come Pasquale Villari e Giustino Fortunato i quali, con i loro scritti e la loro attività, cercarono di chiarire la gravità di quella che sin da allora venne chiamata « questione meridionale » e suggerivano le maniere per risolverla. Bisognava, secondo le loro opinioni, aiutare il Sud a svilupparsi come il Nord: il Sud era agricolo ed allora occorreva alleggerire le tasse sull’agricoltura, investire dei capitali per ammodernare l’attività agricola e metterla alla pari di quella delle moderne nazioni europee, bisognava elevare le condizioni di vita e di civiltà delle popolazioni meridionali, distruggendo l’analfabetismo (nel Mezzogiorno circa l’80 per cento della popolazione non sapeva leggere né scrivere), costruendo scuole, case, ospedali, strade.
Un altro modo di manifestare, da parte delle popolazioni meridionali, il loro malcontento, fu lo svilupparsi del brigantaggio.
Molti contadini del Sud, inacerbiti dalle dure condizioni in cui erano costretti a vivere, dall’oppressione esercitata dallo Stato e dai grandi proprietari terrieri, abbandonavano il loro miserabile lavoro e rispondevano ai soprusi con la violenza, trasformandosi in briganti, cioè in fuori legge. Vivevano alla macchia, assalendo e derubando i ricchi, opponendosi alle forze dello Stato.

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