La vita nelle trincee

Sicuramente lo stare protetti dentro le trincee è poco meno tremendo che stare esposti al fuoco nemico. Lì i soldati sprofondano nel fango e nella polvere, tra i topi e le pulci, in condizioni igieniche impossibili. Le granate piovono costantemente dalle linee nemiche. L'odore dei morti, specie di quelli che restano nella "terra di nessuno", tra una trincea e l'altra, e l'odore degli escrementi dei vivi, mescolati insieme, sono insopportabili.
I soldati anche quelli più motivati, quasi non riescono a reggere. Scrive nel 1915 un giovane ufficiale britannico, Roland Leighton (1895-1915), alla fidanzata Vera Brittain (1893-1970), scrittrice inglese dicendo "chi pensa che la guerra sia qualcosa di glorioso, di nobile, che si riempie la bocca di vibranti moniti, invocando l'onore e la gloria posi solo per un istante lo sguardo sul mucchietto di cenci fradici che coprono un mezzo cranio, una tibia, quelle che avrebbero potuto essere costole e che vede il numero dei caduti. Nessuno di quelli che hanno provato o visto la guerra può dire che la vittoria valga la morte anche di uno solo di essi.

Più appare chiaro che questa guerra è un carnaio bestiale è più la propaganda ufficiale esaspera i toni a cui fa ricorso per motivare i combattenti. Per rinfrancare i soldati al fronte, che vedono i loro compagni o amici massacrati nel modo più sconvolgente, c'è bisogno di argomentazioni particolarmente forti. L'editore inglese Horatio Bottomley (1860-1933) in un comizio patriottico tenuto nel 1915 dice "questa non è una guerra nel senso ordinario della parola, ma una santa crociata contro le diavolerie del militarismo che sono state per quaranta anni il cancro della Germania", gli fa eco il vescovo di Londra A.F. Winnington Ingram (1858-1946), che in un sermone del 1915 arriva a dire per salvare la libertà del mondo, l'onore delle donne, l'innocenza dei bambini, c'è bisogno di combattere.
È fondamentale osservare che l'appello di un simile patriottismo bellicista ha successo: nonostante le notizie che arrivano dal fronte nel Regno Unito, tra l'agosto del 1914 e il gennaio del 1916, data in cui viene introdotta la costrizione obbligatoria, sono in 2.500.000 ad arruolarsi volontari mentre quelli che rifiutano di arruolarsi dichiarandosi obiettori di coscienza erano solo 16.000.
La sproporzione tra i numeri è imponente ed è una prova molto netta di quanto sia forte l'attrazione degli imperativi nazional-patriottici. L'idea di combattere per la difesa della propria terra, delle proprie case, delle proprie donne e dei figli insieme con il disprezzo o con il timore verso gli altri, i nemici, si basa su una mentalità e su una cultura che decenni di nazional-patriottismo hanno radicato profondamente in ogni paese europeo. Il tenente, Teodoro Capocci, un militare italiano morto a 26 anni in terra straniera, scrive nel suo diario alla data del 28 ottobre 1915 che ha passato il confine cinque o sei giorni dalla partenza e ha provato un po' di tristezza, di dolore di lasciare l'Italia, la sua patria che potrebbe anche non rivedere più e prova grande sconforto e paura di fronte all'idea di essere seppellito in una terra redenta o straniera senza riabbracciare i suoi fratelli.

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