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Lo Stalinismo


Lenin cercò di far uscire l’Unione Sovietica dall’isolamento in cui si trovava e avviò buoni rapporti di politica internazionale. Nel 1924 il leader bolscevico morì. Si aprì quindi un periodo di crisi nella dirigenza del partito in cui si contrastarono due indirizzi contrapposti: da un lato c’era la linea internazionalistica della “rivoluzione permanente” con a capo Trotskij (diffusione del comunismo in tutto il mondo) e dall’altro quella del “socialismo in un Paese solo” guidata da Bucharin e Rykov. A vincere lo scontro fu Stalin, il quale propose l’esportazione della rivoluzione nei paesi confinanti con l’Unione Sovietica, diffondendo gradualmente il comunismo su scala mondiale. Conquistò, così, la maggioranza del partito affermandosi alla sua guida e isolando Trotskij. Stalin riteneva che fosse necessario attuare una massiccia industrializzazione del Paese per superare il divario economico con gli altri paesi europei. Interruppe la Nep ed impose la collettivizzazione forzata della terra. Lo stato assunse il controllo totale delle campagne attraverso la soppressione della media proprietà agraria, ovvero dei kulaki. Pertanto i kulaki furono sterminati ed eliminati come classe sociale. La collettivizzazione delle terre era la base dei piani quinquennali che avevano lo scopo di aumentare poderosamente la produzione industriale. Venne sviluppata moltissimo l’industria pesante, siderurgica ed elettrica a scapito di quella dei beni di consumo. Nel giro di pochi anni, mentre i paesi capitalistici stavano vivendo gli effetti della crisi del 1929, l’Unione Sovietica crebbe notevolmente e ciò fece acquistare a Stalin grande prestigio all’estero. Ciò fu possibile attraverso l’intenso sfruttamento della forza-lavoro, che era aumentata notevolmente in seguito all’arrivo nelle città di masse contadine che sfuggivano alle collettivizzazioni forzate. Si diffuse il movimento dello stakanovismo, che sollecitava l’impegno collettivo dei lavoratori a dimostrazione della superiorità del sistema di lavoro socialista. Venne diffusa anche un’educazione scolastica al fine di formare nuove generazioni di tecnici. Stalin utilizzò l’arma del terrore e della repressione, annullando ogni fermento di democrazia e creando un sistema dittatoriale. Le repressioni furono rivolte oltre ai contadini e operai, anche agli stessi membri del partito. Il periodo tra il 1936 e il 1938 è indicato come quello delle “grandi purghe”: furono condannati a morte i membri della guardia bolscevica, le personalità di Trotskij (inseguito in Messico e ucciso dai sicari), Bucharin, oltre 35.000 ufficiali di alto e medio grado. Milioni di persone, soprattutto kulaki, furono rinchiuse nei gulag, campi di lavoro coatto poste soprattutto in Siberia destinati a diventare luoghi di distruzione psicologica e fisica della persona, in cui ben pochi scamparono alla morte, a causa delle disumane condizioni di vita praticate. Per finire nei gulag non era necessario un atto di opposizione al regime staliniano: erano sufficienti la denuncia di una spia, un capriccio di organi di polizia, la dichiarazione di appartenenza a classi socialmente ostili. Il potere del regime fu garantito da una massiccia opera di propaganda e di esaltazione della figura di Stalin, che culminò in un vero e proprio culto della personalità. Il regime staliniano godeva del consenso di buona parte della popolazione, che accettò il regime sia perché le condizioni di vita erano relativamente migliorate sia per il fatto che il Paese non aveva mai conosciuto l’esperienza democratica passando dal potere oppressivo degli zar a quello di Stalin. I governi occidentali abbandonarono la diffidenza nei confronti dell’Urss a causa del’avvento del nazionalsocialismo in Germania e nel timore di una possibile ripresa dell’espansionismo tedesco. Nel 1933 l’Urss venne ammessa nella Società delle Nazioni e riconosciuta dagli Stati Uniti in cambio dell’accettazione della possibilità di una unità di azione tra comunismo e borghesia “democratica” contro il fascismo.
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