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L'Unione Sovietica di Lenin


Conclusa la guerra civile con la vittoria dell'Armata rossa bolscevica, lo stato sovietico si diede infatti una nuova forma: l'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche. Lenin, capo del nuovo stato sovietico, nel tentativo di fare uscire il paese dall'isolamento in cui si trovava, avviò buoni rapporti di politica internazionale. Cio provocò una discussio ne interna allo schieramento bolscevico, che si concretizzò su due linee opposte: quella della "rivoluzione permanente" da diffondere gra- dualmente su scala mondiale, difesa da Trotskij, e quella del "socialismo in un paese solo", sostenuta da Stalin. Nel 1924, alla morte di Lenin, divenne successore alla guida dello stato Stalin, che intraprese la via dell'industrializzazione per incentivare lo sviluppo del paese. A tale scopo, promosse dapprima la collettivizzazione forzata della terra, sterminando i kulaki; in seguito predispose i piani quinquennali, che avevano lo scopo di incrementare ulteriormente la produzione industriale.
Per portare avanti la sua strategia economica, Stalin utilizzò l’arma del terrore e della repressione creando un sistema dittatoriale fondato su un potere personale e tirannico. Il terrore fu inizialmente utilizzato contro operai e contadini, ma presto fu esteso anche ai membri più influenti dello stesso partito, che Stalin voleva eliminare per non avere più avversari. Ebbe inizio cosi il periodo delle "grandi purghe" (1936-1938), caratterizzato da numerosissimi processi e condanne a morte. Milioni di persone accusate di essere "nemiche del popolo" vennero rinchiuse nei gulag, campi di lavoro posti nelle zone più inospitali del paese, come la Siberia. I detenuti dei gulag, costretti a condizioni di vita disumane, venivano impiegati per lo sfruttamento delle risorse naturali.
Il regime poté consolidarsi anche attraverso un’opera di propaganda esaltazione della figura di Stalin intorno a cui si costruì un vero e proprio culto della personalità.
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