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Società di massa, Europa e mondo all'inizio del '900 scaricato 0 volte

Società di massa


Le masse


Con la fine dell’800 si cominciò a parlare di società di massa, nel senso di moltitudine indifferenziata, in cui diventava problematico il rapporto individuo-gruppo. All’interno ne si percepisce l’esistenza e diventa un soggetto di studio. La massa è un ente in movimento, veloce e che travolge ma al tempo stesso risulta anonimo, impersonale, senza significato ne valore e guidato solo dall’inconscio e dall’eccitazione.
Il soggetto massa è un branco difficile da governare, segue ciò che fa il gruppo, è schiava di impulsi ricevuti dalle grandi istituzioni nazionali alle quali fanno capo. Gli individui che formano la società di massa hanno un’anima/mente comune, ma alla fine imploderanno, distruggendo sé stessi (democrazia). La maggioranza dei cittadini vive in grandi agglomerati urbani, entrano in contatto grazie alla disponibilità di mezzi di trasporto – sono consumatori di beni, nel circolo dell’economia di mercato.
La società di massa rendeva più complessa la stratificazione sociale (manodopera generica e lavoratori qualificati, il terziario e il suo ceto medio urbano, lavoro autonomo, dipendente pubblico e privato con i suoi colletti blu e bianchi).
Allo spirito del gruppo si contrapponevano spinte individualistiche, meritocratiche, il risparmio e il patriottismo. La piccola borghesia impiegatizi aveva un ruolo in primo piano in campo economico e politico.
Organizzazione del lavoro Dagli ultimi anni dell’800 al 1914 l’economia crebbe in uno sviluppo generalizzato della produzione che interessò Russia e Italia. I prezzi e i salari crebbero creando un altro prodotto pro capite nonostante l’aumento della popolazione. Il mercato poté quindi ampliarsi; quei beni che fino a poco prima erano nelle mani degli artigiani vennero prodotti in serie e venduti nella città, colme di negozi, grandi magazzini e con nuovi canali di vendita a domicilio. I muri dei palazzi si riempirono di manifesti pubblicitari.
Nel 1913 nelle officine automobilistiche di Ford fu introdotta la prima catena di montaggio per ridurre i tempi di lavoro frammentando il processo in piccole mansioni più semplici e ripetitive. Il lavoro divenne impersonale – l’operaio che lavora è solo un corpo, un ingranaggio senza idee.
Nel 1911 Taylor pubblicò un libro su un metodo che si basava sullo studio sistematico del lavoro in fabbrica che, se applicato, avrebbe portato maggiore produttività e maggiori salari – ci furono molte opposizioni al taylorismo perché l’operaio vedeva subordinato il suo lavoro all’automatismo delle macchine.
Scuola, esercito e suffragio Nel corso dell’800 prese piede l’educazione ai valori nazionali, fattori come la scuola elementare obbligatoria, il servizio militare e il suffragio universale maschile.
L’istruzione divenne un servizio reso alla collettività: la scuola, oltre che alla Chiesa, venne affidata ai poteri pubblici statali – la scuola serviva come strumento pacifico di promozione sociale, per ridurre la criminalità e come strumento per lo Stato di diffondere i suoi valori tra i giovani. Il processo di laicizzazione e statizzazione della scuola ebbe tempi e forme diverse in Europa (rapido in Francia e Germania, lento nei paesi mediterranei e dell’est. Si riuscì comunque a ridurre il tasso di analfabetismo. Legato al processo di alfabetizzazione, ci fu la diffusione della stampa quotidiana e periodica. Nei paesi più industrializzati si moltiplicarono lettori e tirature; i giornali godevano di numerose corrispondenze. Il processo fu favorito dai progressi tecnologici (rotative, linotype, telefono). Parallelamente cominciò a delinearsi un’opinione pubblica.
La leva militare iniziò nel 1870, consisteva nell’organizzazione degli eserciti a forma più o meno breve formati da “cittadini in armi”. Nonostante ostacoli economici e politici due fattori spingevano per la formazione degli eserciti: la grande disponibilità di persone ne faceva un deterrente (anche in tempo di pace) e la tecnologia e l’industria che permettevano la produzione in serie di armi (gruppi industriali favorevoli). Nascevano i moderni eserciti di massa.
Nel 1890 il suffragio universale maschile era adottato solo in Francia, Germania e Svizzera; nei 25 anni successivi furono approvate leggi in tutta l’Europa occidentale – in Italia nel 1912.
Partiti, sindacati e riforme In politica tutti i gruppi furono costretti a mutare per ottenere il consenso popolare. Si affermò il primo modello di partito di massa (socialdemocratici tedeschi), basato sull’inquadramento di larghi strati di popolazione attraverso organizzazioni locali (sezioni, federazioni) e facente capo ad un unico centro dirigente. In Europa, ai gruppi nobiliari andavano affiancandosi nuovi ceti di potere. Crescevano anche le organizzazioni sindacali di operai – grazie al movimento socialista si diffusero in tutta Europa, in USA, Australia e America Latina, contro l’opposizione degli imprenditori. I più importanti furono quelli di ispirazione socialista: Cgt (Francia), Cgl (Italia) e quelle cattoliche. In Europa, con oltre 500 mila iscritti in Italia, si assistette al più vasto fenomeno di associazionismo popolare. 
Vennero introdotte alcune forme di legislazione sociale: assicurazione contro gli infortuni, di previdenza per la vecchiaia e sussidi per i disoccupati. Si stabilirono controlli su sicurezza e igiene, nonché limitazioni sugli orari (10 ore) e fu sancito il diritto al riposo settimanale.
Ai governi si affiancarono le amministrazioni locali con i servizi pubblici (gas, acqua, trasporti) a opera dei comuni – le iniziative interessavano l’istruzione, l’assistenza e l’edilizia popolare. Per sopperire ai costi si fece ricorso a nuove forme di imposizione fiscale (imposte dirette a vantaggio di quelle indirette), introducendo il principio della progressività del carico fiscale, in relazione all’aumento del reddito – Stato garante di una più equa distribuzione della ricchezza all’interno della popolazione.
Operai e 2° internazionale
Alla fine dell’800 i partiti socialisti non costituivano più le minoranze emarginate ma in tutta Europa, cercavano di organizzarsi sul piano nazionale – realizzarono la forma di partito di massa (organizzazione politica più diffusa nelle democrazie europee). Il più importante fu quello socialdemocratico tedesco (Pds) del 1875, che faceva capo al marxismo. In Francia nacque la Sfio ne 1905. Il GB i dirigenti dei sindacati crearono una formazione politica con l’obbiettivo di rappresentare l’intero movimento operaio britannico (1906 – Partito Labourista, privo di una caratterizzazione ideologica).
I partiti operai europei avevano programmi simili (superamento capitalismo, gestione sociale economia) e tutti facevano capo a un’organizzazione socialista internazionale. Nata nel 1889, la 2° internazionale rappresentava i numerosi partiti europei che si riunivano e approvavano deliberazioni (giornata lavorativa di 8 ore, giornata del 1° maggio). Vennero esclusi gli anarchici. La 2° internazionale fu una federazione di partiti nazionali autonomi e sovrani; svolse una funzione di coordinamento e i suoi congressi erano un luogo di incontro e di discussione. L’interprete più coerente fu Bernstein, che partiva dalla constatazione di fatti che andavano in senso contrario alle previsioni di Marx: le tesi di B. furono definite revisioniste e suscitarono un acceso dibattito e furono respinte da alcuni. Il movimento operaio vide emergere nuove correnti di estrema sinistra che contestavano la politica “centrista” (Germania – Liebknecht e Luxemburg + altri partiti europei che minacciavano l’egemonia delle correnti centriste). In Russia, Lenin, constatava il modello della socialdemocrazia tedesca e gli contrapponeva il progetto di un partito tutto votato alla lotta. Questo contrastava con il movimento operaio occidentale ma si adattava a quello clandestino russo. Le tesi di Lenin ottennero la maggioranza nel 1903, il partito si spaccò in corrente bolscevica (maggioritaria) e menscevica (minoritaria). In Francia, la corrente del sindacalismo rivoluzionario, organizzò scioperi come “ginnastica rivoluzionaria” utile ai lavoratori per prepararli al grande sciopero generale che avrebbe segnato la fine del sistema borghese. Queste idee trovarono supporto in Sorel che esaltò la funzione liberatoria della violenza proletaria. Il sindacalismo non trovò consensi in campo socialista ma contribuì alla radicalizzazione dello scontro sociale nel primo pre-guerra.

Femminismo


Fra ‘800 e ‘900 cominciò a emergere la “questione femminile”, problema rimasto estraneo al pensiero liberale e democratico. Le donne erano escluse dall’elettorato attivo e passivo e dalla possibilità di accedere agli studi universitari e alle professioni e, se sposate, di disporre liberamente dei loro beni. Il lavoro extradomestico non simboleggiava libertà ma dura necessità e comunque non sanciva la liberazione dagli obblighi familiari. Tuttavia il maggior contatto con l’esterno, portò le donne lavoratrici a una coscienza dei loro diritti – la manodopera femminile fu protagonista di episodi nella lotta sindacale. Il movimento per l’emancipazione rimase ristretto a minoranze operaie. Solo in GB con E. Pankhurst (1903, Women’s Social and Political Union) riuscì a imporsi per il diritto al suffragio e ricorrendo a forme di protesta. I socialisti guardavano con sospetto al voto delle donne, perché temevano che queste avrebbero supportato i cattolici; erano inoltre dell’idea che la donna dovesse tornare ai “compiti naturali” in seno alla famiglia. Alla vigilia della prima guerra mondiale le donne erano ancora escluse e discriminate.

Chiesa


La Chiesa e il mondo cattolico si opposero a questi cambiamenti della società industriale. Accanto al rifiuto di quest’ultima, vi fu il tentativo di rilanciare la missione della Chiesa. Questa fu l’unica istituzione che sopperì alla perdita di identità e alla disgregazione sociale indotti dall’urbanizzazione con parrocchie, associazione caritatevoli e movimenti di azione cattolica. Questi organismi permisero ai cattolici di impegnare i lavoratori in organismi di massa in contrasto a quelli socialisti e classisti. Leone XIII, favorì il riavvicinamento fra i cattolici e le classi dirigenti e incoraggiò la nascita di nuovi partiti cattolici. Nel 1891 emanò la Rerum novarum, dedicata ai problemi della condizione operaia: ribadiva la condanna del socialismo, affermava la concordia fra classi, indicava doveri di operai e di imprenditori (rispetto della dignità umana), incoraggiava la creazione di società operaie e artigiane ispirate ai principi cristiani. L’enciclica presentava una nostalgia della società pre-industriale e vedeva nelle associazioni cattoliche, lo strumento di collaborazione fra classi. Negli ultimi anni dell’800 in Francia e in Italia si andarono affermando la democrazia cristiana (dottrina cattolica + democrazia) e il modernismo (lettura in chiave “moderna” dei testi sacri). Entrambe avevano lo scopo di conciliare l’insegnamento della Chiesa con il progresso filosofico, scientifico e civile. Ma la Chiesa si oppose al processo di secolarizzazione della società. Il nuovo pontefice Pio X proibì ai democratici cristiani ogni azione politica e, nel 1907, scomunicò i modernisti. Sul piano politico non riuscì a fermare il partito democristiano, ormai con ampia base sociale.

Nazionalismo, razzismo e antisemitismo


Fra 1815 e ’70 il nazionalismo era stato il principio inspiratorio di movimenti di liberazione: si era collegato all’idea di sovranità popolare. Ma dopo l’unificazione tedesca del 1871 e con l’imperialismo coloniale, la battaglia per i valori nazionali o per gli interessi del proprio paese finì col legarsi alla lotta contro il socialismo e alla difesa dell’ordine sociale esistente. Il nazionalismo tendeva a spostarsi verso destra e collegarsi a teorie razziste che pretendevano di stabilire una gerarchia fra “razze superiori e inferiori” e di affermare la superiorità di un popolo. Queste, si fondavano su argomentazioni pseudoscientifiche. In Francia il nazionalismo coniugava lo spirito di rivincita nei confronti della Germania con la polemica contro una classe dirigente repubblicano-democratica corrotta incapace di tutelare le tradizioni del paese. Il nazionalismo dei gruppi oltranzisti era rivolto ai nemici interni (immigrati, protestanti, ebrei). Una forte componente antiebraica fu presente anche in Germania e si appoggiava su presupposti razzisti. Proprio qui, le teorie della razza conobbero le loro formulazioni più popolari (Chamberlain – razza ariana). Il nazionalismo tedesco cercava le sue basi nel mito popolare, che fornì la base alle ideologie e ai movimenti pangermanisti (ricongiungimento in un unico stato di tutte le popolazioni tedesche). Contrapposto a quest’ultimo, il panslavismo, strumento della politica zarista che si basava su ideologie tradizionalistiche intrise di antisemitismo. Nell’impero russo vennero sancite leggi discriminatorie e fu fatto uso delle tecniche di pogrom, periodiche violenze contro i beni e le persone degli ebrei. Una reazione all’antisemitismo fu la nascita del sionismo (1897), per opera di Herzl, che si proponeva di restituire un’identità nazionale al popolo israelite e di promuovere la costituzione di uno Stato ebraico in Palestina. Il movimento riuscì ad importi grazie al supporto di alcune comunità solo all’inizio del ‘900.

L’Europa e il mondo agli inizi del ‘900


La Belle époque Gli anni che precedettero la prima guerra mondiale furono di intenso sviluppo economico e di crescita del commercio mondiale, di inasprimento delle tensioni internazionali e della conflittualità sociale, di aggressioni e utopie, di progresso scientifico e di critica al progressismo, di spinte alla democratizzazione opposte dai gruppi conservatori. Questa compresenza di spinte diverse ha fatto sì che si costituissero due rappresentazioni contrapposte di quest’epoca: la belle époque da un lato e dall’altro l’imperialismo e la logica di potenza. In Europa c’erano forze che lavoravano per la guerra e altre che si opponevano. Lo scoppio della guerra fu un prodotto della combinazione di eventi casuali e cause profonde, queste ultime vanno ricercate nei contrasti fra le grandi potenze e nelle nuove alleanze formatesi.

Alleanze


Dopo il 1890, con l’uscita di Bismarck e l’ascesa di Guglielmo II, i rapporti fra le grandi potenze europee subirono mutamenti. Si ruppero gli equilibri internazionali. Guglielmo II portò avanti una politica più dinamica e aggressiva di quella di Bismarck – si accentuava la difficoltà tedesca nel tenere uniti gli imperi austro-ungarico e russo, in contrasto nel settore balcanico. L’imperatore tedesco decise di privilegiare l’alleanza con l’Austria, convinto che l’impero zarista non avrebbe mai stretto alleanza con la Francia. Ma queste due potenze, avevano in comune la necessità di trovare un alleato. Si giunse così, nel 1891, ad un primo accordo franco-russo, trasformatosi poi nel 1894 in un’alleanza militare. Con la stipulazione di questa Duplice, veniva meno il progetto tedesco di isolamento della Francia e la Germania temeva una guerra su due fronti. Inoltre, la Germania, avviò la costruzione di una flotta navale capace di contrastare la superiorità britannica nel Mare del Nord, provocando un inasprimento dei rapporti. L’impero britannico, quindi, si impegnò in una corsa agli armamenti. Nel 1904, GB e Francia si riappacificarono sul tema coloniale e giunsero all’Intesa cordiale, non una vera alleanza ma comunque una sconfitta diplomatica per la Germania. Nel 1907 la Russia e la GB regolarono i loro contrasti in Asia. Alla Triplice alleanza, si contrappose la Triplice intesa, politicamente meno omogenea e compatta ma potenzialmente più forte e unita dalla preoccupazione per la crescente potenza tedesca.
In Germania, questa condizione, determinò un complesso di accerchiamento e fu causa di una maggiore aggressività, di una spinta al riarmo e di un’inclinazione verso la guerra “preventiva”. Inoltre, nei primi 15 anni del ‘900, si cominciò a sentire la pressione anche dei paesi non europei, come il Giappone (lanciato in una politica imperialistica che si scontrò con la Russia) e la Cina. La crescita dei paesi asiatici fu sentita come una minaccia demografica all’egemonia europea e alla supremazia dei popoli bianchi. Si cominciò a parlare di un “pericolo giallo” – espressione coniata da Guglielmo II.
Focolai di crisi Due furono i punti di frizione: il primo riguardava l’assetto di Balcani e il secondo era costituito dal Marocco, governato da dinastie islamiche, ma oggetto di mire francesi e per questo scelto dalla Germania per contrastare lo strapotere dei rivali in campo coloniale. Il contrasto franco-tedesco sul Marocco portò sull’orlo della guerra ma, alla fine, la Francia riuscì a ottenerne il formale protettorato.
La politica estera si spinse anche sui Balcani; nel 1878 ci fu un congresso per decidere i domini su questi territori in seguito alla disgregazione dell’impero ottomano. Nel 1908, con la rivoluzione dei “giovani Turchi”, venne proposta la trasformazione dell’Impero in una moderna monarchia costituzionale: il nuovo regime tentò un’opera di modernizzazione dello Stato ma non si mostrò in grado di risolvere il problema dei rapporti con i popoli europei. I giovani Turchi ottennero l’effetto di accentuare le spinte indipendentistiche e di accelerare la fine della presenza ottomana in Europa. Della crisi interna dell’impero ottomano approfittò l’Austria-Ungheria, annettendo nel 1908 la Bosnia ed Erzegovina, per trasformare la duplice monarchia in una triplice al fine di ammorbidire i nazionalismi slavi e placare il panslavismo serbo-russo (i russi volevano la Serbia per farne una “sorella alla Russia”). Si ottenne un inasprimento dei rapporti con la Serbia e con la Russia (protettrice della Serbia). Ma, con l’aiuto della Germania, l’Austria fece accettare il fatto compiuto – i due imperi centrali ottennero un successo diplomatico ma lo pagarono con una radicalizzazione del nazionalismo sud-slavo e con un indebolimento della Triplice.
Nel 1912, l’occupazione italiana della Libia provocò una guerra fra Italia e Turchia – la sconfitta turca favorì le mire degli stati balcanici, che si coalizzarono per attaccare, e sconfiggere, l’impero ottomano (prima guerra balcanica). Nasceva il Principato di Albania, voluto da Austria e Italia per impedire alla Serbia lo sbocco al mare. Ma al momento della separazione dei territori di ruppe l’alleanza fra gli stati balcanici: la Bulgaria attaccò la Grecia e la Serbia, le quali si coalizzarono con Romania e Turchia (seconda guerra balcanica) e sconfissero la Bulgaria. Il bilancio finale di queste guerre risultava sfavorevole per gli Imperi centrali: l’impero turco era estromesso dall’Europa, la Serbia sia era rafforzata e non attenuò le ostilità verso l’impero asburgico e i dirigenti austriaci erano tentati di liquidare i conti con la Serbia.

Francia e Gran Bretagna


In Francia e Gran Bretagna le istituzioni rappresentative si rafforzavano ed evolvevano verso le forme più avanzate di democrazia. In Francia, dopo il ritorno alla Repubblica, si viaggiava verso la democrazia; ma le istituzioni repubblicane continuavano ad essere insidiose, prendevano ora forme di nazionalismo esasperato, ora di reazione clericale o ancora di antisemitismo. L’offensiva nazionalistica partì dal caso Dreyfus, un ufficiale ebreo condannato ai lavori forzati con l’accusa di aver fornito documenti riservati all’ambasciata tedesca. La sentenza, era basata su falsi indizi; le alte sfere militari giunsero a falsificare documenti e coprire i veri colpevoli. Quando lo scrittore Emile Zola pubblicò un esplicito atto d’accusa contro i testativi di nascondere la verità, fu processato e condannato per offese all’esercito. L’opinione pubblica francese si divise: la sinistra si batté per l’innocenza, la destra sulla tesi della colpevolezza. Il contrasto si trasformò in uno scontro politico. Dreyfus fu graziato dal presidente della Repubblica.
L’esito delle elezioni nel 1899 fu favorevole ai radicali e progressisti e consentì la formazione di un governo di “coalizione repubblicana” appoggiato dai socialisti. Fu avviata un’epurazione negli alti gradi dell’esercito, riprese la battaglia contro le posizioni di potere detenute dal clero – seguì la completa separazione fra Stato e Chiesa. La battaglia anticlericale si concluse con il successo radicale. I governi a direzione radicale fra il 1906-11, sotto la guida di Clemenceau e Briand, condussero in porto riforme sociali (orari, riposo settimanale, pensioni di vecchiaia, ma non l’imposta sul reddito). Lo spostamento a sinistra del movimento sindacale provocò la rottura dell’alleanza fra socialisti e radicali, ridiede spazio alle correnti repubblicano-moderate (1912-14 – Poincarè). Il dibattito politico si concentrò sul problema delle spese militari e del rafforzamento dell’esercito.
Fra 1886 e 1906, la GB fu governata dalla coalizione tra i conservatori di Salisbury e gli “unionisti” di Chamberlain. In questi anni governava la regina Vittoria e i governi s’impegnarono nelle imprese coloniali e nel riformismo sociale (finanziamenti per le scuole e collocamento disoccupati). A mettere in crisi la coalizione fu il progetto di introdurre in GB il protezionismo doganale. Nelle elezioni del 1906 vinsero i liberali, che adottarono una politica coloniale meno aggressiva e con più riforme sociali: politica fiscale progressista (+ ricco + tasse) – su ciò si scontrarono con la camera dei Lord, che avevano diritto a respingere le leggi approvate dalla Camera di Comuni, ma non quelle fiscali. Si giunse ad un conflitto costituzionale che si concluse due anni dopo (1911) con i Lord che accettarono una riforma che impediva di respingere le leggi di bilancio – aiutò la pressione da parte di Giorgio V. Il governo decise di affrontare la questione irlandese, e presentò un nuovo progetto (Home Rule) che prevedeva un’Irlanda autonoma ma legata alla corona. Il progetto fu approvato nel 1914 ma l’applicazione fu sospesa a causa della guerra.
Germania e Austria-Ungheria Guglielmo II, successore di Bismarck, aveva annunciato un “nuovo corso” nella vita del paese, ma l’imperatore mostrò un’inclinazione alle soluzioni autoritarie e all’esercizio personale del potere: i cancellieri continuarono a governare “al di sopra dei partiti” e a render conto all’imperatore e allo stato maggiore, più che al Parlamento (no svolta). Negli ultimi anni dell’800 la Germania imboccò la via della Weltpolitik e diede il via al riarmo navale. Ciò rappresentò uno stimolo per l’economia tedesca e contribuì a riavvicinare gli Junker e gli ambienti della grande industria, quest’ultima dominata da grandi concentrazioni e dalle imprese giganti. La coscienza della superiorità industriale accentuò nella classe dirigente le tendenze nazionalistiche e imperialistiche. La Germania pero non aveva la disponibilità di materie prime paragonabile a quella della GB, degli USA e della Russia. La spinta nazionalistica aggressiva finì col coinvolgere le maggiori forze politiche, a eccezione della socialdemocrazia, forza di opposizione che restò isolata ma ottenne comunque grande consenso di voti e che riuscì ad ampliare il controllo sulle organizzazioni collaterali ma che venne tacitamente a patti con le ideologie nazional-imperialistiche. Nel frattempo, l’impero asburgico vide aggravarsi il declino dovuto, oltre che al ritardo nello sviluppo economico, ai contrasti fra le diverse nazionalità. L’impero era povero, aveva solo alcune isole altamente urbanizzate e industrializzate (Vienna, la Boemia, Trieste). A questo sviluppo facevano riscontro l’immobilismo del sistema politico e la persistenza delle strutture della chiesa e dei grandi proprietari terrieri. Ma il principale motivo di crisi era dovuto ai conflitti nazionali. In Austria-Ungheria le tensioni fra i diversi gruppi nazionali costituiva un fattore di disgregazione. Con la soluzione “dualistica” del 1867, la monarchia asburgica aveva scelto la strada del compromesso col gruppo nazionale più forte, cioè l’Ungheria. Alla fine dell’800 e inizio del ‘900 si assisté a una crescita dei movimenti nazionali: tutti in forte contrasto ma uniti dall’ostilità al centralismo imperiale, passando all’indipendentismo. I più irrequieti furono i popoli slavi (i grandi sacrificati dal compromesso). Fra i cechi della Boemia e della Moravia si affermò il movimento dei “giovani cechi” che si batteva contro la politica di germanizzazione. Tendenze nazionalistiche si manifestarono fra gli “slavi del sud”, serbi e croati, soggetti al dominio ungherese, attratti al regno di Serbia; persino fra i popoli ungheresi sorse un movimento di autonomia dall’Austria. Nasceva in questo periodo l’idea di trasformare la duplice in triplice, sostenuta da Francesco Ferdinando – idea che si scontrava con l’opposizione degli ungheresi, dei serbi e dei croati che miravano alla fondazione di un unico Stato slavo indipendente ed erano appoggiati dalla Serbia.

Russia


La Russia si reggeva su un sistema autocratico. Ciò non impedì allo zar di avviare un tentativo di decollo industriale (1890s). Il processo ebbe un impulso decisivo nella politica del Ministro delle Finanze Vitte. Le politiche economiche miravano ad aumentare il sostegno dello stato alla produzione nazionale da un lato, dall’altro a incoraggiare l’afflusso di capitali stranieri. L’industrializzazione risultò come una “calata dall’alto” concentrata per la dislocazione geografica e per le dimensioni dell’impresa. La classe operaia russa si concentrò in poche aree e rimase isolata in un contesto sociale dominato dall’agricoltura (70%). All’inizio del ‘900 la Russia aveva un alto analfabetismo e un alto tasso di mortalità infantile, mentre il suo prodotto pro capite era meno della metà di quello di Francia o GB. In questa condizione cresceva la tensione politica e le manifestazioni violente. La classe operaia subiva l’influenza del Partito socialdemocratico di Plechanov, mentre fra i contadini riscuoteva successo il Partito socialista rivoluzionario che propagandava un socialismo agrario – la protesta politica e sociale finì in un moto rivoluzionario. A far precipitare gli eventi fu, nel 1904, la guerra con il Giappone che fece pure aumentare i prezzi. Gennaio 1905, a Pietroburgo, 150 mila persone si recano alla residenza dello zar Nicola II, per presentare al sovrano una petizione per maggiori libertà politiche e l’intervento a tutela delle classi popolari. I manifestanti furono brutalmente repressi, causando un’ondata di agitazioni. La Russia visse in quell’anno uno stato semianarchico: sorsero nuovi organismi rivoluzionari, i Soviet (rappresentanze popolari elette sui luoghi di lavoro secondo democrazia diretta). La Corona e il governo passarono alla controffensiva facendo arrestare tutti i membri del soviet di Pietroburgo e schiacciando le rivolte nella capitale e a Mosca. Una volta ristabilito l’ordine, restava, come unico risultato, l’impegno dello zar di convocare un’assemblea rappresentativa (Duma). Eletta nell’aprile ’16, a suffragio universale, la prima Duma rappresentò un ostacolo sulla via della restaurazione assolutistica, e così anche la seconda Duma del ’17, che aveva rafforzato le ali estreme. A questo punto il governo modificò la legge elettorale in senso classista e poté disporre di un’assemblea di aristocratici. La Russia tornava ad essere un regime assolutista. Artefice della restaurazione fu Stolypin, repressore di ogni opposizione politica ma che cercò concenso sociale tramite una riforma agraria: i contadini divennero proprietari della terra che coltivavano e potevano godere di facilitazioni creditizie per l’acquisto di altre terre con lo scopo di creare un ceto di piccola borghesia rurale, fattore di modernizzazione economica e stabilità politica. Ma riuscì solo in parte, tra i nuovi proprietari una parte andò a ingrossare i kulaki (contadini ricchi o agiati), un’altra non trovò condizioni di vita accettabili.
Il Giappone nel 1894 aveva mosso guerra all’impero cinese sconfiggendolo. Subito dopo entrò in concorrenza con la Russia per il controllo delle regioni del Nord-Est asiatico; nel 1903 le due potenze non trovarono un accordo sulla spartizione della Manciuria. Nel 1904 la flotta giapponese attaccò quella russa e strinse l’assedio a Port Arthur. Nel ’05 entrarono in Manciuria e sconfissero la Russia, a quest’ultima non restò che firmare il trattato di Portsmouth (Manciuria meridionale al Giappone + protettorato sulla Corea). Per l’Impero zarista la sconfitta significò un ridimensionamento della propria posizione internazionale. Per la prima volta nell’età moderna un paese asiatico aveva sconfitto una potenza europea – veniva meno il mito di una presunta superiorità della “razza bianca”.

Cina


Dopo la vittoria del Giappone iniziarono lotte nazionalistiche e anticoloniali dei popoli asiatici. La Cina subì l’influsso del Giappone, un tempo visto come una minaccia, ora come un modello sul piano economico e dell’emancipazione politica. L’Impero cinese era soggetto della pressione commerciale e militare delle potenze europee. La sconfitta della guerra contro il Giappone (1894) accelerò la crisi e provocò la nascita di un movimento conservatore e xenofobo, che si proponeva di restaurare le antiche tradizioni imperiali. Era una società segreta e paramilitare che prese il nome di boxer. In seguito ad una serie di violente dei boxers, le grandi potente si accordarono per un intervento militare congiunto – in 2 settimane la rivolta fu sedata e Pechino venne occupata dalle truppe alleate – i vincitori ottennero concessioni territoriali e autonomie amministrative. La rivolta mostrò la persistenza di un nazionalismo cinese da un lato e dall’altro la sconfitta del nazionalismo e il discredito della dinastia prepararono il terreno allo sviluppo di un movimento democratico occidentalizzante, che avrebbe cercato di collegare la lotta allo straniero e quella per la modernizzazione. Tra 800 e 900 riforme introdotte dall’imperatrice Cixi (libertà di stampa e limitato diritto al voto). Nel 1905 nacque il Tung meng hui, un’organizzazione segreta basata su tre principi del popolo, modellati sulla tradizione democratica occidentale: l’indipendenza nazionale, la democrazia rappresentativa, il benessere del popolo. Nel 1911, la decisione del governo di affidare a imprese straniere la rete ferroviaria, provocò sommosse. Nel 1912 un’assemblea rivoluzionaria dichiarò decaduta la dinastia Qing e proclamò la Repubblica, con a capo Sun Yat-sen. Il generale Yuan Shi-kai fu inviato a Pechino a placare la rivolta, si schierò con i repubblicani e ottenne la nomina a presidente – questi nel ’13 sciolse il Parlamento e instaurò una dittatura personale appoggiata alle potenze straniere, che durò fino al ’49.

Gli Stati Uniti


Gli Stati Uniti andavano rafforzando il loro ruolo egemonico: un ruolo fondato su uno sviluppo economico che non aveva paragone, in particolare nell’industria nelle mani di grandi concentrazioni industriali e finanziarie (trust) – nella produzione industriale ottenne un primato mondiale. Ci furono progressi anche nei settori dell’agricoltura e dell’allevamento, in particolare nelle praterie del Midwest proseguì la rivoluzione agricola (USA granaio del mondo).
L’imperialismo statunitense si rivolse con una presenza aggressiva sull’America centrale, specialmente con la presidenza di Roosevelt (1901), esponente dell’ala progressista dei repubblicani, mostrò decisione nel difendere gli interessi degli americani nel mondo, alternando la “diplomazia del dollaro” alla politica del “grosso bastone”. Un esempio è quello del Canale di Panama – nel 1901 gli americani ottennero dalla Colombia l’autorizzazione per costruire e gestire la costruzione di un canale che collegasse il Pacifico al Mar dei Caraibi. Nel 1903 il senato colombiano rifiutò l’accordo e gli USA iniziarono una sommossa a Panama. Quest’ultima divenne, come Cuba, indipendente sotto tutela americana. Il canale fu aperto nel 1914.
La linea di Roosevelt nella politica interna fu di apertura verso i problemi sociali – a lui si devono i primi provvedimenti in campo di legislazione sociale (orari, lavoro minorile, assicurazioni) e le prime affermazioni del diritto d’intervento dello stato nel mondo dell’economia. Pur senza mettere in discussione i principi-cardine del capitalismo americano e senza modificare la politica protezionistica, R. cercò di limitare i poteri dei grandi trust a favore della borghesia urbana, dei piccoli produttori indipendenti e dei sindacati operai.
Roosevelt lasciò la presidenza nel 1908, lasciando i repubblicani divisi tra progressisti e conservatori. Alle elezioni del ’12 vinse il democratico Wilson, che riprese l’impegno sociale – impostò una lotta contro i grandi monopoli. Nella politica estera fu meno aggressivo e più prudente, tutelando meno gli interessi degli americani nel mondo. Era convinto che il ruolo degli USA dovesse fondarsi sulla capacità espansiva economica e sulla fedeltà ai principi tradizionali democratici – in base a questi entreranno in guerra nel ’17.
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