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Situazione del regno di Sardegna dopo il 1849

Nel Regno di Sardegna, Vittorio Emanuele II, sebbene non privo di tendenze autoritario, ebbe l’avvedutezza di non trascurare le esigenze dell’epoca storica in cui viveva e decise di mantenere e rispettare la Costituzione.
Di fronte ad un’insurrezione repubblicana di Genova alla notizia dell’armistizio di Vignale, egli usò energia, ma non fu spietato nelle repressioni; quando poi la Camera, composta in maggioranza di elementi democratici, si rifiutò di accettare la pace di Milano, il re la sciolse e rivolse ai Piemontesi il proclama di Moncalieri (20 Novembre 1849), dopo il quale le nuove elezioni dettero la maggioranza ai moderati e il trattato di pace fu approvato.
Si formò un ministero D’Azeglio, che prese alcune iniziativi per svecchiare le strutture dello Stato, ormai superate dai tempi. Fu riveduta la legislazione ecclesiastica, che non era stata modificata neppure, come altrove, nel periodo illuministico.

Nel 1850 vennero approvate le leggi Siccardi, che prevedevano l’abolizioni di vari privilegi del clero, come il foro ecclesiastico e il diritto d’asilo. Si manifestarono vivaci reazioni nel clero, ma Vittorio Emanuele II, benché profondamente scosso come cattolico, si comportò con fermezza, rispettando la costituzione.
Nello stesso anno entrava nel governo, ministro dell’agricoltura, il conte Camillo Benso di Cavour, che con la sua personalità avrebbe dato un nuovo impulso alla politica del Piemonte.

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