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Prima guerra mondiale, le cause e le conseguenze. L'entrata in guerra

Proprio in questi giorni cade il centenario dello scoppio della I Guerra Mondiale.
Il 28 giugno del 1914 furono sparati i primi colpi del conflitto dal serbo Gavrilo Princip che uccisero l’erede al trono dell’Impero Austro-Ungarico, Francesco Ferdinando.
La Grande Guerra è stato un punto di svolta nella storia dell’Occidente.
Possiamo dire che tutta la storia del ‘900 è stata segnata dalla I Guerra Mondiale, dalle sue conseguenze e dai problemi lasciati irrisolti.

a. Con la prima Guerra Mondiale crollarono quattro imperi:
1. Il II Reich tedesco
2. L’impero russo
3. L’impero ottomano
4. L’impero austro-ungarico.
b. Senza la I Guerra Mondiale non ci sarebbe stata la salita di Hitler al potere, favorita dalle condizioni pesanti imposte alla Germania dal Trattato di Versailles, e quindi la II Guerra Mondiale. Tant’è che alcuni storici sostengono che la I Guerra mondiale sia finita nel 1945.

c. Senza la I Guerra Mondiale probabilmente non ci sarebbe stata la Rivoluzione Russa, quindi la Guerra Fredda e la divisione del Mondo nei due blocchi.
d. Senza la I Guerra Mondiale, che inferse un colpo terribile alle nazioni Europee, non ci sarebbe stato il dominio degli Stati Uniti d’America per tutto il secolo scorso.
e. Per stare a eventi più vicini, le crisi e le guerre che si sono combattute nei Balcani negli anni ’90 sono il risultato dei problemi lasciati irrisolti dallo scoppio della Grande Guerra.
f. Proprio in questi giorni stiamo assistendo al crollo e alle crisi delle nazioni Mediorientali che furono create a tavolino dalle potenze Europee, in seguito al crollo dell’Impero Ottomano, mettendo insieme popolazioni di etnie diverse.
In occasione della ricorrenza dei cento anni dallo scoppio della guerra si stanno pubblicando nuovi saggi, racconti e film.
Tuttavia, un saggio fondamentale della storiografia sulla Prima Guerra Mondiale è rappresentato dal libro di Barbara Tuchman, “I Cannoni d’Agosto” che racconta le vicende delle prime settimane del conflitto
Il libro, pubblicato nel 1962, ebbe un immediato successo, non solo per la qualità della ricerca storica, ma anche per le sue qualità letterarie.
Gli americani gli assegnarono il premio Pulitzer, anche se il libro non trattava un evento della storia degli Stati Uniti d’America, come voleva il regolamento del prestigioso premio.


Le cause e le responsabilità dello scoppio della I Guerra Mondiale
A 100 anni dallo scoppio della 1° Guerra Mondiale, non sono ancora concluse le polemiche sulle responsabilità di questa immane catastrofe, che ha causato più di 15 milioni di morti.

Il primo ministro inglese dal 1916 al 1918, Lloyd George, descrisse nelle sue memorie del 1930 lo scoppio della 1° Guerra Mondiale come un tragico incidente. Nessuna potenza voleva il conflitto, ma tutte finirono per precipitare nella guerra.
Questo autorevole punto di vista contraddiceva la cosiddetta “clausola di colpevolezza” del trattato di Versailles, che nel 1919 concludeva la guerra.
La clausola di colpevolezza del Trattato stabiliva che l’aggressione della Germania e dei suoi alleati aveva causato la guerra.
Paradossalmente lo stesso Lloyd George la pensava in maniera diversa nell’agosto del 1914. Inizialmente scettico, egli rapidamente arrivò alla conclusione, come del resto tutto il Gabinetto inglese, che la Gran Bretagna si trovava di fronte a una grave minaccia alla propria sicurezza nazionale.

Gli studiosi moderni danno poco credito alla tesi di una guerra accidentale. Chi ha scritto il Trattato di Versailles ha avuto sostanzialmente ragione: la Germania e l’Austria hanno le maggiori responsabilità nello scoppio del conflitto mondiale.
Proveremo adesso a capire perché.


Rivolgimenti diplomatici

La Grande Guerra ha avuto cause profonde. Nel 1871 l’emergere di una Germania unita sotto la leadership della Prussia aveva rotto il vecchio equilibrio del potere. Grazie in larga parte al cancelliere tedesco Otto Von Bismarck, un nuovo equilibrio fu creato e la Germania divenne un potenza interessata al mantenimento dello status quo. In particolare, la Germania era interessata a tenere diplomaticamente isolata la Francia che era in cerca della revanche, dopo la sconfitta nella guerra del 70-71 e la perdita dell’Alsazia e della Lorena.

Quando, però, salì al trono il Kaiser Guglielmo II, una personalità mentalmente instabile, questi prese il controllo personale del destino della Germania. La nuova politica tedesca fu un tentativo di guadagnare colonie e di espandere il potere della Germania e la sua influenza economica.

Tuttavia, il comportamento imprevedibile di Guglielmo II ebbe un effetto destabilizzante sulle relazioni internazionali: il sistema di alleanze che Bismarck aveva accuratamente creato fu presto smantellato.
In particolare, Guglielmo II allarmò così tanto la Russia che questa si rivolse alla Francia, cosicché la Germania si ritrovò minacciata sia a Est che a Ovest. Bismarck, invece, sosteneva che la Germania doveva fare qualunque cosa pur di mantenere la Russia alleata.

Vediamo, invece, quale era la politica dell’altra grande potenza europea, cioè l’Inghilterra.
Fino a circa il 1900 l’Inghilterra si era tenuta distante dalle questioni che riguardavano il continente europeo, per concentrarsi sulla gestione delle sue immense colonie.
L’Inghilterra considerava la Francia come il suo tradizionale nemico, mentre la Germania era considerato uno stato amico.
Però, la decisione del Kaiser di costruire una grande flotta da guerra diede inizio ad una rivoluzione diplomatica. Gli inglesi non volevano assolutamente che la supremazia della propria marina militare, la Royal Navy, fosse minacciata e iniziò una corsa agli armamenti tra Germania e Inghilterra.
A questo punto, l’Inghilterra cominciò a guardare alla Francia come un partner potenziale. Nel 1904 le due nazioni stipularono l’entente cordiale, che non era un’alleanza militare, ma piuttosto un tentativo di risolvere le questioni coloniali tra i due paesi. Tuttavia, l’entente cordiale fu una novità rilevante nelle relazioni diplomatiche europee. I due paesi iniziarono progressivamente a elaborare piani militari condivisi, come conseguenza delle voci militaristiche e autocratiche che sembravano prevalere a Berlino.

Nel 1907 l’Inghilterra stabilì un’ accordo con la Russia, che era già alleata con la Francia.
Insomma, la politica di Guglielmo II aveva causato quello che i tedeschi temevano di più: un blocco di potenze antitedesche.


Vediamo a questo punto, quale era la situazione dell’altro grande impero centrale: l’Austria-Ungheria.
L’Austria–Ungheria veniva da un secolo traumatico.
Era stata scalzata dalla Prussia come maggiore potenza tedesca, era ormai fuori dall’Italia, sua tradizionale sfera di influenza, e la sua coesione interna era minacciata dai nazionalismi. Per queste ragioni l’Austria-Ungheria aveva posto la sua attenzione sui Balcani, dove l’impero Turco si stava sfaldando.
I Balcani rappresentavano senza dubbio un punto di innesto della crisi internazionale, perché la Russia era considerata la tradizionale protettrice degli Slavi.
Nel 1908 Vienna si era annessa la Bosnia-Erzegovina. La Russia militarmente debole, dopo la sconfitta nella Guerra Russo-Giapponese del 1904-5, era stata incapace di rispondere. Tuttavia, quando scoppiò una seconda crisi nei Balcani, con l’attentato di Sarajevo, la Russia era determinata a non farsi trovare impreparata una seconda volta.

[

b]Il grande gioco

L’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando, erede della monarchia Austroungarica, fu visto da Vienna come una sfida diretta della Serbia.
I falchi di Vienna sostennero che una forte risposta era essenziale se l’impero multietnico, che includeva molti slavi, dovesse mantenere la sua integrità.

Così l’Austria-Ungheria dichiarò guerra alla Serbia il 28 luglio 1914.
Arriviamo così alla responsabilità di Vienna.
Vienna comprendeva l’esistenza di un rischio che il conflitto con la Serbia potesse coinvolgere la Russia, ma scommise che la guerra sarebbe rimasta locale.

Senza il supporto di Berlino è molto improbabile che gli austriaci avrebbero fatto questa mossa, ma il 5 luglio del 1914 la Germania aveva offerto al governo degli Asburgo un supporto incondizionato, il cosiddetto “assegno in bianco”.
Manipolando la crisi la Germania sperava di dividere le tre potenze dell’entente.
Nelle precedenti crisi balcaniche, infatti, l’Inghilterra e la Francia erano stati riluttanti a fornire supporto alla Russia, e così la nuova crisi sembrava ai tedeschi un’opportunità di rompere l’entente senza una guerra.
E qui è la responsabilità dei tedeschi: i leader tedeschi erano comunque preparati a rischiare una guerra generale per raggiungere i loro obiettivi
Addirittura, nel 1960 uno storico tedesco, Fritz Fisher, sostenne che la Germania deliberatamente pianificò una guerra di aggressione nel 1914.

Dopo l’assassinio di Sarajevo, la Russia si sentì obbligata a rispondere all’aggressività dell’Austria-Ungheria verso la Serbia.
Anche la Russia non può, quindi, essere completamente assolta dall’accusa di aver causato la guerra, poiché la Russia mobilitò le sue forze armate in risposta all’aggressione dell’Austria alla Serbia.
La mobilitazione della Russia aiutò la Germania a presentare la propria mobilitazione del 31 luglio come una mossa difensiva, che fu seguita dalla dichiarazione di guerra il giorno seguente, il 1 agosto.
Con la Germania e l’Austria–Ungheria in guerra c’era la possibilità che il conflitto rimanesse limitato all’Est Europa?
In teoria, sì: la Francia avrebbe potuto rinnegare le sue obbligazioni con la Russia, così come aveva fatto l’Italia rifiutando di dare il proprio supporto ai suoi alleati, ovvero la Germania e l’Austria.
In pratica, no.
In primo luogo perché la strategia militare tedesca, nota come lo Schliffen Plan, prevedeva di attaccare in ogni caso la Francia, per rimuovere ogni minaccia militare sul fronte occidentale, prima di dispiegare le proprie truppe ad Est, attraverso linee ferroviarie, allo scopo realizzate e con una rigida tabella di marcia, per andare incontro all’esercito russo.
In secondo luogo, anche senza lo Schliffen Plan, la Francia quasi certamente sarebbe entrata in guerra. Una sconfitta della Russia sarebbe stata disastrosa per la Francia.
Anche la Gran Bretagna entrò in guerra perché anch’essa, come la Francia, non poteva permettersi di vedere un Germania trionfante. Per secoli la politica estera britannica aveva cercato di mantenere un equilibrio di potere in Europa, di prevenire che uno stato divenisse troppo potente e di prevenire che le coste del Belgio (punto di imbarco per l’invasione dell’Inghilterra) cadessero in mani ostili.


Conclusioni

In conclusione la Grande Guerra è iniziata per due fondamentali ragioni.
Primo: i leader di Berlino e Vienna scelsero una linea di condotta che pensavano e speravano avrebbe portato significativi vantaggi politici, anche se causò una guerra generale.
Secondo: i governi dell’entente accettarono la sfida di Berlino e Vienna.
A voler pensare bene, quindi, la Germania e l’Austria-Ungheria perseguirono una scommessa politica avventata, che andò maledettamente male.
A voler pensare male, invece, il 1914 vide una guerra premeditata di aggressione e di conquista da parte della Germania.


L’Italia dalla neutralità all’intervento

Allo scoppio del conflitto l’Italia era legata all’Austria-Ungheria e alla Germania dalla Triplice Alleanza.
Tuttavia, l’Italia non era vincolata automaticamente all’intervento al loro fianco.
Per una serie di ragioni, l’Italia scelse la via della neutralità e del temporeggiamento.
Perché scelse la via della neutralità?

1. In primo luogo, vi era l’incertezza circa l’orientamento dell’opinione pubblica, l’impreparazione dell’apparato militare e l’inconsistenza di quello produttivo.

2. In secondo luogo, il Paese era collocato in un a posizione marginale nell’ambito della Triplice Alleanza e c’erano forti dubbi sulla disponibilità degli altri due contraenti, Germania e Austria, a riconoscere all’Italia adeguate contropartite.

3. Infine, le aspirazioni irredentistiche italiane e quelle espansionistiche in direzione adriatica e balcanica ponevano l’Italia in contrasto con l’Impero asburgico.

Tutto questo, contribuì a rafforzare i dubbi sull’opportunità dell’intervento a fianco di Germania e Austria.
La decisione di entrare in guerra, che negli altri paesi si risolse in poche settimane, in Italia fu presa dopo 10 mesi dallo scoppio della guerra, quanti ne trascorsero dalla dichiarazione di neutralità all’entrata in guerra contro l’Austria.
I dieci mesi consentirono, comunque, di avere un quadro completo delle diverse posizioni delle forze politico e sociali riguardo l’opportunità di entrare in guerra.
Lo scontro coinvolse anche le istituzioni, a cominciare dalla monarchia.
Il dibattito sull’entrata in guerra oppose i neutralisti a coloro che propugnavano un intervento a fianco dell’Intesa, gli interventisti.


I Neutralisti

Vediamo chi erano i neutralisti?
Il campo neutralista comprendeva la maggioranza del Paese:
• i liberali giolittiani;
• i cattolici;
• i socialisti.

1. I giolittiani erano timorosi dei mutamenti che la guerra avrebbe potuto introdurre nell’assetto sociale del Paese. Il loro calcolo circa i rischi e i vantaggi dell’entrata in guerra fu bollato dalla propaganda interventista come manifestazione di quella mediocrità che aveva inquinato la vita politico-parlamentare italiana, dopo l’esaurirsi dello slancio risorgimentale.
La propaganda interventista si accanì in particolare contro la figura di Giolitti, che fu definito da D’Annunzio, in una violenta manifestazione interventista tenuta a Roma nel maggio del 1915, “il mestatore del Dronero.”

2. I cattolici furono neutralisti per diverse ragioni.
Da una parte, c’erano i cattolici reazionari che continuavano a essere ostili nei confronti dello Stato liberale Italiano. Questi cattolici consideravano la guerra come una punizione divina contro le degenerazioni del mondo moderno e guardavano con simpatia all’Austria cattolica.

Dall’altra parte, c’erano i cattolici democratico-popolari.
Questi cattolici erano più vicini alla sensibilità delle classi contadine e ne percepivano l’ostilità nei confronti della guerra.

Al di sopra di tutto, però, i cattolici pensavano che le scelte fondamentali della politica dovessero essere delegate ai vertici dello Stato. Questa concezione gerarchica del potere, detta anche “dell’obbedire e tacere “, fu espressa molto chiaramente da Agostino Gemelli, che arrivò a dire che solo al Governo e ai suoi consiglieri spettava la decisione dell’intervento.

3. Infine vi erano i socialisti.
I socialisti furono neutralisti per coerenza con la tradizione pacifista e internazionalista.
Tuttavia, socialisti non furono in grado di dare peso al movimento di massa contro la guerra e finirono per attestarsi su una posizione debole, sintetizzata dalla formula “né aderire né sabotare.”

Interventisti

Il campo degli interventisti fu numericamente più ristretto rispetto a quello dei neutralisti.
Gli interventisti, però, furono molto più incisivi e, grazie anche all’aiuto delle istituzioni monarchiche, finirono per portare il paese in guerra contro il volere delle maggioranza degli Italiani.
Anche fra gli interventisti erano presenti forze diverse.

1. Innanzitutto, vi era un’ala neo-risorgimentale e irredentistica, che interpretava la guerra come il compimento delle lotte per l’indipendenza e come l’occasione per sanare la frattura fra lo Stato italiano e le classi subalterne. La guerra doveva creare quell’unita nazionale che era rimasta, fino ad allora, largamente incompiuta, poiché il Risorgimento era stato condotto dall’élite del Paese.

2. Vi era poi l’ala del sindacalismo rivoluzionario, che dal conflitto si aspettava il crollo delle vecchie istituzioni e l’irruzione nella storia del proletariato rivoluzionario.

3. Ma il punto di forza dello schieramento interventista stava nel nazionalismo.
Il nazionalismo comprendeva diversi orientamenti. Vi era:
• il rifiuto per la mediocrità della politica, rappresentato in particolar modo da Giolitti, e il desiderio di rigenerare la società;
• aspirazioni imperialistiche e di grande potenza;
• il disprezzo per le masse e, quindi, orientamenti anti-democratici e anti-socialisti.

Dietro questi miti c’era la maggior parte della cultura italiana, di cui i futuristi e d’Annunzio furono i massimi interpreti. In particolare, d’Annunzio divenne la voce più rappresentativa del movimento interventista.
Anche il mondo del grande capitale fornì appoggio al movimento interventista, perché era alla ricerca di una svolta, quale quella fornita dalla Guerra, per fare uscire l’economia italiana dalla fase di declino.


L’azione del governo per l’intervento
Se queste erano le forze in campo vediamo come si mossero le istituzioni?
Dopo un primo momento di titubanza, la monarchia agì per portare in guerra l’Italia a fianco dell’Intesa.
La monarchie era convinta che la guerra avrebbe rinforzato le istituzioni monarchiche, favorito la pace sociale e dirottato verso l’esterno le tensioni sociali che si erano manifestate, in maniera preoccupante, nel giugno del 1914.
Dopo una lunga trattativa su entrambi i fronti, il governo Salandra firmò segretamente il trattato di Londra del 26 aprile del 1915, che prevedeva l’entrata in guerra dell’Italia a fianco dell’Intesa e significative contropartite in caso di vittoria.
L’opposizione parlamentare a tale scelta fu ignorata e scavalcata dalla monarchia che dopo le dimissioni di Salandra, non esitò a dargli nuovamente l’incarico di formare il governo e gettò il peso del proprio prestigio a favore dell’intervento.
In tale contesto, reso incandescente dall’agitazione interventista, che minacciò persino di violare le Camere, e caratterizzato per contro dall’inerzia delle forze neutraliste (anche se i prefetti continuavano a segnalare l’estraneità della maggioranza degli italiani al clima di mobilitazione patriottica) il Parlamento finì per accettare il fatto compiuto e approvò l’entrata in Guerra dell’Italia nella seduta del 20 maggio del 1915.
Quattro giorni dopo, il 24 maggio del 1915, l’Italia dichiarò guerra all’Austria.
I dieci mesi che portarono l’Italia in guerra misero in evidenza una serie di elementi che indicavano con chiarezza che stavano per finire i vecchi equilibri politici.
Quali sono questi elementi?
1. L’arrendevolezza della maggioranza parlamentare che faceva perno sui liberali.
2. Il protagonismo della monarchia e dei vertici dello Stato che si mossero al di sopra e al di fuori del controllo del parlamento.
3. L’incertezza del partito socialista.
4. Il ruolo di minoranze agguerrite, che non furono aliene all’uso della violenza.
5. La mobilitazione nazionalistica della cultura.

Tutti questi elementi si ritroveranno, alla fine della guerra, nelle vicende che porteranno al potere il fascismo.

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