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Russia: prodromi della rivoluzione bolscevica


La Russia era un Paese fortemente arretrato rispetto al resto d'Europa: l'autocrazia era indiscussa e le decisioni del sovrano non potevano essere messe in dubbio, infatti lo zar Alessandro III, una volta salito al trono nel 1881 si richiamò alle tre parole che caratterizzavano, nella prima metà dell'Ottocento, il governo di Nicola I: autocrazia, ortodossia e nazionalismo.
La stretta ortodossia si tradusse nella continua discriminazione di cattolici e protestanti e nella persecuzione feroce degli ebrei, vittime dei pogrom, incoraggiati apertamente dalle autorità. Il nazionalismo russo si espresse attraverso il panslavismo.
Una forte crescita demografica caratterizzò questo periodo: gli abitanti della Russia crebbero dai 75mln del 1870 ai 130mln del 1914. progressivamente le dure condizioni socio-economiche produssero forti differenze sociali: da un lato masse di contadini sempre più poveri e dall'altro contadini relativamente agiati, i kulaki, che si arricchivano grazie al commercio e all'usura. La Russia però ottenne importanti risultati in campo industriale, grazie alla promozione da parte di Alessandro III dell'industrializzazione del paese, grazie alla quale la produzione di fabbrica aumentò sensibilmente anche se in modo parziale. Infatti, l'apparato industriale si concentrava in poche aree: attorno alle città di Mosca e San Pietroburgo, e dove erano situati ricchi giacimenti di materie prime, come nella zona della Baku e negli Urali.
Alla morte di Alessandro III, gli succedette il figlio Nicola II, che proseguì con la stessa politica. Oltre allo sviluppo economico, il sistema di fabbrica produsse il rafforzamento del proletariato urbano, che all'inizio del Novecento reclama migliori condizioni di vita e di lavoro. La classe dirigente russa si mostrò impreparata ad affrontare la situazione tramite un'adeguata legislazione assistenziale e previdenziale, dato che questo era un contesto totalmente nuovo per la Russia.
L'impero attraversò una crisi gravissima, nella quale fluirono tutti i motivi di esasperazione della popolazione: le tensioni sociali ed economiche sfociarono in scioperi operai e rivolte contadine, mentre la borghesia liberale chiedeva la fine dell'assolutismo e la trasformazione del regime in monarchia costituzionale. Nacquero così i partiti socialista e socialrivoluzionario; quest'ultimo, nato nel 1900 era radicato nelle campagne e traeva ispirazione dalla trasformazione populista: poneva al centro del proprio programma le comunità agricole.
Il Partito operaio socialdemocratico russo era già nato invece nel 1898, era d'ispirazione marxista e faceva leva sul proletariato urbano.
Nel 1903 il Partito operaio si divise in due correnti: i menscevichi sostenevano che prima di arrivare alla rivoluzione proletaria fosse necessario attuare riforme, i bolscevichi erano contrari ai gradualismi, sostenevano il bisogno di dare al proletariato la coscienza di classe tramite agitatori professionisti e guidarlo alla rivoluzione violenta e alla dittatura. L'ispiratore di questa posizione è Lenin.
La crisi sociale e politica fu acuita nel 1904 e 1905 dalla guerra russo-giapponese a fini espansionistici ma anche perché i ministri e lo zar ritenevano che chiamare il popolo attorno alla bandiera avrebbe allontanato le masse dall'idea della rivoluzione; ma il conflitto si risolse in un disastro per le forze imperiali, sconfitte sia sul mare che sulla terra.

La rivoluzione ebbe i suoi primi effetti nel 1905, il 22 gennaio ebbe luogo la “domenica di sangue”: una manifestazione popolare pacifica di 150 mila persone davanti al palazzo di inverno, allo scopo di presentare una petizione allo zar, la folla fu però dispersa tramite l'uso di mitragliatrici, che causarono centinaia di morti e feriti. Ma questa una delle tante rivolte popolari che caratterizzano mote città e anche le campagne, celebre l'episodio della corazzata Potemkin, che si ammutinò alla fonda nel Mar Nero.
Così a San Pietroburgo nacque, per iniziativa dei menscevichi, il primo soviet, ovvero un organo di rappresentanza degli operai e dei contadini, che si auto-organizzano in consigli. Questi soviet rappresentarono sempre di più una nuova forma di democrazia spontanea e dal basso, e si estesero immediatamente in molte località della Russia. Nicola II promise al popolo, dopo uno sciopero generale di grande successo, la convocazione di un'assemblea rappresentativa, la Duma, alla quale era affidato il potere legislativo, e aveva il compito di trasformare l'autocrazia in monarchia costituzionale. Nonostante ciò alla fine della guerra con il Giappone, le truppe rientrate dal fronte repressero militarmente le agitazioni rivoluzionarie sotto ordine dello zar, e la Duma, eletta nel 1906, non ebbe alcun peso: il governo era responsabile soltanto davanti allo zar, dunque l'assemblea non poteva influenzarne le decisioni, quindi la Duma non poté fare altro che esprimere il proprio dissenso verso le scelte della corona.

In questi anni l'unico politico che seppe far fronte a questa situazione fu il primo ministro Stolypin, conservatore e fautore di un assolutismo illuminato, ma consapevole che la Russia aveva bisogno di un programma di riforme. Egli sosteneva l'emergere di forze politiche del centro, capaci di favorire la modernizzazione senza cedere agli estremismi rivoluzionari né a quelli reazionari. Da un lato egli represse ogni sussulto di ribellione arrestando gli oppositori, censurando la stampa e promuovendo la russificazione delle minoranze etniche. Dall'altro però varò misure atte ad alleviare la tensione sociale, tra cui la riforma agraria nel 1907, che favoriva la formazione di un ceto di piccoli agricoltori proprietari, al fine di diminuire le spinte rurali alla rivolta. Stolypin tuttavia apparve troppo progressista alla corte e troppo autoritario alla Duma, e finì per essere assassinato da un rivoluzionario nel 1911.

I rivoluzionari russi si ispirarono all'opera di Karl Marx, che per primo aveva teorizzato il comunismo: esso avrebbe, secondo Marx, caratterizzato la fase successiva al crollo della della società capitalistica provocato dalle sue contraddizioni interne, di conseguenza il comunismo si sarebbe realizzato nei paesi che avevano il sistema di fabbrica più avanzato. La rivoluzione russa apparve così come un paradosso, perché trionfò in un paese in cui gli operai erano una minoranza rispetto alla maggioranza della classe lavoratrice, composta di contadini, inoltre il settore industriale non era quello trainante in Russia ed era gravemente arretrato. Le fabbriche erano territorialmente concentrate attorno alle città di Mosca e San Pietroburgo e attorno alle zone ricche di materie prime, inoltre erano finanziate da investitori esteri, soprattutto francesi, i cui capitali erano garantiti dallo zar. Tutto ciò era accompagnato dalla mancanza di una classe imprenditoriale locale: gli stranieri finanziavano le grandi imprese, mentre le piccole e medie aziende erano relativamente poco diffuse.

Nell'estate del 1914 le condizioni della Russia non consigliavano di entrare in guerra, ma Nicola II era favorevole all'intervento per molteplici ragioni: egli voleva realizzare i suoi tradizionali obbiettivi espansionistici nei Balcani, desiderava stringere ulteriormente i legami con le potenze capitalistiche, dato che la Francia finanziava le sue industrie, e infine era convinto che il patriottismo bellico avrebbe spinto le masse russe a schierarsi dalla parte dei Romanov, allontanando il pericolo di una rivoluzione interna. La decisione di Nicola II fu appoggiata dal Partito cadetto, dai socialrivoluzionari e dai menscevichi, i quali erano convinti che la guerra avrebbe portato il regime sulla strada delle riforme, indispensabili per guadagnare il consenso della popolazione allo sforzo bellico. Questa speranza si rivelò però illusoria, perché lo zar prese la guerra come pretesto per reprimere duramente ogni dissenso interno.
In seguito alle gravissime sconfitte militari la Russia cadde in una grave crisi, in particolare la lontananza di contadini che erano andati al fronte ridusse in modo sensibile la produzione agricola e ciò portò le città alla fame, mancavano i generi di prima necessità e il costo della vita era aumentato del 700%. Il malcontento popolare portò quindi alla rivoluzione.
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