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È un evento che ha cambiato il modo di concepire la storia e il modello della rivoluzione russa costituirà un riferimento importante dopo la Prima guerra mondiale perché scoppieranno tentativi rivoluzionari simili a quello russo che però non avranno l’effetto sperato. Forse la principale ragione per la quale nasceranno i fascismi in Europa risiede nella volontà di contrapporre ai partiti comunisti e socialisti una dittatura che impedisse scioperi, lotte e manifestazioni.
Nel 1919 venne istituita la III Internazionale comunista: la Russia si pose come paese che aveva lo scopo di guidare le rivoluzioni creando un corpo comunista che agisse in tutti i paesi europei secondo una determinata strategia avvalendosi di tutti i partiti.
All'inizio del 1917 l'Impero russo, che da tre anni combatteva nella Prima guerra mondiale come membro della Triplice Intesa, era stremato: le perdite ammontavano a più di sei milioni tra morti, feriti e prigionieri mentre le condizioni del popolo si aggravavano fortemente.

Il regime zarista, chiuso a riccio nella difesa del principio dell'autocrazia, aveva ormai perso del tutto il contatto con la realtà della Russia. Nel 1861 era stata formalmente abolita la schiavitù della gleba dallo zar Alessandro II in un paese feudale in cui esistevano pochi grandissimi latifondisti che erano poi le grandi potenze russe. Nel 1903-1904 la Russia si cimentò in un conflitto col Giappone per il controllo della Manciuria che perdette e dimostrò che il mito dell’invincibilità bianca era infondato. La Russia era infatti caratterizzata da una impreparazione militare e inadeguata forza militare per sostenere una guerra, cosa che si ripresentò nella Grande guerra: una delle cause della rivoluzione fu infatti l’esito disastroso dell’entrata nella Prima guerra mondiale.
Lo zarismo fu un regime definito autocratico, dispotico, negatore di ogni forma di partecipazione, un regime iniquo in un paese politicamente parlando complesso. Dette il meglio di sé nel 1905 nella cosiddetta ‘domenica di sangue’ durante la quale scoppiò un primo tentativo rivoluzionario per chiedere pane e lavoro. Le masse guidate pacificamente dal pope Gapon andarono sotto il Palazzo d’Inverno a supplicare lo zar affinché desse loro condizioni di vita migliori convinti che questo, qualora fosse stato a conoscenza delle loro difficili condizioni di vita, avrebbe tentato di migliorarle. Per questo i manifestanti portarono una petizione con oltre 130.000 firme, in cui chiedevano l'attuazione di riforme economiche e politiche: la riduzione dell'orario di lavoro a otto ore, il salario minimo giornaliero, la convocazione di un'assemblea costituente. Per tutta risposta, i fucili delle truppe imperiali fecero fuoco sulla folla, lasciando sul terreno oltre duemila feriti e centinaia di morti.
L’ultimo zar, Nicola II negò qualsiasi possibilità di avere un Parlamento (e siamo nel 1900, quando in Europa esistevano ovunque mentre in America esisteva dal 1776) e le insurrezioni spesso volute dalla classe borghese puntarono a ottenere la Duma. Per questa ragione lo zar, dopo il 1905 fu costretto a concedere un parlamento che appena poté ritirò, fino a che l’ultima concessione fatta di una Duma, un’assemblea elettiva, fu organizzata in maniera tale da concedere agli aristocratici un diritto di voto che valesse 5 volte in più rispetto al popolo. Lo zarismo garantì il dominio incontrastato della classe aristocratica.
Quella che si intende per rivoluzione russa è la seconda rivoluzione russa perché nel 17 si compirono due fasi rivoluzionarie: una prima fase nel febbraio del 17 ad opera di forze democratiche borghesi contro la guerra: una ribellione anti-zarista volta ad attaccare un regime fallimentare con l’instaurazione di un regime provvisorio parlamentare democratico borghese; nella seconda fase, la rivoluzione d’ottobre, la rivoluzione è definita socialista: prenderà piede guidata da Lenin che instaurerà il socialismo. Questa seconda fase aveva a cuore non tanto l’instaurazione di un parlamento quanto l’instaurazione di un regime che desse giustizia alle masse russe vessate.
Sul piano economico la Russia era un paese feudale o semifeudale caratterizzato da questa enorme proprietà latifondista. In questo contesto iniziò un timido processo di industrializzazione: ad opera di Vitte vennero instaurati rapporti con l’Europa che porteranno alla costruzione dei primi stabilimenti industriali in zone strategiche con un indebitamento con gli europei. Fu comunque un’industrializzazione a macchia di leopardo: pare che agli inizi della rivoluzione gli operai fossero solo 3 milioni, una minoranza della popolazione. Venne varata anche una riforma agraria, la riforma Stolypin dal nome del ministro che la volle: la riforma fece sì che 10.000 ettari di terra che appartenevano ai mir fossero dati ai contadini in proprietà privata. I mir erano comunità di villaggio, arcaiche strutture feudali in virtù delle quali la gente lavorava una superficie della terra mettendo insieme quei pochi attrezzi senza che esistesse una proprietà privata ma l’uso di una superficie agricola ai fini della sopravvivenza. La riforma aveva l’ambizione di lanciare la moderna proprietà privata nella speranza che fosse possibile rapportarsi alla terra non solo in maniera di sopravvivenza ma anche di commercio nella convinzione che l’avvento della proprietà privata potesse dar vita a un processo di migliore lavorazione della terra. In realtà poi questi 10.000 ettari finirono nelle mani di sole 30.000 famiglie. Lo zarismo era molto dispotico e la corte a sua volta molto corrotta mentre la Russia versava in condizioni economiche drammatiche: i lavoratori percepivano salari da fame e i contadini versavano in condizioni drammatiche: ad una ricchezza mostruosa dell’élite corrispondeva una povertà spaventosa delle masse.
In questo contesto la riforma Stolypin creò un ceto di piccola e media proprietà terriera che prese il nome di Kulaki, proprietari terrieri contro cui Stalin condurrà una fortissima battaglia nel paese. Ma la stragrande maggioranza della popolazione era povera e viveva nei mir, in un contesto caratterizzato da un clima difficile. A questo si aggiunga la quarta classe sociale che venne a crearsi, la classe borghese, a seguito dell’insediamento delle fabbriche, queste realtà produttive favorite da capitale straniero e quindi da un ulteriore indebitamento. (aristocrazia, kulaki, borghesia, contadini poveri-mir).
La situazione sul piano politico era instabile: c’erano numerose proteste che univano un ampio fronte che andava dalla classe borghese i quali chiedevano di poter determinare le scelte economiche del paese e si batterono per poter avere la Duma, ai contadini poveri. Alla vigilia della rivoluzione del 17 la Duma era dominata e controllata dalla classe aristocratica cui furono attribuite delle prerogative di voto che pesavano molto di più rispetto a quello borghese. La Duma infatti non solo era prerogativa assoluta dello zar ma era anche precaria e dominata da interessi dell’aristocrazia. Per queste ragioni la società venne attraversata da molte rivolte ma anche da molti atti terroristici: c’era una sorta di organizzazione politica che teorizzava l’attentato terroristico quindi un’azione violenta condotta individualmente avente come scopo quello di colpire per creare paura. Questa formazione politica aveva delle nervature anarchiche, populistiche. Spesso sono chiamati nichilisti e teorizzarono che in una situazione come quella russa, la controparte non potesse che servirsi di azioni individuali e terroristiche per creare paura per l’impossibilità di combattere contro lo zarismo ad armi pari.
Tra la fine dell’800 e gli inizi del 900 si venne a costituire il Partito Cadetto della nascente borghesia che voleva istituire un sistema democratico borghese fondato su un parlamento elettivo rappresentativo dei bisogni del paese. Il partito social democratico russo nacque nel 1878 e nei primi anni del 900 si divise in due: la minoranza rappresentata dai menscevichi e la maggioranza dai bolscevichi. Questa divisione derivava da una diversa concezione del partito e degli obiettivi da raggiungere nella situazione russa del tempo. Tra i temi più critici e discussi c’era il ruolo del partito e l’obiettivo tattico da raggiungere rappresentato dalla necessità di raggiungere una rivoluzione di tipo socialista ritenendo però che lo sviluppo industriale fosse molto arretrato, che non si fosse costituita una classe operaia e che quindi l’arretramento unito al fatto che la classe operaia fosse minoritaria faceva convogliare sulla impossibilità di porsi come obiettivo quello di organizzare una società socialista e che fosse necessario passare per una fase intermedia parlamentare.
La teoria marxista si regge su questa visione del processo storico a tappe secondo cui la storia si svolge a fasi precise: società primitiva, feudale, borghese/capitalistica e socialista. Ma i socialisti discussero molto sulla possibilità di passare da una società senza passaggi intermedi e questa questione li contrappose tra loro, li divise con diverse soluzioni.
I massimi dirigenti politici dell’epoca erano Plechanov, Kerenskij e Lenin (fondatore dei bolscevichi, la sinistra russa, l’ala dominante che guiderà la rivoluzione di ottobre il quale ritenne che fosse possibile passare da un sistema feudale a uno socialista).
In questo dibattito influì molto il peso che aveva la classe operaia nella storia tanto Lenin proporrà l’alleanza operai-contadini.
La questione di maggior urgenza era la questione del partito: Lenin nel 1903 scrisse ‘Che fare?’, un’opera riguardante il problema dell’organizzazione politica. Occorre sì o no un partito socialista? E come deve essere? Un problema enorme di fronte al quale Lenin sosterrà la necessità di darsi una struttura di partito molto precisa. La concezione leninista del partito, la concezione che tutti i partiti comunisti dopo questa teorizzazione hanno fatto loro, si fonda sull’idea che occorra un partito per organizzare le forze rivoluzionarie, la lotta, la protesta. Presupponeva la necessità di una struttura organizzativa preposta alla lotta e riteneva che il partito comunista o socialista dovesse essere l’avanguardia cosciente e organizzata del proletariato, la parte cosciente, politicamente e culturalmente preparata. È il proletariato che da in sé diventa in sé e per sé. È un partito di élite, di quadri politici, di dirigenti che sanno non di massa ma è un’avanguardia quindi élite organizzata: non è un movimento spontaneo.
Sarà Togliatti, segretario del partito comunista italiano che nel 1960-70 teorizzerà che nel partito potranno entrare anche coloro che marxisti non erano, e il partito diventa di massa. Questo orientamento di Togliatti sarà molto seguito: le conseguenze furono molteplici e il partito comunista iniziò a diffondersi in settori in cui inizialmente non era radicato. In compenso la linea politica marxista venne progressivamente messa da parte e cominciò a farsi strada una visione riformistica, talmente tanto riformistica che quando saltarono i regimi assolutistici nel 1991 fu sciolto il partito comunista italiano e questo esempio fu seguito da moltissimi paesi europei. In Spagna e i Francia rimasero come anche la ‘linke’ tedesca. Mentre in America si assistette alla stagione del maccartismo: il senatore McCartney lanciò un’offensione anticomunista sostenendo che vi erano comunisti nascosti che operavano a favore dell’unione sovietica: tant’è vero che in America non nasce nemmeno il comunismo.
Per quanto riguarda l’organizzazione interna Lenin propose il cosiddetto centralismo democratico: le decisioni devono essere discusse a tutti i livelli del partito democraticamente e la decisione finale deve essere vincolante per tutti e in questo modo non possono esistere correnti, partiti nei partiti: alla fine bisogna sostenere la decisione scelta dal comitato centrale.
Un’altra questione è quella relativa alla dittatura del proletariato: Lenin sosterrà in base a quello che era secondo lui il pensiero marxista, che una volta fatta la rivoluzione, questa instaurasse la maggiore democrazia possibile che però non era la democrazia perfetta ma la dittatura del proletariato. Bisogna rovesciare la piramide della società capitalistica che vede al vertice un 1% che comanda e il 90% della popolazione povera e sfruttata. Quando fai la rivoluzione porti al governo il 90% sull’1%: questa si chiama dittatura del proletariato nel senso che la maggioranza esercita la dittatura anche sulla minoranza e per fare questo vengono espropriate le ricchezze ai ricchi. Non è perfetta perché rimane una dittatura esercitata dalla maggioranza attraverso lo stato socialista insieme al partito comunista. Il marxismo e il leninismo ritengono che tra capitalismo e comunismo vi debba essere il socialismo capitalista. Si transita dalla società capitalista a quella comunista attraverso quella socialista dove c’è la dittatura del proletariato. Gli anarchici invece volevano saltare questa fase. Nessun paese ha però attuato la società comunista, tutti quelli in cui il socialismo si è affermato non sono riusciti a trasformarsi in comunismo a causa della corruzione. C’è chi sostiene che sia un’utopia: l’errore del marxismo è quello di essere un perfettissimo tant’è vero che al 89 al 91 tutti i partiti socialisti sono saltati evidenziando caratteri di corruzione inenarrabili.
Nella società russa si vennero a creare dei soviet, dei consigli di operai, contadini e soldati che rappresentavano dal basso la gente. La democrazia consigliare consiste infatti nell’instaurazione di forme di partecipazione dirette dal basso in cui i cittadini esercitarono il ruolo dicendo cosa pensavano dei problemi. Gramsci lo riprenderà in Italia creando nelle fabbriche al nord i consigli di fabbrica.
Nel febbraio 17 si compie la prima fase della rivoluzione che ha molte cause alla sua base. La principale è rappresentata dalla guerra. Già nella guerra nipponica russo-giapponese la Russia evidenziò la sua assoluta e fallimentare preparazione militare nel senso che non disponeva delle industrie per far fronte a questo sforzo bellico. Lo sfracello cui la Russia andò incontro fu la causa principale dello scoppio della guerra. Si aggiunga l’insofferenza di molti strati sociali, come la classe borghese nei confronti di un regime come quello zarista.
La rivoluzione propagò molto rapidamente, instaurò un regime di tipo democratico borghese e venne instaurata la Duma. Venne istituito un governo provvisorio dato da Lvov a cui parteciparono menscevichi, i cadetti e i socialisti rivoluzionari mentre i bolscevichi no, che indusse Nicola II ad abdicare. Mentre lo zar e la sua famiglia venivano arrestati si verificò una situazione paradossale di doppio potere: da un lato il potere rappresentato dalla rivoluzione (del governo provvisorio) e quindi dalle nuove istituzioni liberali; dall’altro il contropotere rappresentato dai soviet che avevano cominciato a nascere nel 1905 e che si diffusero tanto da diventare delle cellule vive e accese dopo lo scoppio della rivoluzione nel 17.
In questo contesto Lenin, che nel marzo ritornò dall’esilio cui era stato condannato per ragioni politiche, scrisse un articolo dal titolo ‘Tutto il potere ai soviet’ in cui sostenne che la rivoluzione di febbraio fosse inadeguata da un punto di vista istituzionale al processo di partecipazione democratica nel paese. Quelle istituzioni come la Duma erano insufficienti e arretrate rispetto al molto avanzato processo di partecipazione dal basso del paese. Il leader bolscevico Lenin sostenne la necessità di trasformare la rivoluzione borghese di febbraio in Rivoluzione Proletaria, guidata dai Soviet che mirava alla instaurazione di una società comunista.
Lenin sostenne che il potere dovesse essere tenuto dai soviet e che le istituzioni di uno stato andassero costituite attraverso una democrazia diretta che è quella dei soviet, non attraverso forme di democrazia rappresentativa. In questo caso secondo il pensiero marxista non è mai una reale forma democratica perché le istituzioni sono sempre espressione delle classi dominanti, di interessi economici precisi e va al potere chi ha più appoggi economici. La visione marxista andò nella direzione di dire che il tipo di stato fondato su istituzioni non è realmente democratico perché rappresentativo sempre e solo di una parte dominante e non dell’intera popolazione. Lo stato liberale si presenta come super-partes, avente valore universale ma secondo l’analisi marxista questo stato è espressione delle classi dominanti. Se da una parte nel paese reale vi sono molte sofferenze, dall’altra il paese legale e istituzionale non rappresenta davvero il volere della gente tant’è vero che il governo provvisorio che si costituì all’indomani della rivoluzione per ragioni di interesse economico del Partito Cadetto non proclamò l’uscita dalla guerra della Russia e nemmeno i provvedimenti andarono nella direzione di varare una riforma agraria.
I delegati dei soviet rappresentavano i cittadini in base alle loro esigenze mentre l’altro sistema si basava su delle istituzioni elette sulla base di rappresentanza che veniva dai partiti. L’idea fu quella di istituire una struttura sovietica che si basasse sui delegati dei soviet, delegati non in virtù dell’appartenenza a un partito politico ma in virtù del valore delle proposte. Effettivamente la vera democrazia si ha laddove si ha un sistema multipartitico o quando la gente si autorappresenta? Cos’è più democratico? La democrazia partecipata e diretta o la forma dei partiti? La questione riguardo l’effettivo grado di rappresentatività dei partiti è il limite del sistema democratico borghese anche se si dice che sia il più democratico possibile perché espressione di una pluralità di partiti.
Nei fatti però i partiti comunisti in mano a una casta hanno condizionato i risultati di coloro che dovevano essere delegati alla rappresentazione della popolazione. Teoricamente il modello sovietico è quello che si dovrebbe basare su questa forma di democrazia diretta mentre nella visione leninista vi è la dittatura del proletariato che è il rovesciamento dei rapporti in cui la maggioranza esercita una dittatura sulla minoranza. Dopo la rivoluzione d’ottobre vennero eliminati tutti i partiti tranne quello comunista bolscevico.
La dittatura avvenne attraverso due forme di controllo: lo stato socialista, che socializzava i grandi mezzi di produzione nell’attesa che il popolo fosse pronto a passare alla fase comunista perché capace di autogovernarsi e il partito comunista che doveva garantire che il processo di costituzione di uno stato socialista avvenisse e si concretizzasse impedendo che si creassero delle controrivoluzioni perché rischio era che le forze sconfitte tentassero di riprendersi il potere.
Il 4 aprile 1917, alla conferenza del partito bolscevico Lenin espose quelle che sarebbero diventate le dieci linee guida del partito per i mesi futuri, conosciute come le "Tesi di Aprile" in cui egli non volle elaborare un vero e proprio programma socialista, ma lanciò l’idea ‘tutto il potere ai soviet’, NO alla democrazia parlamentare e NO al governo provvisorio.
Il proletariato doveva porre fine al dualismo dei poteri, abbattendo il governo provvisorio, borghese, e trasferendo tutto il potere ai soviet. La tesi consisteva nel rovesciamento della democrazia parlamentare, del modello democratico borghese perché in apparenza democratica mentre in realtà rappresentante degli interessi delle classi dominanti. Occorreva che andassero al potere le classi che fino ad allora erano state dominate e sfruttate.
La guerra doveva essere immediatamente fermata per giungere ad una pace senza profitti per alcuna delle parti. Un’uscita dalla guerra rinunciando ad ogni annessione senza chiedere nulla. Lenin usa il termine ‘rottura con’: non mediazione ma rottura. Alla gente che pensava che occorresse accontentarsi spiega il legame che intercorre tra la guerra e le classi dominanti: la guerra è sempre di natura capitalistica, imperialistica, non esiste nessuna guerra che sia utile al popolo. Siccome la rivoluzione di febbraio non produsse l’uscita della Russia dalla guerra era necessario che si combattesse la politica imperialistica. La ragione principale per cui contestò la rivoluzione di febbraio è rappresentata dal fatto che il nuovo governo non fece uscire la Russia dalla guerra.
Lenin esige il passaggio dal primo momento della rivoluzione che ha dato il potere alla classe borghese alla seconda fase che lo deve dare al proletariato.
I soviet si erano diffusi ma l’influenza del partito bolscevico era minoritaria, prevaricava l’influenza dei menscevichi o dei rivoluzionari. La seconda fase della rivoluzione fece sì che i soviet diventassero una nuova forma di governo: occorreva modificare tutta la burocrazia dello stato che percepiva stipendi salariati alti e bisognava sopprimere tutte le istituzioni precedenti. Lo stato confiscò allora tutte le grandi proprietà fondiarie e propose una nazionalizzazione dei mezzi di produzione che divennero dello stato, non ancora degli operai (collettivizzazione). Le terre confiscate vennero divise in unità e date in lavorazione ai contadini e i soviet dovevano istituire su di essere un controllo. Occorreva che il nome del partito cambiasse e cambierà nel 18 diventando Partito Comunista Russo, e poi occorreva ricostituire l’internazionale socialista perché Lenin presagì che la Russia non potesse rimanere sola e avesse bisogno della solidarietà degli altri paesi.
Lenin sostenne che lo stipendio dei funzionari non potesse superare quello di un operaio, la fusione e la nazionalizzazione di tutte le banche che diventano dello stato e propose di creare una banca centrale sottoposta al controllo degli operai (all’interno della quale tutti i conti vennero congelati).
In Francia nel 1789 le grandi proprietà terriere vennero strappate ai nobili con un passaggio di proprietà privata dalla nobiltà alla borghesia. Tant’è vero che poi quando i nobili pretesero di riavere i loro beni e si aprì un contenzioso e nel 1831 scoppiò la rivoluzione perché Carlo X dopo il congresso di Vienna propose la legge del miliardo: che venissero cioè risarcite le famiglie nobili per aver perso le loro terre, e i francesi gli rifecero la rivoluzione del ’31.
A Pietrogrado nel giugno-luglio 1917 si tenne il Primo Congresso di Soviet corso del quale emerse che l’impronta del partito bolscevica era minoritaria (115) rispetto ai 200 deputati del socialismo rivoluzionario ai 200 menscevichi. Si decise allora di andare ad un governo stabile con Kerenskij, espressione dell’ala bolscevica che non verrà approvato dai bolscevichi perché chiuso all’interno di interessi diversificati e soprattutto perché non prese decisioni sulla guerra. Dovette anche affrontare il tentativo di colpo di stato da parte di Kornilov, un generale di parte zarista dinnanzi al quale i menscevichi si allearono ai bolscevichi e furono poi accusati di disfattismo
Con il passare dei mesi le contraddizioni insite nella complessa situazione della Russia dopo il febbraio 1917 si facevano sempre più evidenti. Un moto spontaneo di operai che chiedevano condizioni di vita migliori, di soldati che chiedevano la fine della guerra e di contadini che rivendicavano il possesso della terra, aveva portato al potere uomini che intendevano continuare la guerra, tenendo fede agli accordi con le potenze dell'Intesa e che non avevano alcuna intenzione di cedere le proprietà personali. Questo portò alle cosiddette ‘Giornate di luglio’. I soldati di stanza a Pietrogrado insorsero contro il governo: il 3 luglio, si recarono, nell'ambito di una manifestazione di protesta, alla sede del partito bolscevico chiedendo l'abbattimento del governo provvisorio. I bolscevichi, pur ritenendo prematura l'azione, non osarono opporsi al volere delle masse e diedero inizio ad un tentativo rivoluzionario, che venne però rapidamente represso.
In seguito a questi fatti il partito bolscevico venne messo praticamente fuori legge ed i suoi dirigenti arrestati o costretti alla fuga. Lenin riparò in Finlandia, ad Helsinki, accusato dal governo Kerenskij di aver preso soldi dall'imperatore tedesco per finanziare un colpo di Stato bolscevico in Russia. Il fallimento del tentativo rivoluzionario di luglio convinsero il governo provvisorio che ormai il momento rivoluzionario era concluso ma la repressione delle azioni contadine, la soppressione della propaganda bolscevica e le misure per riportare all'obbedienza le truppe, tra cui la reintroduzione della pena di morte, e soprattutto la volontà di continuare la guerra contro i tedeschi a fianco delle potenze dell'Intesa fecero rapidamente perdere a Kerenskij il credito che fino a quel momento aveva avuto presso le masse.
L’opera ‘Stato e Rivoluzione’ fece teorizzare a Lenin nel 17 che occorreva, in caso di rivoluzione socialista, mantenere lo stato ed egli, ritornato dall’esilio disse: ‘o la dittatura di Kornilov o del proletariato’. Propose la necessità di una seconda ondata rivoluzionaria socialista, cosa che accadrà nei primi giorni di novembre per instaurare una dittatura del proletariato, lo stato socialista.
Il 24 ottobre i bolscevichi cominciarono ad occupare i punti nevralgici ed emblematici della capitale (come il Palazzo d’Inverno a Pietroburgo, simbolo del potere zarista) dando vita alla rivoluzione d'ottobre senza incontrare quasi resistenza. Nella giornata del 25 la situazione era ormai disperata per Kerenskij, che fuggì dalla città. I ministri invece si barricarono nel Palazzo d'Inverno, ma la loro resistenza venne sopraffatta in poche ore. La sera dello stesso giorno Lenin poté annunciare la presa del potere al Secondo Congresso dei Soviet e in questa sede vennero approvati i primi provvedimenti, come il trasferimento del potere ai soviet, ed i provvedimenti sulla pace con la Germania e la distribuzione della terra ai contadini.
Venne istituito il Consiglio dei commissari del popolo (governo) e il Comitato militare rivoluzionario mentre decreti importanti andarono nella direzione di requisire la grande proprietà privata agricola, attribuita per un 10/11% allo stato e per un 78% a forme di cooperative agricole. Si volle concedere la libertà di coscienza e di religione e fare in modo che le solennità dello stato non fossero più accompagnate da riti religiosi con una scuola separata dalla chiesa cosicché le organizzazioni religiose non godessero di nessun finanziamento né potessero pretendere delle decime e le proprietà ecclesiastiche (i beni immobili) vennero requisite. Inoltre ci fu un decreto che stabilì la nazionalizzazione delle banche e tutte le banche private vennero alla banca di stato garantendo gli interessi dei piccoli clienti. Inoltre venne organizzata la polizia politica, la ceca che aveva lo scopo di impedire che la controrivoluzione potesse estendersi.
Menscevichi, socialisti rivoluzionari e cadetti boicottarono il progetto, furono nemici della rivoluzione, rappresentarono il fronte dell’opposizione: occorreva che la composizione dell’assemblea costituente fosse collaborativa col partito bolscevico mentre in realtà solo il 25% dei deputati si espresse a favore dei bolscevichi. Il partito si era impegnato a promettere l’assemblea costituente nel periodo tra febbraio e ottobre ma tra gli eletti la maggioranza andò ai socialisti rivoluzionari mentre i bolscevichi ebbero ¼ dei seggi. Alla luce dei risultati fu chiaro che l’assemblea costituente sarebbe stata piattaforma per le opposizioni ai soviet. Per questa ragione Lenin sciolse l’assemblea sostenendo che questo risultato avrebbe portato alla vecchia forma di democrazia parlamentare borghese e avrebbe tolto potere ai soviet e giustificò la sua scelta dicendo che, avendo la rivoluzione borghese russa esaurito ogni energia, la soluzione era voltarle le spalle e continuare sulla via del socialismo: accettare decisioni dell’assemblea avrebbe significato voltare le spalle ai proletari.
Questo portò alla rottura tra bolscevichi e menscevichi e alla condanna definitiva dell’assemblea costituente, ormai anacronismo, perché avrebbe significato arretrare rispetto alla situazione più avanzata che si era venuta a creare con instaurazione dei soviet.
Nel marzo 1918 la Russia uscì dalla guerra rinunciando a tutte le repubbliche baltiche. Poco prima Lenin aveva mandato appello ai popoli affinché si battessero nei propri paesi contro la guerra e perché i trattati di pace fossero stipulati senza annessioni, senza perdita di territori dei vinti. Non ci fu però adesione a questo appello e la Russia firmò la pace di Brest-Litovsk.
Nel frattempo le truppe dell’intesa che minacciavano di entrare in territorio russo furono dislocate ai confini (nord, sud-ovest, est): volevano sradicare la rivoluzione per evitare che dilagasse in Europa. La reazione da parte dell’esercito zarista che tentò di riprendere il potere in Bielorussia e in Ucraina (Russia bianca) fu forte e drammatica. Contemporaneamente si formano dei vasti tentativi controrivoluzionari: da un lato vi erano i tentativi di rovesciamento da parte di truppe filo zariste (zone bianche perché sono fedeli allo zar) mentre dall’altro le truppe stavano accerchiando il paese: motivano la loro presenza con il tradimento della Russia che aveva lasciato la guerra ma la vera ragione era la paura che la rivoluzione uscisse dai confini. Il tentativo era quello di creare una sorta di cuscinetto attorno alla Russia: in realtà in modello russo si propagherà in tutta l’Europa.
All’indomani del blocco che le grandi potenze dell’intesa avevano costituito ai confini della Russia che faceva diventare drammatica la situazione economica interna e che rendeva la sopravvivenza economica difficile vennero adottati due differenti indirizzi economici. Il primo fu il comunismo di guerra che impose requisizioni forzate di beni di prima necessità, di prodotti e grano che incontrarono una debole risposta da parte del mondo contadino che una volta vigenti i decreti del 17, attuano l’abolizione di canoni d’affitto coltivando l’idea di poter avere proprietà private. Questa una politica economica che durò dal 18 al 20 che consistette in un forte dirigismo dello stato in materia economica. C’erano le condizioni per instaurare un regime comunista però le vicende legate alla Prima guerra mondiale indussero a varare questa politica economica che instaurasse un regime economico pilotato dallo stato che negava la libera iniziativa privata. Lo stato si preoccupò di garantire l’approvvigionamento alimentare della popolazione e i costi di guerra: consistette nell’obbligo rivolto alla media proprietà contadina di consegnare larga parte del loro raccolto allo stato affinché lo stato provvedesse alla redistribuzione del raccolto. In risposta i contadini smisero di produrre: producevano solo per loro stessi e questo comportò un massacro dal punto di vista economico-sociale.
CREARE UNA SOCIETÀ SOCIALISTA È DIFFICILE. Capiranno che l’instaurazione di una società socialista è un progetto utopistico e impossibile a realizzarsi perché la natura umana è lavorare e produrre per sé. I maggiori detrattori del pensiero socialista fondano le loro critiche su questa visione dell’uomo: l’uomo tende a lavorare di più se il lavoro è legato al loro interesse perché ‘ognuno di noi dà il meglio di sé se per sé’.
A partire dal 21 fino al 27 venne attuato un indirizzo economico diverso chiamato NEP, una nuova politica economica con il tentativo di mettere in relazione gli interessi privati e quelli collettivi. Fu trovata una sorta di traduzione attraverso l’accentramento nelle mani dello stato delle grandi fabbriche siderurgiche-meccaniche di beni strutturali, attrezzature, fabbriche e strade, una parte dei beni legati alla terra e tenne in mano anche tutto il problema dell’elettricità del paese. Le fabbriche che producevano beni di consumo venero lasciate alla libera iniziativa privata. Si instaurò un regime sul piano economico misto: le grandi fabbriche e i grandi appezzamenti terrieri diventarono di proprietà dello stato mentre il resto venne lasciato all’iniziativa privata e quindi venne consentito che si costituissero piccole e medie imprese e piccola e media proprietà agricola, e le grandi cooperative in cui la terra era in uso ai contadini, grandi terre che lo stato aveva espropriato alla nobiltà date in conduzione ai contadini che avevano in comune gli attrezzi.
Un contro di questo sistema consisteva nel fatto che la libera iniziativa privata fosse dominata perché in quel caso chiunque poteva mettersi a produrre o vendere indipendentemente dallo stato mentre in un sistema socialista prevale il dirigismo politico economico e lo stato pianifica il fabbisogno necessario. Nel capitalismo invece c’è quella che Marx chiamerà anarchia di produzione che si fonda sull’iniziativa privata che la fa da padrone. Lo stato non può intervenire se non attraverso politiche protezionistiche come fece De Pretis. Con la NEP c’è un predominio della grande proprietà statale e all’interno di questo c’è una libera concorrenza nella convinzione che un uomo che ha la sua fabbrica produce di più e meglio e infatti la NEP produsse dei risultati migliori.
Stalin varò i cosiddetti piani quinquennali, una pianificazione tipica di un regime socialista. In base a questi veniva dato impulso all’agricoltura o all’industria. Nel regime liberista o capitalistico invece non esiste lo stato: alla pianificazione corrisponde la libera iniziativa privata che ha sempre 2 problemi:
1. la concorrenza
2. l’anarchia della produzione.
La minaccia del socialismo è che vi sia uno stato eccessivamente dispotico che non permetta la capacità individuale come la creatività, e un dirigismo da parte dello stato. Questi regimi sono crollati consegnando un bilancio economico deludente perché NESSUNO FACEVA NIENTE ma quello che è accaduto è attribuibile più ad una degenerazione burocratica e dispotica che non al fallimento di un’idea.
Venne ripristinata nel 1919 l’Internazionale comunista dal bisogno della Russia di uscire dall’isolamento che rimase in piedi fino alla Seconda guerra mondiale avente come direzione politica quella di Lenin. I partiti di ispirazione marxista vennero invitati a darsi una precisa denominazione ed essere partiti comunisti in maniera di creare un evidente ed esplicito campo socialista in campo internazionale. Furono tutti invitati a tenersi coordinati per muoversi insieme. Nel 1922 nascerà l’URSS, l’unione delle repubbliche socialiste sovietiche che annetterà tutta una serie di regioni tra cui la Georgia, l’Ucraina e l’Azerbaijan che andarono a costituire uno stato federale in cui lo stato aveva la competenza esclusiva su alcune voci (politica estera, economica e difensiva), mentre su tutte le altre materie gli stati avevano libertà di autonomia legislativa. La costituzione di questa unione era fondata sui soviet e dai soviet su base locale, regionale, nazionale venivano eletti delegati che andavano a far parte del Congresso dei soviet, un organo avente potere legislativo. Questa struttura nominava una sorta di ‘presidium’ o governo e questo nominava un ‘polit bureau’, un ufficio supremo costituito da 4 uomini tra cui Lenin, Stalin e Tolksin. In realtà il polit bureau rappresentava il partito comunista perché fu l’unico partito a non essere sciolto e la sua esistenza fu giustificata in quanto serviva a educare e formare in senso comunista le masse. La ragione discendeva dalla necessità di garantire la sopravvivenza della rivoluzione. Il partito comunista aveva una funzione di direzione politica, nessuna funzione istituzionale. Cercò di mettere dentro le istituzioni i suoi uomini con un’idea politica intesa come fisica del potere: governi se conquisti il potere. Questo meccanismo accadrà nelle repubbliche sovietiche che vennero annesse ma è anche quello che avverrà nei paesi socialisti che nasceranno in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Questi comunisti divennero corrotti, burocrati con sete di potere.
Alla morte di Lenin nel 24 subentrò Stalin. Lo stalinismo aprirà una lotta all’interno del partito comunista, uno scontro tra visioni diverse: ci furono posizioni di destra e di sinistra ma Stalin represse entrambe. Una delle vittime fu Trockij, uno dei padri della rivoluzione bolscevica, leggendario nella guida dell’armata rossa. Questi si scontrarono sul tema ‘può sopravvivere la rivoluzione se il socialismo si instaura in un paese solo?’. Secondo Trockij no e per questo venne espulso e ucciso da un sicario in Messico perché considerato pericoloso. Il marxismo si dividerà in due filoni: uno leninista e uno troskista. La tesi di Stalin fu quella secondo la quale il socialismo potesse sopravvivere sebbene presente in un solo paese. Questo aggravò le divisioni e provocò l’instaurazione di un forte controllo politico perseguito con un fare di detenzione coatta nei confronti di coloro considerati nemici del socialismo sovietico, i dissidenti. Si aggiungano altre a queste forze di repressione, la grande lotta nei confronti dei kulaki, i medi proprietari terrieri, questa classe che si era formata con la riforma Stolypin. Stalin propose l’instaurazione della collettivizzazione delle campagne per cui si scontrò con i kulaki.
Vennero istituite due forme di cooperative: kolchoz e sovchoz insieme ad un’industrializzazione forzata che consistette nella creazione di mega industrie per dotare la Russia delle infrastrutture che lavorassero in base ai piani quinquennali: la scelta fu quella di privilegiare la grande produzione.

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