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La fabbrica fu il cuore della seconda rivoluzione industriale. Grazie ai motori elettrici, le vecchie macchine a vapore furono sostituite da macchinari molto più precisi e perfezionati. Nelle grandi fabbriche queste innovazioni si tradusse in un nuovo sistema di organizzazione del lavoro, il Taylorismo. Secondo i suoi principi, la lavorazione di un prodotto fu suddivisa in tante fasi, in cui ogni operaio eseguiva solo i compiti relativi a quel segmento di lavorazione. Il principio del taylorismo fu integralmente applicato nella catena di montaggio, introdotta da Henry Ford per produrre automobile nelle sue fabbriche di Detroit. Era nato un nuovo modo di produrre, in grado di fornire su vasta scala prodotti standardizzati: la produzione di massa.
Il nuovo modo di produrre rimbalzò al mercato, rendendo possibile i consumi di massa. La produzione industriale, dovendo soddisfare le esigenze di un mercato di vaste dimensioni, fu affidata a fabbriche e ad aziende sempre più grandi. Quelle più forti cominciarono ad assorbire le più deboli all'interno di vaste concentrazione industriale (i trust); inoltre, imprese che operavano nello stesso ramo produttivo pensa accordi (i cartelli), per eliminare la concorrenza, stabilendo i prezzi delle merci o spartendosi quote di mercato. Le industrie maggiori, che tendevano a controllare in esclusiva interi settori dell'attività produttiva, furono dette Monopoli.

Si aggiunsero nuove potenze economiche come la Svezia, la Norvegia, la Finlandia, l'Italia, il Giappone, la Russia, l'Olanda e l'Ungheria. L'Olanda completò l'occupazione dell'Indonesia. Il Portogallo estese il proprio controllo all'Angola e al Mozambico. L'Inghilterra si impadronì dell'Egitto, del Sud, del Kenya, della Rhodesia, del Sudafrica e della Nigeria. La Francia occupò la penisola indocinese. Il Belgio si impadronì del Congo, la Germania del Camerun e del Tanganica. La Russia estese il suo dominio in Asia centrale. L'Italia occupò l'Eritrea, la Somalia e più tardi la Libia. Il Giappone estese la sua influenza alla Cina settentrionale e alla Corea, e per questo si scontrò con la Russia.
Nel 1877 la regina Vittoria si proclamò imperatrice delle Indie. Da questo evento possiamo far derivare il termine imperialismo, con cui i contemporanei definirono l'espansione europea della fine dell'800. Si trattava di un fenomeno nuovo, l'iniziativa fu presa direttamente dagli Stati che si sostituirono alle compagnie di sfruttamento e ai privati, determinando la totale adesione giuridica e amministrativa dei territori dominati.
Subentrarono quindi le istituzioni statali, come eserciti, funzionari ministeriali, burocrati, e insieme a loro arrivarono anche ondate di colori bianchi, che si insediarono stabilmente. Un flusso continuo di materie prime fu convogliato dai paesi colonizzati verso le fabbriche europee, alimentando la spinta alla produzione di massa.
Le conquiste furono definite guerre asimmetriche, sia per quanto riguarda la sproporzione della quantità dei mezzi bellici impiegati dagli opposti schieramenti, sia per quello del numero dei morti e delle perdite accusate da uno solo dei contendenti. Gli eserciti europei si scontrarono con deboli forze irregolari, inferiori per armamento, disciplina e organizzazione. Il Sudan quando tentò di sfidare gli inglesi, fu sterminato da cannoni, fucili a ripetizioni e proiettili dum-dum. Altri casi di ribellione furono stancati dai tedeschi nella Namibia: la repressione assunse tratti di un vero e proprio genocidio. Solo in due casi gli scontri si svolsero su un piano di relativa parità configurandosi come guerre simmetriche. Il primo fu la guerra che si svolse in Sudafrica tra gli inglesi e i Boeri, i contadini olandesi già insediati da secoli in quelle regioni. I boeri furono sconfitti, si avviò una politica di integrazione dei coloni inglesi e dei Boeri, a danno della maggioranza nera e asiatica della popolazione. Il secondo conflitto si svolse in Asia, dove si scontrarono Giappone e Russia, poiché entrambi avevano come obiettivo il dominio della Manciuria e della Corea. I russi ebbero la peggio e questa fu la prima sconfitta di una potenza europea in uno scontro con uno stato asiatico.
Ci furono anche altri conflitti minori, come quello che oppose gli Stati Uniti alla Spagna la quale, sconfitta, fu costretto a ritirarsi dalla sua ex colonia di Cuba e a cedere le Filippine agli americani.
Una delle differenze tra il vecchio colonialismo ottocentesco e il nuovo imperialismo fu l'invenzione di Stati nazionali in territori come quelli africani. Lo Stato liberale ottocentesco, fondato sul principi ideologici del liberalismo, era definito dalle seguenti caratteristiche: un territorio omogeneo racchiuso all'interno di confini naturali e geografici facilmente riconoscibili , una sovranità accettata da tutti gli altri paesi della comunità internazionale , una dimensione abbastanza vasta da permette uno sviluppo economico autonomo, un'unica Costituzione e norme giuridiche valevoli per tutti i cittadini e la possibilità di vedere tutelati i diritti civili e politici fondamentali. Con l'eccezione degli Stati Uniti, gli stati di questo genere esistevano solo in Europa. Il modello europeo era anche quello più adatto a promuovere lo sviluppo del capitalismo industriale. La crescita del capitalismo procedeva attraverso grandi balzi in avanti, seguiti periodicamente da crisi rovinose, causate dallo squilibrio tra la quantità dei beni prodotti (l'offerta) e la capacità del mercato di assorbirli (la domanda): quando l'offerta supera va la domanda si verificava una crisi di sovrapproduzione. La più grave fu la Grande Depressione, che ebbe inizio nel 1873 fino alla metà degli anni 90. Alle difficoltà del settore industriale si aggiunsero gli effetti della crisi che investì l'agricoltura europea. Il grano proveniente da grandi paesi cerealicoli extraeuropei, soprattutto gli Stati Uniti, invase i mercati del Vecchio Continente. Ci fu un eccesso di offerta che provocò un catastrofico ribasso dei prezzi. A risentirne furono soprattutto i paesi con un'economia prevalentemente agricola e per moltissimi contadini l'unica scelta possibile fu quella dell'emigrazione. Per fronteggiare gli effetti della crisi la Germania e l'Italia adottarono tariffe doganali altissime, in modo da impedire l'afflusso di merci straniere sul mercato interno e proteggere così i prodotti nazionali. Queste furono le basi del protezionismo. Gli stati si faceva carico direttamente dei problemi dell'economia e fu così che per alcune industrie e per alcune attività di servizio pubblico si iniziarono esperimenti di gestione diretta da parte dello Stato. Il gigantismo delle nuove fabbriche aveva scaraventato masse enormi di uomini e donne nel mercato del lavoro. Diventarono di massa i consumi, i mezzi di comunicazione e la guerra. Il secolo che è alle porte si annunciava come il secolo delle masse. E anche la partecipazione politica non poteva più essere riservata alle ristrette élite sociali del vecchio Stato liberale. Dopo il 1870 diventò sempre più chiaro che la democratizzazione della vita politica era inevitabile e in questo senso si parla di massificazione della politica.
Furono introdotte nei principali paesi europei nuove legge elettorali finalizzate ad ampliare il diritto di voto. Nacquero i partiti politici di massa portatori di un'unica ideologia, di un progetto generale per il governo, di un programma politico esplicito e facilmente riconoscibile. Del processo di allargamento furono protagoniste anche le donne del movimento suffragiste e le iniziative promosse dal loro movimento, in Inghilterra guidato da Emmeline e Pankhurst. La lotta si conclude vittoriosamente negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale. Nel 1918 la Gran Bretagna concesse il diritto di voto alle donne sposate di età superiore ai 30 anni. In Francia e in Italia per il suffragio esteso a tutte le donne maggiorenni bisognò attendere il 1946.
Per la prima metà dell'Ottocento, l'amore per la patria aveva coinciso con il rafforzamento dei legami di solidarietà tra i cittadini. Dopo il 1870 questo tipo di patriottismo lasciò il posto alla sua variante molto diversa, il nazionalismo, in cui l'amore per la propria patria era strettamente unito alla avversione per la parte degli altri. A determinare questo cambiamento contribuì la competizione imperialista che si scatenò tra le grandi potenze. Si trattò di un ideologia aggressiva. Il nazionalismo divenne un ingrediente fondamentale dell'ideologia delle destre, che utilizzarono valori come quelli della patria o della bandiera nazionale come armi da brandire contro i vari politici o contro gli stranieri a favore dell'espansione aggressiva del proprio stato. Questa ideologia trovò un consenso diffuso in particolare tra gli strati medi della società, i piccoli borghesi, ovvero sui commercianti, sugli artigiani autonomi e su parte degli agricoltori, minacciati dalle crisi e spaventati da uno sviluppo industriale che rischiava di tagliarmi fuori dal progresso e dalla ricchezza.
Si diffuse un forte movimento antisemita verso gli ebrei non tanto per la loro religione ma per il loro status sociale, il loro essere banchieri o commercianti. Emblematico di questo clima fu il cosiddetto affare Dreyfus. Dopo un processo fu deportato all'isola del diavolo, l'opinione pubblica si spaccò in due: per i suoi avversari fu l'occasione per scatenare una furibonda campagna antisemita, con toni razzisti; per i suoi sostenitori Dreyfus era vittima di un complotto delle gerarchie militari e tutta la Francia democratica aveva l'obbligo morale di schierarsi al suo fianco. Il nuovo capo dei servizi francesi scoprì la montatura e Dreyfus fu nuovamente processato e ancora riconosciuto colpevole, ma fu subito graziato dal Presidente della Repubblica francese. Dopo la Grande Depressione molti contadini e artigiani diventarono operai.
La culla del sindacalismo fu l'Inghilterra. Qui i sindacati (Trade Unions) avevano ottenuto uno status giuridico e privilegi eccezionali. Quando il porto di Londra fu paralizzato per oltre un mese da un grande scontro sindacale, la Union dei Dockers uscì con una clamorosa vittoria. Nel decennio successivo l'arma dello sciopero si rilevò decisiva per la crescita della forza delle organizzazioni sindacali. I primi partiti operai apparve a partire dagli anni 70, ma erano strutture ancora deboli, fatta eccezione per il Partito socialdemocratico tedesco (SPD). Intorno al 1890 anche gli altri partiti conobbero una fase di grande sviluppo e in buon numero i socialisti entrarono per la prima volta nei parlamenti di vari paesi europei. Con l'intento di fissare gli obiettivi generali del movimento operaio e di coordinare le lotte per aggiungerli, fu costituita la Seconda Internazionale socialista, in cui la socialdemocrazia tedesca ebbe un ruolo decisivo riuscendo a unificarne il programma e l'elaborazione teorica e creando una piattaforma comune in cui si riconobbero tutti gli altri partiti nazionali. Così, se l'Inghilterra fu la culla sindacale del movimento operaio, la Germania fu quella politica. In Inghilterra un partito operaio nacque tardi rispetto agli altri paesi industrializzati e non si chiamò socialista, ma laburista. Tranne che in Inghilterra, i partiti operai si chiamarono dunque socialisti o socialdemocratici.
L'anarchismo era l'altra grande corrente ideologica presente nel movimento operaio in cui si rifiutava ogni forma di organizzazione. Divennero forti in Russia, in Italia e soprattutto in Spagna. All'interno del socialismo stesso si verificò una frattura: da un lato chi teorizzava un percorso concentrato sulla difesa dei diritti e delle condizioni dei lavoratori all'interno delle strutture del capitalismo attraverso riforme immediate; dall'altro un progetto rivoluzionario, non più finalizzato a ottenere solo le libertà costituzionali, e quindi l'uguaglianza di fronte alla legge, ma la fine dello sfruttamento, e perciò l'uguaglianza di fatto.
Anche le classi rurali furono coinvolte nel processo di massificazione della politica, dando vita a partiti cattolici di massa. Fu significativa la nascita del modernismo, una contestazione teologica, filosofica e politica dell'ortodossia cattolica. Il movimento fu condannato nel 1907 da Pio X. In Italia fu presente un componente sociale che si poneva dichiaratamente in contrasto con il socialismo sul piano dell'organizzazione del movimento operaio. Ebbe come protagonisti Don Luigi Sturzo e Romolo Murri, un sacerdote che venne scomunicato da Pio X. Essi sostenevano la necessità di un impegno forte e coerente dei cattolici nella vita politica, fino a immaginare la formazione di un partito che avrebbero voluto chiamare della Democrazia Cristiana. Pio IX nel 1860 aveva condannato tutto ciò che era moderno, critica quindi i socialisti ma anche l'eccesso del capitalismo, che porta alla distruzione della famiglia e alla schiavizzazione dell'uomo. Questa la base della dottrina cattolica per tutto il Novecento.
Papa Leone XIII scrisse il rerum novarum nel 1891 in cui indicava nella composizione pacifica dei conflitti di lavoro la strada per evitare la lotta di classe, le lotte sociali, le tentazioni rivoluzionare che serpeggiavano tra le masse operaie. Criticava sia il capitalismo, per la sua egoistica ricerca del profitto e della ricchezza, sia il socialismo, per la sua avversione alla proprietà privata di cui si ribatteva l'intangibilità. Era necessaria la condivisione tra operai e padroni dei problemi e delle responsabilità.
Nei paesi industrializzati il vero grande fenomeno culturale di quegli anni fu lo sviluppo dell'istruzione popolare. La scuola era intrisa di razionalismo e di fede nel progresso, che nella scienza indicava la strada maestra per emanciparsi dalla Chiesa, identificata con il mondo della superstizione e dell'oscurantismo. Il progresso e il benessere economico apparvero strettamente collegati con lo sviluppo scientifico. Ad alimentare la fiducia nella scienza contribuirono i successi riportati contro le malattie. L'espressione di questo clima fu il positivismo, una corrente di pensiero che attribuiva il valore alla scienza come sapere certo e la collocava alla base del progresso. Nascono l'economia, la sociologia e la demografia. La figura centrale del positivismo fu Darwin che fece le teorie sull'evoluzione della specie nel 1850. Le specie si evolvono in base alla selezione naturale dei principi che rendono la specie più adatta alla sopravvivenza.
Ci fu un lungo periodo di pace, la belle époque, che durò dal 1870, in cui ci fu l'ultima guerra franco prussiana, fino al 1914. Un accordo stipulato da Bismarck tra le grandi potenze regolava pacificamente le questioni internazionali. L'unico vero focolaio di tensione fu la cosiddetta questione d'Oriente, legato all'impero ottomano, l'unico territorio europeo dove si registrarono dei conflitti. I conflitti armati si susseguirono sia per la debolezza dell'impero ottomano, sia per la concorrenza tra Russia e Austria, entrambe smanioso di estendere la propria egemonia e di sostituirsi alla potenza turca, la prima intendeva conquistare uno sbocco al mare sugli stretti dei Dardanelli e del Bosforo, la seconda voleva espandersi finanziariamente e avere commercio nei Balcani. Bismarck per preservare l'equilibrio europeo fece il Congresso di Berlino nel 1878, convocato per affrontare la crisi innescata dalla guerra tra Russia e Impero Ottomano. Lo zar, essendo uscito vincitore dal conflitto aveva imposto agli Ottomani un trattato di pace che prevedeva condizioni estremamente favorevole per le ambizioni russe e quindi allarmanti per le altre potenze europee. Il cancelliere tedesco appoggiò Vienna contro San Pietroburgo, il congresso ridimensionò le protese territoriali della Russia (Bessarabia e Armenia), fornì compensi territoriali a Londra (Cipro) e Parigi (Tunisi). Le grandi potenze disegnarono in oltre i confini della Bulgaria, facendo nascere uno stato nazionale ben poco omogeneo. Inoltre, il Congresso sancì l'indipendenza di Romania, Serbia e Montenegro e stabilì che la Bosnia e l'Erzegovina fossero provvisoriamente affidate all'amministrazione dell'Impero Austriaco.
Non era stato solo il consolidarsi di due fronti contrapposti (Triplice alleanza e Triplice Intesa) a logorare il sistema di equilibrismo bismarckiano, ma era stato lo sviluppo del capitalismo a spingere in inevitabilmente il mondo nella direzione di una accentuazione delle rivalità statali, dell'espansione imperialistica, del conflitto e della guerra.

Età giolittiana


Anche l'Italia fu coinvolta nelle trasformazioni avviate dalla seconda rivoluzione industriale tra il 1896 è il 1908, ebbe come protagoniste le industrie meccaniche. La rete dei trasporti migliorò non solo nelle città. Lo sviluppo ferroviario riguardò in particolare le coste Tirrenica e Adriatica dove sorsero nuovi nuclei urbani, nuovi commerci e i primi decenni del turismo di massa. Lo spazio cittadino si affolò anche di ritrovi. L'automobile era un bene di lusso, per muoversi si ricorreva soprattutto alla bicicletta, nacque il Touring Club Ciclistico italiano che organizzò il primo Giro d'Italia. Nel 1911 la gestione delle scuole primarie, in precedenza affidata alle amministrazioni comunali, fu presa in carica dello Stato. L'ingresso delle masse nel mondo della produzione industriale coincise con un complessivo aumento della consapevolezza dei propri diritti civili, che si tradusse in una forte spinta alla partecipazione politica e alla vita democratica. Questa fase corrispose all'età giolittiana.
Giolitti durante il governo di Zanardelli mise fine alla cosiddetta crisi di fine secolo. Di fronte alla protesta, Giolitti, che come primo ministro degli Interni era responsabile dell'ordine pubblico, elaborò una strategia politica fondato su l'imparzialità del Governo di fronte alle controversie economiche tra lavoratori e imprenditori; sul dialogo con le associazioni dei lavoratori; sulla repressione dei moti non organizzati dai sindacati e sugli accordi parlamentari con i socialisti e i cattolici. Lo Stato, insomma, doveva garantire il libero svolgimento della lotta sindacale, limitandosi a reprimere la violenza e gli eccessi. Sul piano legislativo comportò l’abolizione di ogni restrizioni alla libertà di organizzazione e di azione politica e il varo di una serie di provvedimenti di garanzia e di tutela per il mondo del lavoro (assicurazione contro gli infortuni, previdenza per la vecchiaia e la maternità, innalzamento dell'età minima per l'ingresso nel mondo del lavoro).
Giolitti, inoltre, si impegnò per allargare la partecipazione politica. Una nuova legge elettorale del 1913, estese il voto a tutti i cittadini maschi, anche ai nullatenenti e agli analfabeti, purché avessero compiuto 30 anni e svolto il servizio militare.
Giolitti al Sud trascurò le esigenze delle masse contadine diseredate. Numerosi intellettuali si interrogarono in quella fase sulla cosiddetta "questione meridionale". Alcuni invocavano anche per il Meridione l'avvio di un processo di industrializzazione, altri chiedevano all'opposto una riforma agraria in grado di valorizzare la vocazione agricola.
Giolitti tentò di usare una spedizione militare per allentare la pressione dei propri oppositori e per incanalare verso un nemico esterno le tensioni accumulatesi. La guerra contro l'impero ottomano alla conquista della Libia durò un anno e si concluse vittoriosamente con la pace di Losanna, che riconosceva all'Italia il possesso oltre che della Libia, anche delle isole di Rodi e del Dodecaneso. Tra i più accesi sostenitori della guerra ci furono i principali esponenti del mondo degli affari industriali e finanziari. A spingere Giolitti erano stati soprattutto i nazionalisti, che avevano come punto di riferimento Gabriele D'Annunzio. I loro motivi ispiratori oscillavano tra la nostalgia per il mondo preindustriale e rurale e lo spirito di netta rottura con il passato che animava il futurismo. I nazionalisti auspicavano alla formazione di una nuova Élite politica che avrebbe dovuto garantire una guida solida e autoritaria; inseguivano un modello raccolte intorno al concetto di nazione. Tale modello presupponeva il conflitto dall'interno all'esterno del paese. Il modello di società ruotava attorno al concetto di nazione: doveva essere compatta al proprio interno e capace di unire in un unico blocco tutte le classi sociali, proponendo come obiettivo comune la grandezza e la prosperità delle Italia. A sinistra c'era il Partito Socialista con la leadership di Filippo Turati, in cui era prevalsa una concezione sostenuta anche dalla maggioranza del movimento sindacale CGDL, fondata sul presupposto che in Italia esistesse una borghesia moderna con la quale ci si poteva alleare per attuare una politica di riforme. Di parere opposto erano le correnti del sindacalismo rivoluzionario, guidate da Labriola. Nel luglio 1912 si arrivò allo scontro tra i leader riformista, Bissolati, e quello rivoluzionario, Benito Mussolini. L'estremismo di Mussolini prevalse privilegiando una linea politica centrata sulla pratica dell'azione diretta e dello sciopero generale, in toni sempre più violenti. Al centro si era consolidata una forte rappresentanza politica del mondo cattolico. In precedenza il Non Expedit aveva impedito la partecipazione dei cattolici alla vita politica del nuovo Stato unitario. Poi con l'allargamento della partecipazione politica il loro impegno crebbe. Era una scelta centrista che privilegiava i soggetti esclusi dalle due gradi forze su cui si fondava il compromesso giolittiano, il proletariato industriale e la borghesia imprenditoriale. All'opera di Giuseppe Toniolo, il principale sostenitore, si affiancò l'enciclica di Leone XIII, il Rerum novarum che, criticando sia il capitalismo sia il socialismo, incoraggiava l'impegno sociale dei cattolici e l'associazionismo operaio. Nacque l'Unione elettorale cattolica. Il progetto giolittiano poteva funzionare solo attraverso una pace. Ma ormai le forze politiche più rilevanti si ponevano tutte al di fuori del sistema giolittiano. Il Patto Gentiloni avevo offerto il voto dei cattolici in funzione antisocialista a quei candidati che ci fosse impegnati a salvaguardare in Parlamento le posizioni della Chiesa in materia di istruzione e dei diritti civili. Svaniranno i termini politici del compromesso giolittiano, tanto che le dimissioni di Giolitti furono l'epilogo. Il nuovo capo del governo, fu Salandra nel 1914, era un liberale di destra.

Crispi e Giolitti


A favore dei datori di lavoro A favore dei lavoratori
Manda l'esercito contro i lavoratori che chiedevano più libertà Dialogo tra lavoratori
Reprime tutte le rivolte Reprime solo i moti non organizzati dai partiti
Fa erigere statua a Giordano Bruno per dispetto al Vaticano (la Chiesa aveva condannato Giordano Bruno) Accordi parlamentari con cattolici e socialisti

Le cause della guerra furono:
- il nazionalismo che aveva infilato una marcata aggressività verso l'esterno
- il positivismo e le scoperte scientifiche che avevano incubato i germi del razzismo e della xenofobia
- la libera concorrenza che aveva prodotto l'esaltazione della competizione economica
- le innovazioni della seconda rivoluzione industriale che avevano messo a punto le prime armi di distruzione di massa
- lo Stato che era intervenuto nell'economia e aveva dilatato le spese militari

In Germania quando nel 1888 salì al trono il nuovo imperatore Guglielmo II, la carriera politica del cancelliere Bismarck si concluse e le forze Imperialiste (grandi proprietari terrieri prussiani, la monarchia, l'esercito è il corpo diplomatico), trovarono il proprio punto di raccordo nel pangermanesimo, cioè nel progetto della creazione di una grande Germania, capace di stendere i propri confini fino a contenervi tutti i popoli tedeschi sparsi per l'Europa. Gli storici ritengono che la rivalità tra Germania e Gran Bretagna è la vera causa scatenante del conflitto. C'era anche quella tra Francia e Germania, che risaliva al contenzioso sui territori dell'Alsazia e della Lorena, passati ai tedeschi dopo la sconfitta francese del 1870; a sua volta era rilevante i contrasti tra l'Austria-Ungheria e la Russia, entrambe ansiose di acquisire una maggiore influenza nei Balcani. Si tratta però di conflitti in grado di dare vita a crisi regionali e non è una conflagrazione mondiale. L'Inghilterra aveva assunto una posizione difensiva, che mirava a preservare la sua leadership mondiale. L'aspirazione della Germania era quella di diventare una potenza globale, dotata di una flotta in grado di garantire un solido dominio internazionale. Dal punto di vista inglese, pertanto la costruzione di una flotta tedesca era una minaccia diretta poiché il controllo degli oceani era una risorsa strategica vitale per la Gran Bretagna. Le rivalità tra le potenze inglesi e tedeschi si manifestarono nelle numerose crisi che investirono il sistema politico, in particolare in occasione delle due crisi marocchine del 1906 e del 1911. La Germania aveva infatti avanzato pretese sul Marocco, scontrandosi con le analoghi aspirazione francesi. La conferenza di Algeciras indusse i tedeschi a rivedere i loro propositi. Nel 1911 quando inviarono una loro cannoniera a impadronirsi del porto marocchino di Agadir, i tedeschi furono nuovamente costretti a ritirarsi, anche questa volta per il fermo intervento degli inglesi schierati al fianco della Francia. A rendere ancora più incandescente la situazione, intervennero anche le crisi interne e i moti rivoluzionari che squassarono paesi come l'impero ottomano e la Russia. L'impero Ottomano fu scosso dall'ascesa dei Giovani Turchi, guidati da Mustafa Kemal detto Ataturk, un militare che rappresentò l'emblema della modernizzazione del mondo arabo. I Giovani Turchi era un movimento politico costituito da intellettuale militari che si adoperarono per rafforzare l'esercito e promuovere lo sviluppo economico. Nel 1908 organizzarono un un'inserzione militare ottenendo un regime costituzionale e una crescente influenza all'interno del governo. Tutti si affrettano ad approfittare della crisi turca: l'Austria-Ungheria decise di annettere al proprio territorio la Bosnia-Erzegovina, questo passo creò lo scontento della Serbia e della Russia; Creta fu annessa alla Grecia e la Bulgaria ottenne l'indipendenza. In seguito alla sconfitta nella guerra con l'Italia, l'impero ottomano fu costretto a cedere anche la Libia e il Dodecanneso (1912). La Serbia, la Bulgaria, la Grecia e il Montenegro si allearono militarmente contro il governo turco, l'impero ottomano fu sconfitto e dovette abbandonare tutti i suoi territori dei Balcani. Nel 1913 una nuova guerra oppose la Bulgaria alla Serbia, alla Grecia, alla Romania, al Montenegro e all'impero ottomano, con la sconfitta della Bulgaria.
Le crisi internazionali e le crisi interne si fusero insieme. Con i moti rivoluzionari del 1905 ci fu il prologo della grande rivoluzione russa del 1917. L'impero zarista era una grande potenza per tre motivi: la vastità del territorio, il numero degli abitanti e la forza militare. I contadini erano oppressi da tasse elevate e dalla povertà, erano organizzati in comunità di villaggio (mir), che amministravano i terreni agricoli dividendoli in quote tra le famiglie dei coltivatori, ma la terra a disposizione era poca e le tasse non si poteva evadere. Durante il regno degli Zar Alessandro III e Nicola II (fucilato dai rivoluzionari) fu questo il flusso di denaro ad alimentare lo sviluppo industriale. Durante il regno dello zar Alessandro II era stata avviata una cauta liberalizzazione, il cui principale risultato era stato l'abolizione della servitù della gleba, tuttavia malgrado la diffusione nel paese di ideali liberali la Russia conserva un regime politico autocratico e reazionario. Anche in Russia cominciarono ad affermarsi i primi partiti politici: il partito costituzionale Democratico, rappresentava la borghesia e nobili progressisti, i socialisti rivoluzionari, promotori di rivolte contadine con il frequente ricorso a metodi terroristici, i socialisti di ispirazione marxista, confluiti nel partito socialdemocratico con un forte seguito tra gli operai industriali. Nel 1905 l'umiliazione per la guerra contro il Giappone fece precipitare i motivi protesta, che iniziano con la domenica di sangue. Lo zar stretta concedere alcune riforme: fu istituito un Parlamento, la Duma, furono concesse libertà politiche e civili. Il primo ministro Stolypin fece una riforma agraria, che prevedeva la frantumazione del mir; li mette in vendita e così solo i contadini più ricchi le possono comprare. Nasceva così un ceto di contadini ricchi (kulaki) con una mentalità imprenditoriale dinamica, ma politicamente conservatrice. Per rafforzare il proprio potere, lo zar alimentò inoltre una rinascita del nazionalismo, puntando sull'esercito anche per recuperare il prestigio perduto dalla guerra contro il Giappone. L'Austria-Ungheria, schierata a fianco dei progetti espansionistici della Germania, era scossa da tensioni nazionalistiche e dalla rivalità tra i due gruppi egemoni, tedeschi contro magiari, e dei contrasti politici, che contrapponevano i cattolici ai socialisti. Il paese restava essenzialmente rurale, soprattutto nella parte ungherese. Una politica di modernizzazione aveva avviato una serie di riforme: alcune misure di legislazione sociale e il suffragio universale maschile. Gli Usa a partire dalla fine della guerra civile (1865) erano stati attraversati da uno sviluppo impetuoso che li portarono ad essere i primi produttori di ferro, carbone, petrolio, rame e argento. L'espansione verso ovest era proseguita grazie alla rete ferroviaria che superava per estensione quella di tutti i principali paesi europei messi assieme. Gli Stati Uniti potevano usufruire delle risorse di immigrazione massiccia. L'economia era rurale, ma si trattava di un'agricoltura in grado di creare un enorme ricchezza poiché poteva utilizzare tecnologie avanzate. Gli Stati Uniti acquisirono l'Alaska dalla Russia, ci fu l'annessione delle isole Hawaii, conquistò le Filippine, dove costruirono un protettorato, il conflitto con la Spagna portò al controllo di Cuba, che rimase indipendente, e alla conquista di Portorico e dell'isola di Guam nel Pacifico. Il Giappone era stato escluso dalla prima rivoluzione industriale, fu però coinvolto nella seconda perché poté attingere dalla manodopera a basso costo. Nell'era meiji una serie di riforme investirono le istituzioni come la pubblica amministrazione, la scuola e l'esercito. Ad alimentare la modernizzazione fu l'incremento della produzione agricola, seta e riso divennero i settori portanti dell'esportazione, consentendo di ricavare le risorse finanziarie per creare le nuove attività produttive necessarie allo sviluppo del Paese. Nel 1880 furono i grandi gruppi economici privati, gli Zaibatsu, a controllare una miriade di filiali industriale finanziarie, guidata da un Consiglio Direttivo formato dei membri delle famiglie fondatrici. Con gli Zaibatsu si svilupparono le industrie pesanti, meccaniche e minerarie che contribuirono ad attribuire un carattere puramente autoritario al regime politico. Il suffragio era estremamente distretto. L'imperatore conservava i poteri illimitati e le caste militari restavano indipendenti dall'autorità politica. Costruì un'imponente flotta da guerra, e a farci le spese furono la Cina e la Russia.
Il 28 giugno 1914 a Sarajevo, nel cuore della Bosnia, lo studente serbo-bosniaco, Gavrilo Princip, uccise l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austriaco. L'Austria inviò alla Serbia una dura nota di protesta che esigeva la fine della propaganda antiaustriaca, l'arresto di alcuni sospetti, la partecipazione di propri poliziotti alle indagini sull'attentato. Poi nonostante la Serbia avesse accettato buona parte di quelle richieste, il 28 luglio dichiarò la guerra. Seguì una reazione a catena:
- la Russia, tradizionale protettrice dei Servi, ordinò la mobilitazione generale, e fu imitata il giorno dopo dalla Germania e dell'Austria - Ungheria
- la Russia dichiarò guerra agli imperi centrali (Germania e Austria-Ungheria)
- la Germania dichiarò a sua volta guerra alla Francia
- la Gran Bretagna entrò in guerra a fianco della Francia della Russia
I duellanti iniziali erano dunque gli Imperi Centrali (Germania e Austria-Ungheria) contro le potenze della Triplice Intesa (Russia, Francia e Gran Bretagna). Nel 1914 entrò in guerra il Giappone a fianco dell'intesa e l'Impero Ottomano a sostegno degli Imperi Centrali, nel 1915 Italia si schierò con l'intesa e sul fronte opposto la Bulgaria, nel 1916 la Romania, gli Stati Uniti, la Grecia e la Cina si allearono all'intesa.
In Europa i fronti principali della guerra furono quello occidentale, dove combatterono i tedeschi contro i francesi e gli inglesi e quello orientale, dove si affrontano la Germania e l'Austria - Ungheria da una parte, la Russia e la Serbia dall'altra. Con l'ingresso in guerra di altre potenze, altri fronti furono aperti. Con l'intervento italiano fu creato contro l'Austria un fronte meridionale. I fronti di guerra si estesero anche agli oceani, la Gran Bretagna si impegnò per bloccare i rifornimenti marittimi agli imperi centrali e ciò culminò con la dichiarazione da parte della Germania della guerra sottomarina illimitata. Per la prima volta nella storia le operazioni belliche venivamo estese a tutti i continenti. Sul fronte occidentale si cominciò a sparare. Per evitare di essere impegnato su due fronti, la Germania attaccò immediatamente la Francia per approfittare dei tempi lunghi di mobilitazione dell'esercito russo. Il piano Schlieffen, predisposto dal capo di stato maggiore tedesco, prevedeva l'invasione della Francia passando per il Belgio e Lussemburgo. I due piccoli stati erano neutrali, ma questo non impedì ai tedeschi di occuparli, in aperta violazione del diritto internazionale. L'offensiva tedesca si arrestò soltanto sul fiume Marna. Nel 1914 il fronte si stabilizzò lungo una linea chilometrica di trincee e di filo spinato, esteso del canale della Manica alla Svizzera. Anche sul fronte orientale l'iniziativa dell'attacco fu presa dai tedeschi, che registrarono due importanti vittorie contro l'esercito russo nelle battaglie di Tannenberg e dei laghi Masuri. I russi invece sconfissero gli austriaci in Galizia. Nel 1915 dalla Galizia parti un'offensiva dagli Imperi Centrali che costrinse l'esercito russo ad arretrare. Il cedimento non si trasformò in crollo e anche questo fronte si stabilizzò. La Serbia, rimasta sola, accerchiata dalla Bulgaria e dall'Austria, fu travolta, poi toccò alla Romania. Alla fine del 1916 nessuno dei due schieramenti in campo aveva conseguito una vittoria decisiva. Allo scoppio della prima guerra mondiale l'Italia era ancora legata agli imperi centrali della Triplice Alleanza. La formulazione però avevo un valore esclusivamente difensivo, tale cioè da far scattare la sua applicazione solo in caso di aggressione militare ai danni di uno dei suoi contraenti da parte di un altro Stato. Nel momento in cui si accese la Grande Guerra, poiché era stata l'Austria a dichiarare guerra alla Serbia, prima l'Italia si proclamò neutrale, poi arrivò un clamoroso rovesciamento delle alleanze che la portò a schierarsi contro la Germania e l'Austria - Ungheria. Tutti i governi delle potenze in lotta avevano avuto il consenso dei socialisti e dei borghesi. In Italia invece, i socialisti erano contrari e la borghesia era divisa tra quanti volevano schierarsi contro l'Austria e coloro che non volevano l'entrata in guerra. I neutralisti rappresentavano un vasto stiramento politico, in cui erano confluiti i liberali giolittiani, i socialisti e la maggioranza dei cattolici, mentre ad affollare il fronte opposto, quello interventista, si trovavano sindacalisti rivoluzionari, nazionalisti, liberali di destra che avevano in Salandra un punto di riferimento, democratici, irredentisti (coloro che rivendicavano l'annessione all'Italia dei territori sottoposti all'Austria-Ungheria, il Trentino e la Venezia Giulia) e gli ambienti giornalistici legati al più importante quotidiano italiano, il Corriere della Sera. A sostegno della guerra, dopo un'iniziale neutralismo, si schierò anche Benito Mussolini. I neutralisti avevano la maggioranza in Parlamento, ma gli interventisti erano in grado di accendere le passioni delle piazze. Colloqui segreti portarono alla firma del Trattato di Londra, stipulato all'insaputa del Parlamento: l'Italia si impegnava ad entrare in guerra entro un mese in cambio del Trentino e dell'Alto Adige, della Venezia Giulia, dell'Istria, di buona parte della Dalmazia, di Valona e delle isole del Dodecaneso. Le truppe italiane iniziarono le ostilità contro l'esercito austro-ungarico il 24 maggio 1915. Il piano offensivo del generale Cadorna si basava sul tentativo di forzare lo sbarramento austriaco, aprirsi la strada verso i Balcani e il Mediterraneo e porre quindi le premesse territoriali per la trasformazione dell'Italia in una grande potenza. Gli assalti ottennero scarsissimi risultati, lentamente il fronte si stabilizzò e la guerra si trasformò in una guerra di posizione e di trincea. Nel Medio Oriente per indebolire la resistenza dell'Impero Ottomano, la Gran Bretagna e la Francia promisero l'indipendenza ai popoli arabi promuovendo una vasta guerriglia antiturca. Queste promesse però non erano del tutto sincere. Gran Bretagna, Francia, Russia e Italia si accordarono infatti segretamente per spartirsi i territori dopo la guerra: l'Iraq sarebbe andato alla Gran Bretagna, la Siria alla Francia, Costantinopoli e gli stretti alla Russia, Smirne all'Italia. Con la Dichiarazione Balfour il governo inglese fece balenare agli ebrei sionisti la possibilità di avere una loro sede nazionale in Palestina. I giovani turchi avevano l'obiettivo di costruire uno Stato etnicamente omogeneo, non lasciando spazio alle minoranze nazionali. La prima guerra mondiale offrì ai giovani turchi la possibilità di portare a compimento questo progetto, di questo genocidio furono le vittime più numerose gli armeni.

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