Erectus 1680 punti

La Rivoluzione Americana


L’America settentrionale dopo il 1750

Tra le due potenze colonizzatrici dell’America settentrionale la popolazione anglo-americana aveva superato di gran lunga quella francese. Il tentativo del governo francese di far sviluppare la Louisiana non aveva dato risultati esaltanti.
Fra la Louisiana e le colonie inglesi si trovavano i territori indiani, il tentativo dei coloni inglesi della Virginia di espandere il loro territorio cercando nuovi spazi da coltivare causò conflitti con i pellirosse e i pochi francesi presenti nelle terre indiane.
Le ostilità tra Francia e Inghilterra divennero guerra aperta e inizialmente ad avere la meglio furono i francesi con i loro alleati pellirosse.
Quando il conflitto si intrecciò con la guerra dei 7 anni tra Inghilterra e Francia (1756-1763) vennero coinvolte anche le colonie inglesi centro-settentrionali e in breve tempo i francesi persero il Quebec e Montreal. Con la pace di Parigi del 1763 la Francia dovette cedere all’Inghilterra il Canada con l’effetto di espellere i francesi dal Nord America, ma conservò Haiti e le isole delle piccole Antille dove si trovavano le piantagioni di zucchero.
La sovranità inglese sulle terre indiane non permise ai virginiani di riprendere l’avanzata verso ovest, ma il governo britannico con re Giorgio III, che non voleva essere coinvolto nelle guerre fra coloni e pellirosse e aveva interesse che le colonie continuassero a produrre, nel 1763 con una dichiarazione proibì ogni insediamento a occidente dei monti Allegheny.
La Spagna partecipò allo scontro a fianco dei francesi, con la pace di Parigi perse la Florida, ma fu ricompensata dagli alleati con la Louisiana.
Nell’America settentrionale sorsero 13 colonie inglesi, tutte avevano un governatore che agiva in nome della corona affiancato da una assemblea elettiva che escludeva le minoranze religiose e favoriva le famiglie di immigrati di più antica data.
Le colonie non erano unite e avevano storie diverse:
1. colonie meridionali (Virginia, Meryland, North Carolina, South Carolina e Georgia) caratterizzate da una economia di piantagione (tabacco e cotone), da una forte diffusione della schiavitù e avevano come classe dirigente un’aristocrazia terriera e come autorità religiosa la chiesa anglicana.
2. colonie del centro (New York, Pennsylvania, New Jersey, Delaware) dove si trovavano le città e i porti più importanti; caratterizzate da una economia dinamica e da una piena tolleranza religiosa. La popolazione era costituita da immigrati di varie nazionalità (inglesi, svedesi, tedeschi e olandesi) e la piccola proprietà terriera era più diffusa del latifondo.
3. colonie del nord (Massachusetts, Connecticut, New Hampshire, Rhode Island) con una popolazione totalmente inglese di tradizione puritana e intollerante nei confronti dei non appartenenti alla chiesa calvinista. Erano i piccoli proprietari terrieri che fornivano il legname per la costruzione delle navi della flotta britannica.
Tra le 13 colonie le vie di collegamento erano scarse, inoltre gli inglesi non volevano che queste commerciassero tra loro. Inizialmente non pagavano tasse agli inglesi ma dal 1763, re Giorgio III, per supportare la guerra dei 7 anni contro i francesi impose dei tributi a favore della madrepatria.
I coloni americani erano sottoposti ad una legislazione mercantilista che li limitava a favore della madrepatria. Le colonie dovevano avere rapporti commerciali unicamente con l’Inghilterra limitandosi a produrre o ad esportare il tabacco o le materie prime come il ferro e non dovevano produrre quello che potevano acquistare dalla madrepatria come i manufatti del ferro.
I coloni praticavano il contrabbando e i governatori stessi lo accettavano, un caso tipico era le melasse di zucchero dalle quali estraevano il rhum, quindi se i produttori inglesi avevano il monopolio sul mercato delle colonie, le colonie erano favorite dal pagamento di modesti contributi fiscali al governo di Londra.

La Guerra d’Indipendenza

Nel 1764 il controllo inglese sul contrabbando delle colonie divenne più attento e nel 1765 l’introduzione di una legge che imponeva il pagamento di un bollo (stamp act) sugli atti con valore legale e sui giornali avviò una protesta antifiscale. I coloni che non avevano diritto di voto nel Parlamento di Londra, opposero il principio niente tasse senza rappresentanti in parlamento cercando di far riconoscere i loro diritti di inglesi.
I coloni reagiscono con il boicottaggio delle merci inglesi e il parlamento inglese revoca la tassa sul bollo ma approva la Declaratory act (act= decisione parlamentare avente valore di legge) in cui afferma la piena sovranità sui sudditi americani.
Negli anni successivi il parlamento inglese decide di introdurre per i coloni dei dazi di importazione e tra i prodotti inclusi vi era il tè e la carta.
Lo scontro più sanguinoso si registrò a Boston fra le truppe inglesi e i manifestanti con l’uccisione di 5 persone, per allentare la tensione il governo inglese revocò i dazi lasciando come unico l’imposta sul tè.
La decisione del parlamento di avvantaggiare la East India Company in un momento di difficoltà autorizzandola a vendere direttamente il tè alle colonie scavalcando i mercanti americani a prezzi più bassi, suscitò le proteste di quest’ultimi che si videro danneggiare nei loro profitti.
Si stava diffondendo una “coscienza nazionale”, gli americani non si sentivano rappresentati dal parlamento di Londra così come forma di protesta un gruppo di bostoniani come forma di protesta rovesciò in mare un carico di tè della Compagnia delle Indie.
Il governo inglese intervenne con provvedimenti repressivi contro la colonia del Massachusetts.
Un congresso di delegati delle colonie si riunì a Filadelfia nel 1774, e invitò gli americani al boicottaggio delle merci inglesi. Un secondo congresso tenutosi nel 1775 sempre a Filadelfia decise la costituzione di un esercito di liberazione, il comando fu affidato a George Washington un latifondista del sud e l’anno successivo una commissione composta dai rappresentanti di tutte le colonie, stese un progetto di costituzione e il 4 luglio 1776 approva una dichiarazione di indipendenza a cui diede un contributo il virginiano Thomas Jefferson il più colto dei capi della rivoluzione americana. La dichiarazione di indipendenza si basa su elementi derivanti dal pensiero illuministico politico di Locke, Montesquieu e Rousseau affermando diritti naturali dell’uomo come:
• uguaglianza fra tutti gli uomini
• possesso di diritti inalienabili come la vita, la libertà e la ricerca della felicità
allo scopo di garantire questi diritti sono istituiti i governi e ogni qualvolta un governo tende a negare questi fini, il popolo ha il diritto di istituire un nuovo governo.
Dopo un inizio promettente a causa della scarsa esperienza militare dei coloni e di una frazione di coloni leali a Giorgio III la guerra d’indipendenza assunse l’aspetto di una guerra civile. Grazie a Benamin Franklin le colonie attengono l’alleanza militare della Francia, che voleva inserirsi nel conflitto per ottenere una rivincita sull’esito della guerra dei 7 anni. Così dopo la vittoria conseguita da Washinton a Yorktown (Virginia) il parlamento inglese decise che erano più importanti i rapporti economici con le colonie, che la loro subordinazione politica. Le trattative tra il parlamento inglese e i rappresentanti degli americani si conclusero con la pace negoziata da B Franklin a Versailles nel settembre del 1783 dove si riconosceva l’esistenza degli Stati Uniti d’America con un territorio esteso fino al Mississippi mentre la Francia ottenne una rivincita in termini di prestigio politico.
I lealisti fedeli a Giorgio III, si trasferirono in Canada.

La società americana dopo la rivoluzione

Il progetto di costituzione del 1777, è di tipo confederale e attribuisce deboli poteri all’organo centrale.
Confederazione una associazione di stati sovrani che affidano una parte dei poteri a organi confederali privi di sovranità diretta nei confronti dei cittadini dei singoli stati.
Tutte le colonie erano stati indipendenti con una costituzione e assemblee legislative e ogni stato conservava la propria legislazione in materia economica e fiscale.
Al Congresso che rappresentava l’organo confederale erano affidate:
• le relazioni internazionali
• la soluzione di controversie fra i vari stati
al congresso ogni stato contava 1 voto, le deliberazioni richiedevano una maggioranza di 2/3 e i trattati dovevano essere approvati da 9 su 13 stati.
Venuta meno la necessità di restare uniti, per condurre la guerra la confederazione rischia di diventare un organo inconcludente e incapace di integrare le differenze fra gli stati.
Il timore di una dissoluzione della confederazione, indusse a convocare nel 1787 un nuovo congresso costituente a Filadelfia. Fra i 55 delegati Washington fu eletto Presidente e Jefferson e Adams ambasciatori a Parigi e a Londra. Un accordo fra i piantatori del sud dotati di maggior prestigio politico e il ceto capitalistico mercantile del centro spianò la strada all’elaborazione di una nuova costituzione approvato dalla convenzione di Filadelfia nel settembre del 1787. la ratifica della costituzione incontrò la resistenza degli stati che vedevano lo stato federale come l’anticamera di uno stato unitario e centralizzato, volto al dispotismo che regnava nei grandi stati europei.
La Costituzione del 1787 si ispirò a Montesquieu, sulla divisione dei poteri.
Il potere legislativo toccò al Congresso, formato:
camera dei rappresentanti (o camera bassa) che agiva in nome dell’intera nazione. Il numero dei membri era diviso fra i vari Stati in proporzione alla popolazione. Le colonie del sud avrebbero voluto che nel conteggio rientrassero anche gli schiavi (che non avevano diritto di voto) fu così raggiunto un compromesso, 5 schiavi pari a 3 cittadini.
• dal senato che rappresentava i singoli stati con le loro individualità. Ogni stato ebbe diritto a 2 senatori per mantenere il principio dell’uguaglianza.
La Costituzione prevedeva frequenti rinnovi dei rami del Congresso:
• ogni 2 anni per la totalità della camera bassa eletti da chi possedeva una proprietà terriera o da chi aveva un determinato patrimonio o reddito. Solo nel XIX sec si arrivò al suffragio universale maschile ma con molte limitazioni.
• ogni 2 anni per i 1/3 del senato eletti dai parlamenti dei singoli stati e non a suffragio universale
Il potere esecutivo fu affidato ad un presidente eletto per 4 anni da un collegio dei grandi elettori appositamente costituito da un gruppo di uomini eminenti che avrebbero operato con saggezza più nel quadro di una repubblica di merito che di una democrazia. Presto i grandi elettori divennero solo rappresentanti dei partiti e la loro scelta si ridusse a una pura formalità.
La convention di Filadelfia stabilì per novembre 1788 l’elezione del collegio (election day), per febbraio l’elezione del presidente e il 4 marzo 1789 Washington si insediò come primo presidente degli Stati Uniti. La costituzione sancì i 2 poteri separati del Presidente e del Congresso, entrambe erano cariche elettive e non potevano essere sciolte anticipatamente. A una legge approvata dal congresso il presidente poteva solo apporre il suo veto, superabile con una seconda votazione parlamentare.
Nel 1791 la costituzione fu completata con l’approvazione di 10 emendamenti che garantivano diritti di libertà dell’individuo:
• personale
• di religione
• di stampa
• di portare armi.
Il decimo emendamento prevede che i poteri che non sono delegati dalla costituzione al governo federale e che non sono proibiti agli stati, sono riservati agli stati e al popolo.
Ben presto si manifestarono le prime divergenze fra colonie del nord e del sud. Il segretario del tesoro Hamilton perseguì una politica economica protezionista orientata a difendere l’autonomo sviluppo degli stati limitando l’importazione di manufatti dall’Inghilterra. La Virginia e altri Stati meridionali erano favorevoli ad una politica liberalista essendo produttori ed esportatori di tabacco e di cotone.
Hamilton era anche favorevole ad una interpretazione estensiva dei poteri del governo federale, rovesciando il significato del decimo emendamento. Istituì una banca centrale che assumeva i poteri di controllo sulle banche statali e locali. La linea di Hamilton fu disapprovata e dal partito federalista si separò il nuovo partito repubblicano democratico che vinse le elezioni presidenziali nel 1800 con il suo leader Jefferson e il principio che i grandi stati erano destinati a degenerare nel dispotismo perciò l’ordinamento federale era essenziale per mantenere la libertà fu riaffermato.

La frontiera e le prime guerre indiane

Gli Stati Uniti furono il primo paese a prevedere un’organizzazione periodica di censimenti della popolazione, uno ogni 10 anni. La popolazione americana crebbe rapidamente fra la fine del 1700 e il 1830 per l’elevata differenza fra natalità e mortalità a causa di una composizione per età, dominata dalle classi più giovani. Nello stesso periodo il territorio degli Stati Uniti quadruplica:
• ottengono la sovranità sui territori indiani
• vengono costituiti 7 nuovi stati
• si aggiungono i due stati settentrionali del Vermont e il Maine
• acquistano dalla Francia la Louisiana
• la Florida passò dalla Spagna alla sovranità degli Stati Uniti.
Le terre dell’ovest erano proprietà pubblica dello stato federale, perciò vengono messe in vendita alle nuove ondate di coloni perché le rendessero abitabili. La quantità di terreni che costituivano un lotto non era accessibile ai pionieri costretti ad indebitarsi con speculatori, così lo stato federale decise di ridurre i lotti e il prezzo per favorirne l’acquisto.
La densità di popolazione dell’ovest era assai bassa così le estensioni di terra occupate dai pionieri non li incentivavano ad adottare sistemi di coltivazione intensiva e non appena i rendimenti scendevano si trasferivano in nuove proprietà oltre la frontiera.
Diversamente nei territori dove l’agricoltura era più radicata si distingue per il carattere intensivo e l’impiego di macchine agricole.
Le terre che gli americani penetravano considerandole selvagge e disabitate erano le terre abitate dagli abitanti originari delle Americhe i pellirosse.
I pellirosse non conoscevano ne la ruota ne l’aratro ma occorre comunque distinguere diverse aree culturali:
1. in California e Messico vivevano i pueblos che praticavano una agricoltura fondata sulla coltivazione del mais
2. a nord fra l’Arizona e l’Arkansas vivevano gli apache e i navajo che univano alla caccia una agricoltura primitiva
3. nella regione che andava dall’Atlantico ai Grandi laghi vivevano gli irochesi e gli algonchini che associavano caccia e pesca alla coltivazione del mais.
4. gli indiani delle pianure sioux, comanche e cheyenne che occupavano la pianura fra il Mississippi e le Montagne rocciose avevano come unico sostentamento la caccia al bisonte. Dal bisonte gli indiani traevano oltre che la carne per alimentarsi, le pelli per i vestiti e le tende, le ossa e le corna per fabbricare utensili e armi.
Dopo la conquista del Messico gli spagnoli introdussero il cavallo,le mandrie allo stato brado cominciarono a moltiplicarsi e gli indiani li addomesticarono per usarli per la caccia al bisonte; in seguito la comparsa delle armi da fuoco rese ancor più efficace la caccia.
Gli indiani delle grandi pianure si scontrarono con l’avanzata della colonizzazione americana e nonostante la grande battaglia di Little Big Horn dove il capo indiano Toro seduto sconfisse il Generale Custer i pellirosse si scontrarono con coloni e soldati americani superiori in fatto di tecnologia bellica destinati perciò ad essere sconfitti dall’avanzata dei bianchi.
Dopo la fallita rivolta guidata dal capo Ottawa Pontiac agli indiani si posero 2 alternative:
1. emigrare ancor più a occidente
2. sperare in rapporti pacifici, ma venir decimati dalle malattie che i bianchi avevano diffuso come il tifo e il vaiolo contro i quali i pellerossa non avevano difese. Alle malattie si aggiunsero gli effetti deleteri del Rhum e dell’acquavite che i bianchi scambiavano con le pellicce e la violenza razzista dei coloni.
I pellirosse si videro rubare le terre con le armi o con contratti fondati sulle truffe per cifre irrisorie milioni di ettari furono venduti da capi indiani agli Stati Uniti. Vennero firmati trattati, che riconoscevano agli indiani il possesso di terre e dopo pochi anni furono violati.
Alle violenze dei bianchi i pellerossa reagirono con una guerra promossa dal capo Tucumseh, che si concluse con la sconfitta della lega indiana e gli indiani furono trasferiti a forza a occidente del Mississippi. L’itinerario imposto agli indiani per arrivare al di là del Grande fiume venne definito “pista delle lacrime” per indicare le deportazioni che sfociavano nella morte di un gran numero di deportati.
Il confine del Mississippi fu rispettato dai bianchi solo per una decina d’anni, con la “corsa all’oro” durante gli anni 40 si aprì una nuova fase di annientamento dei pellirosse.
Hai bisogno di aiuto in Storia Contemporanea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email