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È stata preferibilmente interpretata come un fatto unitario, unità del popolo italiano che si è battuto e in secondo luogo interpretazione di tipo apologetico, molti lo hanno interpretato come un secondo risorgimento, epopea del popolo italiano che si è unito. Opera fondamentale da questo punto di vista e l'opera di pavone che nel 1990 ha scritto "una guerra civile", un'opera in cui si sostiene che non è stato un fatto unitario perché al suo interno ci sarebbe stata ancora una guerra civile, italiani contro italiani, italiani antifascisti italiani fascisti. Viene smentita la tesi secondo cui tutti gli italiani erano partigiani il popolo era con i partigiani. L'idea giustificava la visione edulcorata secondo cui siamo stati oppressi senza colpe e soprattutto la resistenza e successiva assemblea costituente sarebbero state frutto di un popolo intero. Questa tesi viene smentita storiograficamente mostrando che gli furono italiani fascisti che hanno consentito che altri italiani venissero messi a morte e chi si riferisce al periodo che va dalla Repubblica di Salò alla fine della seconda guerra mondiale. Il primo capitolo si intitola "la scelta" perché come sempre sì scegli da che parte stare e che non scegli, sceglie di non scegliere. Nel primo capitolo cita proprio una serie di personaggi importanti che hanno partecipato alla resistenza che parlano di questa scelta come una cosa che ha cambiato la loro vita. E come aprirsi alla costruzione di un mondo nuovo. È come se mettessi dietro il passato e ti aprissi ad una nuova stagione di cui sei parte, senso di libertà, pieno e intimo accordo con sé stesso come dice Battaglia. Il problema è sempre trovare l'accordo con se stessi. L'opposto e vivere la vita che ti hanno preparato gli altri, vivere una vita qualsiasi E pavone dice che c'è stata una guerra civile, una guerra patriottica (per liberare la patria dell'aggressore straniero) e una guerra di classe. Dentro alla resistenza non la pensavano tutti nello stesso modo perché c'erano formazioni politiche sostenute dal partito comunista, il partito egemonico dell'opposizione e dal partito socialista che puntarono a trasformare la resistenza nella lotta per costruire una società egualitaria, liberata dai fascisti e dai capitalisti. Fare della resistenza una guerra per liberare il paese dai capitalisti. Si capisce dalle vicissitudini interna dall'esistenza stessa in cui le brigate erano divise, si guardavano in cagnesco e avevano pareri diversi nei confronti degli alleati anglo americani che volevano avere il merito della liberazione italiana e fare di tutto per impedire la lotta di classe. Il problema da settembre, ottobre, novembre del 43 in cui ci fu la conferenza di Teheran in cui Churchill, Roosevelt e Stalin si incontrarono per decidere come dividere l'Europa: avevano paura che le brigate avessero troppa egemonia e imponessero una transizione ad una società comunista. La storiografia degli anni 90 in poi ha contribuito a demolire questa lettura agiografica secondo cui la resistenza fosse stato un processo unitario. Le formazioni partigiane rifiutano la lettura di pavone perché legate a questo mito. Tante vero che Togliatti, segretario del partito comunista credendo che questa divisione interna le forze partigiane avrebbe creato problemi, con la svolta di Salerno assicurò che l'alleanza tra le forze antifasciste sarebbe stata funzionale a creare una società democratica non socialista. Comincia un'alleanza, un fronte molto ampio che avrebbe dovuto combattere per una società democratica. Il partito comunista rinuncia al suo obiettivo per favorire la massima unità possibile. Primo grossa elemento: difficili equilibri tra le forze alleate, tra le forze politiche italiane che dopo il 25 luglio si erano ricostituita la luce del sole, sono ordinati i partiti tanto che dopo l'8 settembre nasce la resistenza, nasce per volontà delle forze politiche riunitasi, e la più organizzata fu quella comunista.

Seconda questione storiografica: la resistenza è stata considerata per lungo tempo come la resistenza armata, vale a dire nella credenza tradizionale è stata sempre solo un processo caratterizzato da ricorso alle armi, di resistenza e la vita di corsa alle armi. Dopo gli studi fatti dalle femministe con l'intento di far emergere il contributo femminile nella storia sono stati condotti studi che hanno messo in luce come le donne vi abbiano partecipato a volte andando in montagna ma più spesso svolgendo una funzione di collegamento. Staffette, materiali, un contributo non armato delle donne. Questi studi hanno consentito di delineare, aprire un capitolo che la resistenza e la quella armata e quella non armata, combattuta dalle donne, intellettuali, cattolici, preti.

Come la resistenza sia stata la somma di tante scelte dei singoli. Cittadini che hanno fornito vestiti, alimentato, e non fornite le molteplici forme di resistenza che grazie a scelte molto pericolose perché venivi ucciso se ti scoprivano, c'erano dei bandi che facevano espresso divieto di non nascondere i banditi. È grazie a questo che possiamo dire che la resistenza è stato un fatto di popolo. Questo ci fa dire che è stato un processo popolare, c'era una sorta di solidarietà contro l'occupazione nazifascista. Le donne hanno svolto spesso la funzione di staffetta. La resistenza armata è stato una resistenza complessa perché è combattuta in montagna, pianura e città e paradossalmente le forze più pericolose erano in pianura in città perché non vi erano ripari. In pianura si chiamano SAP (squadre di azione patriottica con la funzione di operare in pianura), in città GAP (gruppi di azione patriottica in città). Il gappista era un terrorista che spesso solo, in bicicletta, per avere una più facile via di fuga, colpiva l'obiettivo e scappava. Uno di questi attentati importanti è quello che produsse la strage delle fosse ardeatine. Carla Capponi e Verdeatini entrambi insegnanti della medaglia d'oro, preso dalle carceri romane in parte delle città, 350 civili e li massacrarono traessi Pino Albertelli. Alle fosse dove avevano incarcerato questa gente e nel carcere di via tasso Roma dove era detenuta Albertelli scrissero sui muri, versi, citazioni, cosa hai studiato al liceo pensieri dei grandi uomini che hanno lasciato il loro retaggio culturale. Sosteneva che la resistenza è stata anche estetica perché la letteratura, la filosofia hanno dato ai giovani di allora in un contesto in cui non c'era informazione politica e libertà, hanno dato il valore della dignità umana grazie a quello che hanno imparato dalla cultura umanistica, unico luogo in cui hanno imparato la libertà.

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