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Questione sociale nel XIX secolo scaricato 10 volte

La Questione sociale nel 1800

In Inghilterra, il processo di industrializzazione modificò radicalmente le abitudini di vita dei lavoratori ed acuì il divario tra la borghesia e la classe operaia.

Nel 1845 Friedrich Engels dedicò un’inchiesta alla questione sociale intitolata La situazione della classe operaia in Inghilterra. In seguito altri studiosi affrontarono il problema: l’economista liberale John Stuart Mill auspicò che la civiltà industriale producesse un’adeguata legislazione a garanzia delle condizioni di vita dei lavoratori; il francese Alexis de Tocqueville analizzò la situazione sociale secondo i criteri del sistema politico democratico statunitense.

La questione sociale divenne a tutti gli effetti un problema dello Stato e fu affrontata da filosofi, politici, economisti e dagli intellettuali cattolici. Sebbene le posizioni fossero molte e disparate, si delineò la contrapposizione tra due ideologie in particolare: il liberalismo e il socialismo.

Liberalismo e socialismo

In Inghilterra fu antesignano del socialismo l’imprenditore Robert Owen, che modificò la tradizionale gestione della fabbrica in favore degli operai. In Francia si ebbe, invece, il pensiero tecnocratico di Claude-Henri de Saint-Simon, il quale proponeva un ordine fondato sulla collaborazione tra i produttori che realmente contribuivano alla ricchezza dello stato, e il falansterio (una sorta di modello sociale) di Charles Fourier, la cui critica mosse in special modo verso gli squilibri del sistema industriale. Alle riflessioni di Fourier fece eco il filosofo Pierre-Joseph Proudhon, ed a questi si affiancò l’attività politica di Louis Blanc, impegnato nelle lotte del movimento operaio. Alcuni attivisti, infine, come Louis-Auguste Blanqui, sostennero l’impossibilità di pervenire a cambiamenti attraverso le riforme e proposero il ricorso alla violenza.

Al di là dei personaggi che teorizzarono la questione sociale ed i cambiamenti da introdurre, sorsero, dapprima in Inghilterra, le prime organizzazioni operaie. Riconosciute legalmente nel 1826, le Trade Unions inglesi (“unioni dei mestieri”) furono i prototipi dei primi sindacati dei lavoratori. La loro attività, votata al riformismo più che ad aspirazioni rivoluzionarie, si impose in Inghilterra sulle teorie più radicali dei socialisti. In altri paesi, tuttavia, l’atteggiamento rivoluzionario di alcuni attivisti prevalse sui movimenti sindacali e condusse, talvolta, a cambiamenti drastici.

Il Manifesto comunista di Marx ed Engels

Il contributo più significativo alla riflessione critica sulla società industriale fu prodotto dalla collaborazione tra Friedrich Engels e il filosofo Karl Marx, i quali pubblicarono, nel 1848, il Manifesto del partito comunista. L’opera individuava nell’antagonismo tra le classi sociali una costante storica e designava il sistema produttivo a struttura portante di ogni ordinamento, tanto che l’assetto politico, la cultura e la religione non sono che “sovrastrutture” di quell’elemento primario. Secondo Engels e Marx, a ogni classe sociale corrisponde un sistema economico e consegue un ordinamento politico con la sua espressione culturale. I fenomeni rivoluzionari sono il processo messo in atto dalle classi subalterne quando lo sviluppo delle loro forze produttive entra in contraddizione con l’ordine sociale vigente. Le rivoluzioni sono dunque gli eventi che scandiscono il progresso della società verso sistemi produttivi ed ordinamenti più avanzati.

Nella società di metà Ottocento la borghesia ha assunto il ruolo di classe dominante attraverso le rivoluzioni che hanno destituito l’ordine feudatario. Ma accaparrandosi ogni risorsa produttiva la stessa borghesia ha fatto del proletariato (gli operai) la sua classe antagonista. Sulla basse di questo ragionamento Engels e Marx preconizzavano la rivoluzione comunista, che il proletariato avrebbe condotto per gettare le basi di una società egualitaria, porre fine alla miseria intollerabile ed abolire per sempre lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Essendo lo Stato l’espressione politica del dominio economico di una classe sull’altra, la rivoluzione comunista avrebbe portato, con la scomparsa delle classi sociali, all’estinzione dello Stato stesso: ogni uomo avrebbe lavorato in relazione alle sue capacità e ricevuto in relazione ai suoi bisogni. Al motto di “Proletari di tutto il mondo unitevi!” Engels e Marx si ispiravano al principio dell’internazionalismo, seppure in un epoca di forti sentimenti nazionali. Gli autori del Manifesto comunista definivano i teorici del socialismo come Owen e Proudhon degli “utopisti”, in polemica del loro moralismo verso il sistema capitalista borghese e lo sfruttamento del lavoro.

Karl Marx proseguì la sua analisi della società contemporanea ne Il Capitale, in cui precisò i caratteri fondamentali della sua critica al sistema capitalistico. In particolare, Marx si concentrò sulla secondarietà del lavoratore rispetto alle merci, il cui valore era posto in primo piano sul merito di chi le produceva, al punto che a quest’ultimo spettava solo una minima parte dei ricavi conseguenti al suo duro lavoro.

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