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La Questione Romana


Uno dei problemi più difficili da risolvere che deve affrontare l’Italia dopo l’unità è la Questione Romana; si tratta di un elemento di debolezza interna ed esterna per lo stato che ha appena proclamato l’unità. Occorre premettere che lo Stato Pontificio era appoggiato da Napoleone III per paura di perdere l’appoggio dei cattolici francesi mentre lo Stato Sabaudo non voleva perdere un alleato prezioso come l’imperatore francese.
L’Italia voleva completare l’unità facendo di Roma la capitale d’Italia; questo urtava contro gli interessi della Chiesa che, per altro, non aveva riconosciuto l’annessione dello Stato Pontificio al Regno sabaudo, avvenuta nel 1860 e che non intendeva assolutamente rinunciare al potere temporale che ormai estendeva solo sul Lazio e su Roma.Già Cavour aveva tentato di affrontare il problema secondo la sua teoria di “libera chiesa in libero stato”, in base alla quale sosteneva la piena libertà dell’esercizio del potere spirituale per la Chiesa e di quello temporale per lo Stato. Tuttavia, tali tentativi restarono senza dare alcun frutto. Da parte sua, Garibaldi intendeva risolvere il problema con la forza. Infatti, nel 1862, decise di occupare Roma e con circa 2000 volontari, anche seguaci mazziniani, sbarcò in Sicilia e raggiunse la Calabria dove però fu ferito e fermato nella battaglia dell’Aspromonte dalle truppe piemontesi. Nel 1864, il governo italiano stipulò con Napoleone III la Convenzione di Settembre con la quale la Francia si impegnava a ritirare gradatamente le truppe da Roma mentre l’Italia, in cambio, accettava di trasferire la capitale da Torino a Firenze. Questo accordo non fu sufficiente a fermare Garibaldi che organizzò di nuovo una marcia su Roma, approfittando del fatto che le truppe francesi si stavano ritirando. Dopo una prima vittoria, i suoi volontari furono però sconfitti a Mentana dall’esercito pontificio e dalle truppe francesi giunte in soccorso del Papa.
Nel 1870, approfittando che Napoleone III era impegnato nella guerra franco-prussiana nella quale, fra l’altro fu sconfitto, le truppe italiane comandate dal generale Cadorna aprirono un varco nelle mura di Roma (breccia di Porta Pia) ed un plebiscito decretò l’annessione di Roma e del Lazio al Regno d’Italia. Da parte sua, il Papa, Pio IX reagì rinchiudendosi in Vaticano, considerandosi prigioniero morale dello Stato Italiano, dichiarando “nulla ed invalida” l’occupazione e lanciando la scomunica contro il re e il governo italiano. La capitale fu immediatamente trasferita da Firenze a Roma e il re Vittorio Emanuele II stabilì la propria residenza nel palazzo del Quirinale, in cui fino ad allora avevano sempre abitato i Pontefici. Questa ostilità della Chiesa ebbe conseguenze sia nella politica interna italiana che in quella estera. Infatti, il Papa ribadì il divieto per i cattolici di collaborare con l’Italia astenendosi dalla partecipazione alle elezioni. Nel campo delle relazioni internazionali si ebbe l’ostilità nei confronti dell’Italia da parte della Francia e di tutti i cattolici stranieri che non approvavano la cancellazione con la forza del potere temporale del Pontefice.
Nel 1871, il Regno d’Italia promulgò in modo unilaterale la Legge delle guarentigie che si ispiravano al concetto di “libera Chiesa in libero Stato” di Cavour. Il Papa veniva riconosciuto come sovrano e gli veniva assicurato il possesso del Vaticano, di Castel Gandolfo e del Laterano, territori considerati come facenti parte di uno stato straniero. Inoltre l’Italia si impegnava a versare al Papa un risarcimento per tutti i territori che aveva perso. Anche se la soluzione fu energicamente respinta da Pio IX, essa permise una convivenza pacifica a Roma dei due poteri fino al 1929. Un primo spiraglio di conciliazione si ebbe nel 1913 con il Patto Gentiloni. Per far fronte all’avanzata dei socialisti , favoriti dall’introduzione del suffragio universale maschile voluto proprio da Gentiloni l’anno precedente, i cattolici, con l’approvazione della Chiesa, decisero di partecipare alle votazioni, dando il loro voto ai candidati del partito di Giolitti e in cambio questi ultimi, una volta eletti, si sarebbero dovuti impegnare a sostenere la scuola privata, a difendere l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole e a lottare per escludere il divorzio dalla legislazione italiana. I risultati elettorali andarono nella direzione auspicata, anzi una ventina di cattolici furono eletti deputati.
La soluzione dell’annosa questione romana si ha l’ 11 febbraio 1929 sotto il regime fascista con la firma dei Patti Lateranensi fra lo Stato Italiano e la Santa Sede. Essi comprendono un trattato, una convenzione finanziaria e un concordato.
- In base al trattato, la Santa Sede riconosceva l’annessione di Roma all’Italia e, da parte sua, lo Stato italiano riconosceva la sovranità del pontefice sulla Città del Vaticano.
- In base alla Convenzione finanziaria lo stato italiano versava una forte indennità allo Stato Vaticano per compensare l’espropriazione dei beni ecclesiastici avvenuta nel 1861
- In base al Concordato veniva stabilito che
- il matrimonio religioso aveva anche effetti civili (in questo modo la separazione fra i coniugi sarebbe stato più difficile da ottenersi)
- la dottrina cattolica faceva parte dell’istruzione pubblica e l’insegnamento della religione sarebbe stato impartito anche nelle scuole secondarie pubbliche
- I preti colpiti da censura non potevano conservare un incarico pubblico
I Patti Lateranensi risultarono però più vantaggiosi per la Chiesa che non per lo Stato Italiano. Il fascismo, tuttavia, ottenne il pieno riconoscimento da parte della Santa Sede e rafforzò la sua posizione sia in politica interna che in politica estera
Grazie al Concordato, Mussolini poteva così presentarsi di fronte ai cattolici come colui che aveva sanato il dissidio fra lo Stato della Chiesa e il Regno d’Italia.
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