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Il problema palestinese: gli sviluppi


Dopo la seconda guerra mondiale, negli ambienti arabi, molto coesi dai valori della religione islamica, l’aspirazione all'indipendenza assunse un carattere religioso. Mentre alcuni paesi del Medio Oriente come il Libano e la Siria risolsero il problema dell’autonomia in modo pacifico, in Palestina la situazione divenne esplosiva per due motivi: 1) 1.20.000 arabi si trovano a vivere insieme a 600.000 ebrei 2) gli Ebrei provenivano da diverse parti di Europa, nella speranza, dopo le atrocità della guerra, di trovare in Palestina la terra promessa ed essere così al sicuro dalle persecuzioni.
L’ Inghilterra, che controllava il territorio, non fu capace di intervenire seriamente per eliminare lo scontro fra le due popolazioni e preferì abbandonare il paese nel 1948. Nello stesso anno, gli Ebrei proclamarono la nascita dello stato d’Israele, forti della decisione assunta l’anno precedente dall’ ONU di dividere la Palestina in due stati: uno ebraico ed uno arabo.
La reazione dei paesi arabi, che avevano costituito la Lega araba (Egitto, Siria, Iraq, Libano, Transgiordania e Arabia Saudita) fu immediata ed attaccarono militarmente Israele (prima guerra arabo-israeliana).
La guerra si concluse con la vittoria d’Israele che occupò altre zone palestinesi rispetto a quelle previste dall’Onu e a cui aggiunse anche una buona parte di Gerusalemme. Nel frattempo, il resto della Palestina passò sotto il controllo della Transgiordania per cui il previsto stato arabo-palestinese non fu mai costituito. Vista la vittoria, molti Ebrei sparsi in tutto il modo, si affrettarono a trasferirsi in Israele facendo aumentare notevolmente il n° degli abitanti nella regione oggetto di contesa. Da parte loro, gli arabi palestinesi fuggirono in massa dalla Palestina e furono accolti nei paesi vicini, ospitati in appositi campi profughi.
Ma le ostilità non terminarono. La tensione esplose di nuovo nel 1967: la guerra dei sei giorni vide di nuovo vittorioso Israele contro Egitto, Giordania e Siria. L’Israele ingrandì i propri confini, annettendo il Golan, tolto alla Siria, la Cisgiordania, tolta alla Giordania e la penisola del Sinai, tolta all’Egitto. Nonostante la risoluzione dell’Onu che richiedeva ad Israele di ritirare immediatamente le truppe dalle zone occupate, Israele si affrettò a colonizzare queste ultime, favorendovi l’insediamento di numerose famiglie ebree. Di nuovo anche la guerra dei sei giorni provocò la fuga di molti palestinesi dalla Cisgiordania. Come reazione al comportamento di Israele, si ebbe la costituzione dell’ OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina), con a capo Yasser Arafat: lo scopo era quello di organizzare attentati, guerriglie, incursioni e dirottamenti di aerei contro Israele ad opera di appositi soldati chiamati “fedain”.
Nel giorno del Kippur (= festa religiosa ebraica) del 1973, improvvisamente il presidente egiziano Sadat, attaccò Israele. Il conflitto – chiamato guerra del Kippur – nonostante, sostanzialmente, non abbia avuto né vincitori, né vinti, comportò la restituzione del Sinai all’Egitto, senza tuttavia ristabilire la pace nella regione.
Infatti, nel 1982, Israele invase il Libano per distruggere le basi dell’ OLP e continuò a respingere ogni possibilità di costituzione di uno stato palestinese. Da parte loro, i Palestinesi presero a protestare con l’ intifada (= una specie di insurrezione), con scioperi, manifestazione ed atti di violenza che non cessarono di diminuire nonostante le violente repressioni. La questione palestinese resta tutt’oggi insoluta.
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