Eventi della Prima Rivoluzione industriale


All’inizio del XVIII secolo in Gran Bretagna si creano le basi per la cosiddetta rivoluzione industriale. I fattori determinanti per questo cambiamento epocale non vanno cercati soltanto nell’incremento dei traffici commerciali e dell’artigianato, ma anche e soprattutto in una grande rivoluzione agricola. Fino a ora, infatti, il sistema agricolo inglese era basato sui campi aperti dove si è praticata la rotazione triennale, che ha comportato numerosi sprechi. A partire dal Settecento, invece, vengono introdotti i campi chiusi dove si attua la rotazione quadriennale, che risulta estremamente più produttiva e permette alla gentry di arricchirsi e di accumulare capitale da investire. Intorno alla metà del secolo, sono molto numerose le invenzioni volte a facilitare le attività artigianali e manifatturiere. Il settore tessile conosce un aumento della produzione grazie all’uso della jenny e del telaio meccanico, brevettato da Edmund Cartwright nel 1784. Tre anni prima, nel 1781, James Watt ha perfezionato la macchina rotativa a vapore, che viene applicata a un filatoio avviando cosi la rivoluzione industriale. L’invenzione di Watt determina la nascita delle fabbriche e nelle città che le ospitano aumenta il bisogno di manodopera. Così, gli ex contadini abbandonano le campagne e si trasferiscono nel centri urbani creando un nuovo urbanesimo e trasformandosi in operai che hanno bisogno di beni di consumo. Via via che il mercato dei compratori si allarga, cresce la domanda; di conseguenza cresce l’offerta che porta alla necessità di aumentare la manodopera e la massa dei consumatori. Questa spirale virtuosa può verificarsi solo grazie alla prodigiosa crescita demografica, dovuta alla fine delle epidemie di peste, alla diminuzione della mortalità, all’aumento delle nascite. Intanto la nuova industria ha sempre più bisogno di trasporti rapidi e nel 1814 George Stephenson costruisce la prima locomotiva, aprendo l’era della ferrovia e la rivoluzione dei trasporti. I ritmi imposti dalle macchine rendono necessaria una nuova organizzazione ed è Adam Smith, nel 1776 a metterla a punto dandole il nome di divisione del lavoro. Per favorire lo sviluppo economico, inoltre, le banche abbassano il tasso di sconto e le leggi sul lavoro smantellano le ultime corporazioni artigiane, creando però gravi conseguenze sul piano sociale. Nasce il liberismo, teorizzato ancora una volta da Adam Smith che sostiene che il benessere dell’individuo coincide con il benessere della società. Il liberismo si basa sulla libertà di iniziativa, l’assenza di tasse doganali, di monopoli di stato e di leggi a protezione dei lavoratori nonché sulla sfrenata concorrenza tra le imprese. Il liberismo economico si sviluppa in Inghilterra parallelamente alla grande corrente europea del liberalismo politico. La rivoluzione industriale nasce e si sviluppa in Inghilterra grazie anche al livello culturale generale del paese: l’alfabetizzazione è altissima, nel 1704 Daniel Defoe fonda il primo quotidiano, si moltiplicano stampatori e librai, nei club fervono le discussioni e si forma così l’opinione pubblica. La rivoluzione industriale arricchisce gli imprenditori e porta a un generale miglioramento del livello di vita, ma all’inizio gli operai subiscono un trauma violento: orari e condizioni di lavoro sono massacranti e i quartieri in cui vivono sono luridi e malsani. Molti tentano di distruggere le macchine e danno vita al luddismo, che si esaurisce nel 1824. Intanto però, si sono formate le prime leghe operaie e comunque, malgrado tutti gli svantaggi, i vantaggi offerti dalla vita in città sono evidenti.
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