Mongo95 di Mongo95
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Entrata nelle storia come “Grande Guerra”, la sua eccezionalità dipende da diversi elementi. Non investi il mondo completo, ma le sue ripercussioni ebbero effetto su tutto il globo. Vi parteciparono anche potenze extraeuropee (USA) e euroasiatiche (Giappone, Russia, Impero Ottomano), ma si combattè quasi esclusivamente su suolo europeo, portando a 10milioni di vittime. Oltre ad essere una guerra tra stati, fu un irriducibile scontro di valori, sistemi politici, visioni del mondo di popoli che pure condividevano un patrimonio millenario di storia, civiltà, religione e cultura.
Tante furono le cause, molte delle quali contingenti (l’attentato a Sarajevo contro l’arciduca Francesco Ferdinando il 28 giugno 1914; oppure la trappola delle alleanze, cioè una serie rapidissima di decisioni ed eventi concatenati che in poche settimane hanno trascinato in guerra tutte le potenze europee, in un gioco che non riuscivano più a controllare). Di fondo però erano presenti delle cause strutturali che aspettavano soltanto una scintilla per scoppiare: la competizione per l’egemonia economico-politca, la corsa agli armamenti, le instabilità regionali, i contenziosi territoriali (per esempio Alsazia-Lorena) e una diffusa politica di nazionalismo aggressivo.

Dopo l’attentato di Sarajevo, l’Impero Austro-Ungarico vuole definitivamente porre fine all’irredentismo serbo. La Germania dimostra subito il suo appoggio all’alleata. Il 23 luglio l’Austria invia un ultimatum alla Serbia, che non venne rispettatto del tutto. Il 28 luglio quindi si arrivò alla dichiarazione di guerra. Si pensava ad una guerra veloce e semplice, con l’entusiasmo dell’opinione pubblica e della stampa.
La Russia però, da sempre protettrice della Serbia, ordina una mobilitazione generale. La Germania mal vede questo comportamento e, ordinando la mobilitazione a sua volta, intima alla Russia di sospendere la propria. Ciò non avviene, e il 1° agosto la Germania dichiara guerra all’Impero zarista.
La Francia, fino ad ora piuttosto passiva, si mobilita a sua volta per rispondere alla minaccia tedesca. Infatti, per via dei blocchi di alleanze, guerra alla Russia significava guerra alla Francia.
La Germania quindi mette in atto il Piano Schlieffen: non potendo combattere su due fronti contemporaneamente, si doveva sfondare subito ad occidente, pertanto era necessario passare attraverso il neutrale Belgio (totalmente contro il diritto internazionale) e costringere la Francia alla resa. Il 3 agosto c’è la dichiarazione di guerra.
Questo atto provoca l’ingresso in guerra, a difesa della Francia, della Gran Bretagna. La dichiarazione di guerra avviene il 4 agosto. Soltanto l’Italia, seppur membro della Triplice Alleanza, sceglie di rimanere neutrale.
L’inizio del conflitto è generalmente accolto con grande patriottismo e spirito di concordia nazionale (questo clima viene detto “comunità d’agosto”). Si inizia a parlare di una “guerra difensiva”, cioè giusta, contro il nemico storico, che diventa rispettivamente il francese, il tedesco o il russo. I partiti socialdemocratici, diffusi in tutta Europa, avevano come ideale la lotta alla guerra, quindi erano di stampo pacifista. Dopo che nel 1876 Marx aveva dato il via alla I Internazionale (associazione che doveva unire tutti i socialisti del mondo. Compresi gli anarchici di Bakunin, anche se, proprio per controversie con essi, l’Internazionale finisce per sciogliersi), nel 1889 ne era nata una seconda, con soli socialisti, che si divisero in rivoluzionari e riformisti. Allo scoppio della guerra, in seguito all’invasione ingiusta del Belgio da parte della Germania, i socialisti però non si esprimono. Questo perché gli interessi nazionali prevalsero su quelli internazionali e sulla stessa ideologia di partito. La II Internazionale inizia progressivamente a sciogliersi.
I paesi belligeranti si preoccuparono subito di rafforzare il fronte interno, cioè mobilitare la popolazione civile per ottenere sostegno morale, lavoro e sacrificio. Le classi dirigenti cercano subito l’appoggio di tutti i partiti. Per giustificare l’intervento armato, si inizia anche a criminalizzare il nemico (soprattutto il tedesco), con la propaganda e la censura. Il risultato è un’ideologia comune di guerra patriottica, di stampo offensivo e breve.

Infatti la guerra si dimostra essere subito di movimento. Sul fronte occidentale i tedeschi sfondano il fronte nemico con rapida avanzata in profondità. Occupano Bruxelles e arrivano fino a 40km da Parigi. Presso il fiume Marna però incappano in una sconfitta, quindi inizia la controffensiva franco-inglese, che, nel 1915 fa sfociare il conflitto in una guerra di posizione, perché nessuno dei contendenti aveva al superiorità numerica per prevalere sul nemico. I due eserciti si trinceano lungo una linea di 650km lungo il confine francese. È una guerra di logoramente, intervallatta da sanguinosissimi combattimenti (molti dei quali all’arma bianca), senza che nessuno prevalesse in modo decisivo.

Sul fronte orientale i tedeschi risultano spesso vittoriosi. Gli alleati austriaci però vengono spesso sconfitti. Le flotte dell’Intesa inoltre impedisco agli Imperi centrali di rifornirsi. Nel 1914, con mire espansionistiche, il Giappone si unisce all’Intesa. L’Impero ottomano invece, temendo un’aggressione russa, si unisce agli Imperi centrali. Nel 1915 avviene quindi una massiccia offensiva anglo-francese a Gallipoli. In palio c’è l’importantissimo Stretto dei Dardanelli, che però rimane in mano turca. La Russia è quindi ora isolata via mare.

L’Italia, dall’agosto 1914 era membro della Triplice Alleanza, insieme a Germania e Austria. Questo accordo stabiliva la preventiva consultazione degli alleati qualora uno avesse deciso di muovere guerra, e che gli altri intervenissero a suo fianco. Ma ciò non era avvenuto da parte dell’Austria, quindi l’Italia non si sente obbligata ad intervenire e rimane neutrale. Sperando comunque, in caso di vittoria, di ottenere dei territori. L’Austria però insiste che cederà qualcosa solo in caso di intervento.
La politica, voluta da Salandra, è quindi quella del “sacro egoismo”: da una parte trattative con gli Imperi centrali per concessioni territoriali, dall’altra contatti per un intervento a fianco dell’Intesa. Infatti il diffuso irredentismo italiano mal vedeva tale alleanza con l’Austria. Più volentieri sarebbe stata accolta l’ipotesi di scendere in campo contro di essa. A sostenere questa opinione erano i nazionalisti, gli intellettuali e una corrente liberale interventista guidata da Albertini, direttore del Corriere della Sera. Gli Stati dell’Intesa vogliono fare leva su questo sentimento. Si arriva quindi, nell’aprile 1915, agli accordi di Londra, che prevedono di assegnare i territori di Trentino, Südtirol, Trieste, Gorizia, Istria e Dalmazia (tranne Fiume), più colonie tedesche in Africa all’Italia, se fosse intervenuta al fianco dell’Intesa (almeno un mese dopo questi accordi).

Serve solo la ratifica parlamentare. Bisogna quindi convincere la maggioranza neutralista: socialisti, operai, i contadini (di cui si fecero interpreti i cattolici), la Chiesa e i liberali giolittiani (che pensavono non servisse entrare in guerra: lo smembramento dell’Impero Austro-ungarico era imminente, bastava avere pazienza e se ne sarebbe tratto comunque guadagno).
Mussolini, diretto dell’Avanti, ha una posizione particolare. Dopo aver visto l’atteggiamento assunto dai socialdemocratici tedeschi, aveva capito che mai un rivoluzione sarebbe scoppiata in Italia. La guerra diventata l’unico mezzo con cui cambiare gli equilibri stagnanti del Paese. Cerca quindi di convincere i socialisti a passare dalla “neutralità assoluta” ad una “attiva e operante”. Il suo prestigio va in fumo, viene etichettato come traditore e il partito lo espelle. Fonda quindi un nuovo giornale, “Il Popolo d’Italia” che inneggia alla guerra.
Gli interventisti cercano di farsi sentire attraverso manifestazioni in piazza (giornate che la retorica nazionalista esalterà come “maggio radioso” o “radiose giornate di maggio”). Il poeta D’Annunzio ebbe un ruolo fondamentale: uomo di destra e trascinatore di folle, dall’oratoria militaresca, porta avanti la dottrina del “col bastone e col ceffone”.
Venuti alla luce gli accordi di Londra, il Parlamento e Giolitti chiedono le dimissioni di Salandra. Il re Vittorio Emanuele III allora chiede a Giolitti di formare il nuovo governo, ma egli rifiuta. D’Annunzio allora suggerisce di creare “pattuglie civili”, ma i neutralisti non risposero a questo richiamo alla violenza. Salandra viene richiamato al suo posto. Il 20 maggio 1915 la Camera approva l’intervento e il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra. I socialisti, ancora contrari, a questo punto non possono dichiararsi apertamente contrari alla guerra, rischiando accuse di alto tradimento. Adattano quindi la formula del “né aderire, né sabotare”.
Il fronte italiano si staglia lungo il confine con l’mpero Asburgico, diviso in tre settori: Trentino, Cadore e Carnia, valle dell’Isonzo e altopiano del Carso. Da subito anche questo scontro si dimostra una guerra di trincea e difensiva. L’esercito è sotto il comando del rigido Luigi Cadorna, che aveva l’idea di una guerra di movimento, impossibile però per la morfologia del terreno e le fitte fortificazioni nemiche. Da giugno a dicembre avvengono quattro offensive sul fiume Isonzo con l’obiettivo di sfondare verso Trieste. Sono però fallimentari se si guarda al pesantissimo tributo di vite umane, dovuto all’incapacità dell’alto comando militare, all’impreparatezza degli ufficiali, lo scarso equipaggiamento dei soldati (per lo più analfabeti).

Nel 1916, dopo un anno e mezzo di guerra e un milione di morti, il risultato è pressochè nullo. I tedeschi decidono di lanciare, con scarsi risultati, una grande offensiva nella regione francese di Verdun. Dopo 6 mesi di sanguinosa battaglia, il tutto si risolve in un nulla di fatto. Gli anglo-francesi rispondono con un altrettanto inutile attacco sul fiume Somme. Vengono utilizzati massicciamente vecchi armamentari (artiglieria, mitragliatrici) così come nuove tecnologie (aviazione, carri armati, sottomarini, gas tossici).
Sul fronte italiano, le continue offensive sull’Isonzo portano alla presa di Gorizia. Ma intanto gli austriaci attaccano in Trentino, che viene bloccato a stento. È la “Strafexpedition”, voluta dal generale austriaco Conrad, che voleva punire l’alleato traditore.
L’ammiragliato tedesco decide di uscire in mare aperto, per combattere il blocco navale inglese nel mare del Nord che impediva i rifornimenti. Avviene la battaglia dello Jütland, una disfatta per i tedeschi. Viene ideata allora una guerra totale e illimitata, sottomarina, rivolta verso le navi di rifornimenti nemici. Divenne poi del tutto indiscriminata, colpendo qualsiasi bersaglio. Fu fallimentare, ma venne affondato il transatlantico Lusitania, con a bordo oltre 1000 civili (anche americani).

Il 1917 è l’anno della svolta. Sul fronte orientale c’è il tracollo politico del regime zarista in seguito alla rivoluzione bolscevica. La Russia quindi esce dalla guerra e la Germania può concentrare le sue forze su di un unico fronte. Sul fronte occidentale, c’è l’ingresso in guerra a fianco dell’Intesa degli Stati Uniti. Il presidente democratico Wilson era sempe stato pacifista, cercando di mediare le tensioni europee. Era anche arrivato a scivere 14 principi al riguardo, tra cui: autodeterminazione dei popoli, trasparenza, disarmo, formazione della Sociatà delle Nazioni. Le ragioni però che spinsero l’opinione pubblica a volere la guerra furono prima di tutto la volontà di voler far cessare la guerra sottomarina indiscriminata tedesca. Ma ce ne erano anche di più pronfonde: legami storico-culturali-economici con Francia e Gran Bretagna, nonché la volontà di affermarsi a livello internazionale come potenza economica che effettivamente erano. Uscire quindi dal secolare isolazionismo (dottrina Monroe). Il loro ingresso in guerra porta 1 milione di uomini e la forza del loro apparato industriale.
Lo spostamento massiccio delle truppe degli Imperi centrali si fa particolarmente sentire sul fronte italiano. Avviene quindi lo sfondamento a Caporetto, una enorme disfatta per gli italiani. Cadorna, non comprendendo i problemi e le sofferenze delle truppe, accusò il disfattismo interno di socialisti e stampa. Invece la colpa fu proprio dell’incapacità degli alti comandi militari di comprendere cosa stava accadendo. Cadorna viene quindi rimosso dall’incarico (anche per i suoi metodi brutali, come la decimazione) e sostituito da Armando Diaz. Egli riuscì a rinvigorire le truppe, portandole alle vittorie di Vittorio Veneto e sul Piave. La crisi si sente anche politicamente: il governo cade e la mano passa a Vittorio Emanuele Orlando.
Ma la situazione è critica: in prima linea ci sono comportamenti di rifiuto: diserzione, fuga, sbandamenti di interi reparti, ammutinamenti. Sul fronte interno si assiste a scioperi e sommosse. Papa Benedetto XV parla di “inutili stragi”. L’opinione pubblica, dopo l’entuasismo del 1914, è ora stufa.

Nel 1918 i tedeschi tentano nuove offensive, ma non si va oltre la Marna. Gli austriaci non riescono a sfondare la linea del Piave. In Germania la crisi porta alla nascita di un governo a partecipazione socialista, che inizia a chiedere a Wilson di mediare un processo di riappacificazione, che però fallisce. Infatti c’è la pretesa della capitolazione del nemico, la sua resa incondizionata. Il disfattismo è generale.
Si arriva all’ennesima offensiva fallimentare. L’intervento degli americani però ora garantisce la superiorità numerica necessaria, e la controffensiva dell’Intesa ad Amiens (agosto 1918) ha successo.
L’Austria-Ungheria come stato si disgrega e finisce la “duplice monarchia”. Dopo il colpo di grazia a Vittorio Veneto, il 4 novembre 1918 c’è l’Armistizio a Villa Giusti.
La Germania, senza alleati, si arrende a sua volta.

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