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La piena maturita’ del movimento operaio

La prima internazionale.
Il 28 settembre 1864, al fine di coordinare le lotte operaie a livello internazionale, a Londra, prese vita, dall’incontro di operai e rivoluzionari inglesi, francesi, italiani e tedeschi, l’associazione Internazionale operaia. Tale incontro permise la redazione di un “indirizzo alla classe operaia”.
L’opera fu il frutto di un compromesso e, in particolare, non rispecchiò la concezione esposta nel “Manifesto” di Karl Marx, che era componente del comitato direttivo dell’associazione. La meta ultima indicata era decisamente vaga (“abolire ogni dominio di classe”, “emancipazione della classe lavoratrice”) e, soprattutto, non erano accenni alle idee marxiste sulla conquista del potere statale, alla dittatura del proletariato, e all’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione.

L’associazione, pur trovando nell’azione il punto d’incontro tra le sue componenti, si caratterizzò proprio per non essere omogenea dal punto di vista ideologico. All’interno, infatti, si trovavano figure differenti tra loro anche perché avevano presupposti filosofici molto distanti.
Inizialmente troviamo, tra i principali avversari di Marx i seguaci di Pierre-Joseph Prohudon (1805-1865). Quest’ultimo era un autodidatta che non si opponeva al concetto di proprietà in sé ma solo alla concentrazione di essa nelle mani di pochi privilegiati. La società a cui aspirava era pre-moderna visto che egli guardava con diffidenza al processo di industrializzazione e considerava naturale che le donne avessero una posizione subordinata. Prohudon ricercava una struttura sociale basata sulla famiglia e sulla piccola proprietà mentre considerava lo Stato il principale pericolo per la libertà umana.
Nonostante tali divergenze, i primi congressi dell’Internazionale non registrarono clamorose fratture. Anche perché, negli anni 1867/1869 la preoccupazione principale dell’associazione fu di sostenere, con denaro e sussidi, gli scioperi in cui gli operai delle diverse nazionalità erano impegnati: in tal modo l’agitazione poteva essere protratta più a lungo.
Verso la fine degli anni ’60 le azioni di protesta, sostenute dall’Internazionale, divennero particolarmente temute sia dai singoli capitalisti sia dallo Stato. In particolare, nel giugno e nell’ottobre 1869, per mettere fine allo sciopero dei minatori belgi e francesi, l’esercito sparò sui dimostranti provocando numerosi morti.

L’anarchico Michail Bakunin
Dal 1869, allorchè fu ammessa a far parte dell’organizzazione l’alleanza internazionale della democrazia socialista, fondata dal russo Michail Bakunin (1814-1876), i rapporti tra le anime che coesistevano all’interno dell’Internazionale si fecero tesi. Bakunin era il principale rappresentante dell’anarchismo una corrente filosofica e rivoluzionaria in netto antagonismo rispetto al marxismo.
Per Bakunin la libertà del singolo individuo era concepita come assoluta e non limitabile; inoltre il suo pensiero escludeva l’esistenza stessa di un creatore, alla cui volontà l’individuo avrebbe dovuto sottomettersi ed obbedire. Anche alle autorità umane, prima fra tutte lo Stato, ritenuto come un pericoloso nemico della libertà umana ed il principale ostacolo da abbattere in vista del raggiungimento della felicità individuale, non si riconosceva alcuna validità positiva. Ulteriori nemici dell’uomo erano la proprietà privata, con i loro frutti di miseria e diseguaglianza sociale, e le convenzioni morali, che ponevano limiti all’espressione di affetti e sessualità.
La società a cui Bakunin si riferiva era anarchica (“esente da comando”), priva di Stato: dopo essersi liberati dai tiranni, tramite una rottura rivoluzionaria, gli uomini si sarebbero radunati in comunità in cui il potere coercitivo sarebbe stato minimo ed incapace di opprimere di nuovo l’individuo (in ciò troviamo una prima differenza rispetto a Marx secondo il quale, per un certo periodo, preso il potere, il proletariato avrebbe dovuto servirsi dello stato, per combattere e vincere definitivamente la borghesia, procedere alla socializzazione dei mezzi di produzione e schiacciare i tentativi contro-rivoluzionari).

Per Bakunin, un eventuale Stato proletario non era meno oppressivo dello Stato borghese e, dunque, il concetto marxista di dittatura del proletariato, che Marx aveva introdotto nel “Manifesto” del ’48, trovò l’avversione di Bakunin. Un’altra importante divergenza tra Marx e Bakunin riguardava i tempi e le modalità del passaggio alla nuova società portatrice di felicità: Marx era convinto che il ruolo prevalente nel processo rivoluzionario spettasse al proletariato industriale, mentre Bakunin riteneva che gli operai, in virtù della loro capacità organizzativa, sarebbero riusciti con il tempo ad ottenere buoni salari e condizioni di vita dignitose ma, a quel punto, essi avrebbero perso la volontà di riscatto e si sarebbero sottomessi al capitalismo ed al potere statale. Perciò, per Bakunin, solo i contadini più miserabili ed il sottoproletariato emarginato dovevano essere considerati veramente rivoluzionari.
In particolare, Marx, sia nel “Manifesto” del ’48, sia nel “Capitale”, in parte dato alle stampe nel 1867, affermava che la rivoluzione proletaria avrebbe avuto possibilità di successo solo quando il capitalismo borghese, dopo un pieno sviluppo ed una completa espansione, sarebbe crollato a causa delle interne contraddizioni. Di contro, Bakunin riteneva che la volontà della massa avrebbe potuto abbattere il vecchio sistema in qualsiasi momento se solo fosse stata ben guidata.

La Comune di Parigi
Durante il congresso del 1868 l’Internazionale aveva deciso di mobilitare gli operai di tutt’europa, nel caso in cui la crescente tensione tra Francia e Prussia si fosse trasformata in guerra, ma non riuscì in tale intento.

In particolare, dopo la disfatta di Napoleone III, a Sedan, in Francia fu proclamata la Repubblica (4 settembre 1870), il governo provvisorio si trasferì a Bordeaux e Parigi si trovò assediata dai prussiani. Il presidente francese Adolphe Thiers non potè che chiedere l’armistizio ma la popolazione parigina, irritata, il 26 marzo 1871 elesse a suffragio universale un nuovo organismo di governo, che prese il nome di Comune. La Comune era un organismo assembleare di 80 elementi, con poteri deliberativi. I suoi decreti di orientamento democratico, come ad ex. l’istruzione pubblica per tutti, il blocco degli sfratti, il divieto di lavoro notturno, furono finalizzati al miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Di particolare importanza fu il principio, introdotto dalla Comune, che il salario di un esponente del governo non dovesse superare quello di un operaio; inoltre, essa, contro il tradizionale accentramento amministrativo francese, ipotizzò che tutto il Paese si trasformasse in una federazione di piccole entità politiche anche se essa era completamente isolata dal resto della Francia. Secondo i provvedimenti adottati a Parigi nel 1871, gli unici impianti ad essere espropriati furono quelli che gli imprenditori avevano chiuso, prima di abbandonare la città: sotto tal profilo la Comune parve ispirata più a Proudhon che a Marx. Il governo Thiers guardò con diffidenza l’esperimento della Comune e, accordatosi con i prussiani, ritenendo che il governo parigino fosse manovrato dall’Internazionale, intervenne con le armi, pesantemente, per riprendere la capitale, nei mesi di maggio e giugno 1871. Molti tra i difensori furono condannati alla prigione o deportati in Oceania.

Dalla prima alla seconda Internazionale
L’esperimento della Comune parigina venne criticato da Giuseppe Mazzini. Egli, nel 1871, pubblicò vari articoli severi rispetto al pensiero di Marx, Bakunin e all’Internazionale. Secondo Mazzini, l’eliminazione di Dio avrebbe comportato la soppressione di ogni moralità e di ogni forma di convivenza umana; inoltre, egli difese il diritto di proprietà ed accusò marxisti ed anarchici di voler frantumare la Nazione.

Inoltre, i contrasti tra Marx e Bakunin si fecero più acuti. Nel 1872 l’Internazionale si spaccò nei filoni marxista ed anarchico. Trasferitosi negli Stati Uniti, il consiglio generale dell’Internazionale (in mano ai marxisti) decise nel 1876 di sciogliere l’associazione. Nel 1877 si sciolse l’Internazionale degli anarchici. Dopo il fallimento della prima Internazionale (1864-1877) l’anarchismo non si sarebbe più ripreso; solo singoli militanti anarchici, verso la fine dell’800, portarono a termine clamorosi attentati a sovrani e capi di stato, per spingere le masse alla rivolta, senza ottener alcun successo. Di fatto il movimento anarchico rimase vitale solo in Spagna ed in Italia mentre, nei paesi più industrializzati, si ritrovò emarginato.
Nel 1889 il marxismo costituì la cosiddetta seconda Internazionale connotata da una forte unità ideologica. Divenne, di fatto, la federazione dei sempre più numerosi partiti socialisti e socialdemocratici europei, di ispirazione marxista.
Nel 1890 venne lanciata una sfida, da parte dell’Internazionale, secondo cui il 1° maggio di ogni anno i lavoratori di tutto il mondo avrebbero rivendicato la giornata lavorativa di otto ore. Inoltre, i partiti socialisti dei principali paesi europei scelsero di partecipare alla vita dei parlamenti dei loro stati per influire e sollecitare decisioni volte al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori. La concezione marxista, secondo cui i tempi non erano ancora maturi per la rivoluzione spingeva in tal direzione.
Anche se non partecipavano al governo, i partiti socialisti divennero una grande forza elettorale di massa sostenuta da una rete efficiente di associazioni e di sindacati capaci, oltre che di assistere gli operai nei loro problemi quotidiani e di lavoro, anche di offrire occasioni di svago e di istruzione.

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