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Ottocento: il programma moderato

La situazione di tensione durante il biennio delle riforme venne utilizzata dai moderati per premere sui sovrani, prospettando loro le riforme come unica via per impedire l'esplodere di una rivoluzione sociale. Esemplare, in questo senso, è l'opuscolo redatto nella primavera 1847 dal liberale piemontese Massimo D'Azeglio (1798-1866), intitolato significativamente Proposta d'un programma per l'opinione nazionale italiana, che fu ampiamente letto e discusso e costituì una sorta di manifesto del nascente "partito" moderato. D'Azeglio esortava i principi "a porre in cima d'ogni altro interesse l'interesse italiano" e il popolo ad adottare "le idee di un progresso moderato e perciò possibile, che non porti offesa agli interessi dei prìncipi". Su tali basi, presentava poi la "piattaforma" del programma moderato: elettività dei consigli provinciali e comunali; riforma dei codici e pubblicità dei processi; leggi sulla stampa più liberali; creazione di un sistema di ferrovie; libertà di commercio interno; unificazione di monete, pesi e misure.

Il programma di D'Azeglio, che si presentava come "realistico", in realtà risultava già superato dalle rivendicazioni costituzionali e patriottiche ormai diffuse nell'opinione pubblica, come dimostrarono presto gli eventi del 1848.

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