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Ottocento - Giacobini e comunisti

All'inizio degli anni quaranta vide la luce, nel linguaggio e nel dibattito politico, la distinzione fra "socialismo" e "comunismo", caratterizzato, quest'ultimo, dall'egualitarismo radicale e dalla proprietà comune dei beni.
In Francia, il principale filone politico comunista traeva origine dal giacobinismo radicale (i giacobini erano i membri di un circolo rivoluzionario sorto durante la rivoluzione francese, che furono al potere dalla proclamazione della repubblica nel 1792 al 9 termidoro 1794) e dalla congiura degli Eguali di Babeuf, i cui ideali, dopo il tragico fallimento, erano stati tenuti vivi da Filippo Buonarroti.
I comunisti teorizzavano la costruzione di una società basata sulla proprietà comune della ricchezza, da attuarsi per via rivoluzionaria. Questo tema è al centro del pensiero di Auguste Blanqui (1805-81), figura di irriducibile cospiratore e rivoluzionario. Egli credeva che l'obiettivo fondamentale dei comunisti fosse la presa del potere politico sotto la guida di un ristretto nucleo di rivoluzionari, i quali lo avrebbero gestito provvisoriamente in forma dittatoriale, in modo da consolidare e difendere le conquiste della rivoluzione promuovendo nel contempo l'educazione del popolo. Questa concezione spinse Blanqui e i suoi seguaci a indirizzare l'attività di propaganda non alla nazione nel suo insieme (com'erano indotti a fare molti socialisti imbevuti di cultura illuminista), ma a una ristretta minoranza di militanti, destinati a costituire l' "avanguardia" del movimento rivoluzionario.

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