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Le origini dell'Unione Europea


Il secondo dopoguerra


All’indomani degli sconvolgimenti causati dalla Seconda guerra mondiale, l’urgenza di intraprendere un piano di ricostruzione di sviluppo economico rese quanto mai necessario l'avvio nei paesi europei di un processo di integrazione.
A favorire l’attuazione del primo passo in tal senso fu proprio il piano Marshall, che fin dal 1947 aveva previsto l’assegnazione di consistenti aiuti americani all’Europa, purché i singoli Stati si fossero tra loro organizzati e avessero raggiunto un accordo per la ricezione e la distribuzione di quanto fosse giunto dagli Stati Uniti.

Proprio sulla base di questa necessità pratica si formò quindi un movimento teso all’integrazione europea e al conseguente abbattimento delle barriere doganali.
Nel clima della guerra fredda, l’Europa era peraltro venuta a trovarsi divisa in due blocchi contrapposti: l’Europa orientale, caratterizzata da governi di tipo socialista sotto la diretta influenza dell’Unione sovietica, e l’Europa occidentale, i cui governi si ispiravano ai principi della democrazia liberale. I paesi europei che facevano parte del blocco occidentale erano strettamente legati dal punto di vista economico e politico agli Stati uniti. Tale vincolo era formalizzato dal Patto Atlantico e dalla Nato, alleanza militare a carattere difensivo.
Il simbolo della divisione in blocchi era la Germania, che dal 1949 si trovava smembrata in due Stati: la Repubblica federale tedesca, ovvero la Germania ovest, appartenente al blocco occidentale, e la Repubblica democratica tedesca, inserita nel blocco sovietico.
In questo quadro la prospettiva di un'Europa unita assunse sempre maggiore rilievo nell'opinione pubblica: si cominciò a parlare di Stati Uniti d’Europa, ovvero di un’entità che riunisse il maggior numero possibile di paesi europei attraverso un governo di tipo sovranazionale e che fosse in grado di competere con le due superpotenze in campo politico ed economico.
Nell’Europa del blocco occidentale all’inizio svolsero un ruolo politico centrale la Gran Bretagna e la Francia, seppure divise sull’idea di Europa e sul rapporto con gli Stati Uniti.
In Gran Bretagna le elezioni del luglio 1945 avevano decretato la vittoria dei laburisti. Nel 1951 ebbe inizio un decennio di governi conservatori, cui seguì una stagione politica durante la quale si alternarono al potere conservatori e laburisti. In politica estera tutti i governi furono comunque accomunati da una linea di stretto legame con gli Usa.
La Francia si trovava in una situazione particolarmente difficile poiché portava le ferite del regime di Vichy e del collaborazionismo con la Germania hitleriana. Al termine della guerra si erano formati alcuni governi di unità nazionale, presieduti dal generale Charles De Gaulle, leader della resistenza antinazista. Le esigenze di rinascita del paese si espressero nell’approvazione di una nuova Costituzione, entrata in vigore nel dicembre 1946, che dette vita alla Quarta repubblica.
Nel 1958, In seguito a una crisi politica , la guida del governo fu affidata nuovamente a Charles De Gaulle che modificò la Costituzione e trasformò la Francia in una repubblica semipresidenziale.
Repubblica semipresidenziale: ordinamento istituzionale nel quale il capo dello Stato, eletto direttamente dal popolo a suffragio universale, detiene il potere esecutivo, ma non in modo esclusivo all’americana. Infatti egli condivide la responsabilità di governo con un primo ministro da lui nominato che però deve ottenere la fiducia del Parlamento.
In dicembre De Gaulle veniva eletto primo presidente della Quinta repubblica. In politica estera De Gaulle cercò di costruire per la Francia un ruolo di potenza centrale in Europa e di mantenere una certa autonomia rispetto agli Stati Uniti.

I primi organi dell'UE


Nel maggio 1949 dieci Stati europei avevano dato vita al Consiglio d’Europa, con sede a Strasburgo, allo scopo di promuovere i principi comuni e il progresso economico e sociale dei paesi aderenti. Il processo di unificazione trovò la sua prima concreta attuazione il 18 aprile 1951, allorché si procedette alla creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), alla quale aderirono Francia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Italia e Repubblica federale tedesca. Tale organismo, regolato da un’autorità sovranazionale e indipendente dai governi degli Stati membri, divenne uno strumento di collaborazione economica, finalizzato a superare ogni forma di restrizione nel campo della produzione e della circolazione di carbone e acciaio. Si trattava di un passo anche di grande valore politico perché contribuiva a rimuovere uno dei motivi di contrasto fra la Francia e la Germania, che proprio sul controllo delle zone di produzione del carbone e dell’acciaio avevano sedimentato rivalità profonde.
Gli stessi sei paesi aderenti alla Ceca sottoscrissero Il 25 marzo 1957 i trattati di Roma, con cui furono istituite due organizzazioni europee che entrarono in funzione il primo gennaio 1958: la Comunità economica europea (Cee), che doveva promuovere la progressiva creazione di un Mercato comune europeo (Mec) dove vigesse la libertà di circolazione per merci, capitali e lavoratori, e la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom).
Le varie iniziative prevedevano l’eliminazione delle tariffe doganali, la libera circolazione della forza lavoro e dei capitali e il coordinamento delle politiche agricole e industriali, ma non condizionavano in alcun modo la sovranità politica dei singoli Stati.
Emerse poi anche la necessità di dare un contenuto politico alla Comunità europea con la creazione di un’organizzazione sovranazionale che consentisse all’Europa di diventare un nuovo soggetto internazionale forte, un terzo polo rispetto a Stati Uniti e Unione Sovietica. Ma questo percorso incontrò vari ostacoli, soprattutto da parte della Francia di De Gaulle: il presidente francese riteneva che la Cee non dovesse avere poteri decisionali vincolanti per i paesi membri. Infatti l’Europa a cui De Gaulle pensava non era tanto un organismo politico, quanto piuttosto una “Europa degli Stati”, basata sulla piena sovranità nazionale e su un’ampia autonomia decisionale di ciascun paese. Inoltre egli poneva il veto all’ingresso della Gran Bretagna nella Comunità europea, in quanto considerava i britannici troppo legati agli Stati Uniti.

La storia europea degli anni Settanta: crollo di regimi totalitari


La storia europea degli anni Settanta fu segnata da un fenomeno molto importante: il crollo dei regimi fascisti e autoritari ancora attivi in Portogallo, in Spagna e in Grecia.
La prima dittatura a cadere fu quella del Portogallo. Il 25 aprile 1974 la “rivoluzione dei garofani” - così chiamata perché la popolazione scese in piazza a fianco dei militari, mettendo garofani nelle canne dei loro fucili, in segno di pace - riuscì ad abbattere in modo incruento il regime del primo ministro Marcelo Caetano.
In Spagna la rinascita del regime democratico venne promossa dal re Juan Carlos di Borbone, salito al trono nel 1975, dopo la morte del generale Francisco Franco.
In Grecia, nel 1967, un colpo di stato aveva portato al potere la cosiddetta “dittatura dei colonnelli". Nel 1973 il regime militare proclamò ufficialmente la fine della monarchia e l’istituzione della repubblica. Nel 1974, in seguito al fallito tentativo di annessione dell'isola di Cipro, la giunta dei colonnelli dovette però porre fine alla dittatura.
Anche sulla scia di questi avvenimenti, negli anni Settanta e Ottanta il processo di integrazione europea subì un’accelerazione: la Comunità europea aumentò il numero dei suoi membri ed estese le sue competenze nel settore economico cominciando ad assumere una prima fisionomia politica. Nel 1973, caduto il veto francese, la CEE accolse la Gran Bretagna, l'Irlanda e la Danimarca, seguita nel 1981 dalla Grecia e nel 1986 dal Portogallo e dalla Spagna. L'originaria “Europa dei Sei", diventava così l’ “Europa dei dodici".
Nello stesso tempo la Comunità stabilì che il Parlamento europeo sarebbe stato eletto a suffragio universale diretto. Nel luglio 1979, per la prima volta 185 milioni di cittadini si recarono alle urne per eleggere i propri rappresentanti al Parlamento europeo, la cui sede fu posta a Strasburgo, in Francia, al confine con la Germania.
Sempre nel 1979, per far fronte alla instabilità finanziaria venne istituito il Sistema monetario europeo (Sme), un sistema in base al quale le valute nazionali dovevano fluttuare attorno a un valore medio fissato di comune accordo, con un’oscillazione non superiore al 2,5%.
Intanto nella Repubblica federale tedesca una coalizione di sinistra promosse una politica di collaborazione con i paesi dell'est europeo (Ostpolitik).
Di fronte alla crisi economica del 1973, Francia e Germania adottarono politiche alternative a quelle neoliberiste del premier inglese Margaret Thatcher, la quale, seguendo l’esempio del presidente americano Reagan, avviò un intenso programma di liberalizzazione e di riduzione dell’intervento pubblico nell’economia: i governi di Francois Mitterrand e di Helmut Kohl (tandem franco-tedesco) preservarono invece il welfare state e si adoperarono per una maggiore europeizzazione, tanto che i dodici Stati della Comunità europea gettarono le basi per una confederazione politica rafforzando i poteri del Parlamento europeo e la cooperazione.


Dopo la caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989), il governo tedesco dovette affrontare i problemi legati alla riunificazione della Germania, ufficializzata il 3 ottobre 1990. La struttura federale già adottata nel 1949 nella parte occidentale fu estesa alla parte orientale: Berlino ritornava così a essere la capitale della Germania unita, mentre Bonn restava la sede del Consiglio federale, ossia di uno dei due rami del Parlamento. Le regioni della ex Rdt furono colpite duramente dai radicali cambiamenti imposti dal passaggio all'economia di mercato: le ex aziende di Stato furono privatizzate e molte chiusero perché non abbastanza competitive. Ne derivò una forte crescita della disoccupazione accompagnata anche da una drastica diminuzione dei servizi sociali. Si assisté anche a una consistente migrazione interna, da est verso ovest.
Malgrado queste difficoltà, la fine della divisione dell’Europa fra Est e Ovest, con la conseguente riunificazione delle due Germanie, aveva aperto alla Comunità europea nuove prospettive. Una tappa fondamentale fu la firma, il 7 febbraio 1992, del Trattato di Maastricht, entrato in vigore il 1° novembre 1993. Con il trattato si dava vita a una nuova realtà politica economica che viene definita Unione europea e di cui vennero istituiti i principali organi direttivi: il Parlamento europeo, il Consiglio dell’Unione Europea, la Commissione Europea e la Corte di giustizia. Il trattato di Maastricht si poneva come obiettivo da raggiungere entro il 1999 la creazione di una moneta unica e di una Banca Centrale Europea; in secondo luogo fissava l’avvio di una politica estera comune; infine istituiva la cittadinanza dell’Unione, stabilendo che “è cittadino dell’Unione ogni persona che abbia la cittadinanza di uno Stato membro”.
A Maastricht e furono fissati anche alcuni parametri economici che ogni Stato avrebbe dovuto rispettare per poter essere ammesso nell’Unione, allo scopo di avviare una politica economica comune: uno dei più importanti parametri era il rapporto tra il debito pubblico e prodotto interno lordo, che doveva restare al di sotto del 60%.
Nel marzo 1995 entrata in vigore anche la convenzione di Schengen, un accordo cui aderirono quasi tutti gli stati dell’Unione, che prevedeva la libera circolazione dei cittadini sul territorio dei paesi membri con l’abolizione dei controlli ai confini comunitari. L’accordo definiva inoltre la normativa in materia di ingresso dei cittadini extracomunitari e stabiliva più stretti i rapporti fra le polizie nazionali. Nello stesso anno Austria, Finlandia e Svezia aderivano alla Ue.
Nel marzo 1998 la Commissione Europea dava il consenso ufficiale per l’ammissione, dal 1° gennaio 1999, di undici paesi alla moneta unica europea (euro). Gran Bretagna, Svezia e Danimarca preferirono invece mantenere in circolazione le proprie monete nazionali. L’ingresso della Grecia nella cosiddetta zona euro fu rimandato al 2001. Il 1° gennaio 2002 l’euro è divenuto la valuta corrente per oltre 300 milioni di cittadini europei. Nel 1998 diventava operativa la Banca centrale europea, con sede a Francoforte, in Germania. Essa assumeva il compito di fissare gli obiettivi di una politica monetaria dell’Unione e di prendere anche decisioni destinate a limitare la sovranità dei paesi membri in campo finanziario sottraendo al controllo dei governi dei singoli Stati le loro banche centrali. L’obiettivo principale della politica monetaria unica era la stabilità dei prezzi, in modo da mantenere bassa l’inflazione e creare le premesse per una crescita economica comune in grado di creare durevolmente benessere e occupazione.
Una volta concluso il processo di integrazione a livello monetario, l’Unione Europea si trovò ad affrontare un’altra sfida: quella di integrare i paesi dell’Europa orientale che dopo il crollo dei regimi comunisti erano approdati all’economia di mercato e alla democrazia politica. L’allargamento avvenne sulla base di criteri di carattere economico ma anche politico. L’Unione europea infatti richiedeva i nuovi membri non solo di disporre di un’economia in grado di reggere la competizione sul mercato interno della Ue, ma anche di essere dotati di istituzioni stabili, in grado di garantire la democrazia e la tutela dei diritti umani e delle minoranze. Su queste basi, il 1° maggio 2004 è avvenuto l’ingresso dei 10 paesi: Repubblica ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria, Slovenia, Lituania, Lettonia, Estonia, Cipro e malta. Il 1° gennaio 2007 è stata la volta di Bulgaria e Romania e il 1°luglio 2013 ha aderito la Croazia.
L'Unione europea oggi conta 28 membri; tra questi, solo 18 fanno parte anche della zona euro.
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