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Negazione della rivoluzione o estremo tentativo di conservarla


Livio Antonielli vede l’ideale dello Stato napoleonico nell’eredità della Rivoluzione e dei suoi sforzi per difendere i principi che l’avevano mossa. Ha dovuto chiamare tutta la Nazione alle armi militarizzando la società, rendendola capaci di difendersi per sopravvivere. Il problema del Direttorio è che anche quando sembrava che la situazione si fosse pacificata, rimaneva comunque il problema di questo enorme esercito, da tenere possibilmente fuori dai confini. Ma anche un problema interno, in un Paese di 32 milioni di abitanti, dove si erano stabilizzate forti resistente e nostalgie del periodo di pace, di vecchio regime. Napoleone è espressione di questa situazione, della Rivoluzione che si salva attraverso le armi, anche se il suo progetto personale è di perseguire la propria ascesa, di venire in possesso degli strumenti che la sua patri gli metteva a disposizione per reinvestirli nella difesa della Francia, per farne potenza rispettata. Per questo scopo naturalmente si doveva essere una potenza militare, mentre la politica è solo uno strumento dell’esercito. Il progetto napoleonico si nutre degli ideali rivoluzionari, ma nel frattempo, in una situazione cambiata, si fa carico di compiti diversi. Cioè creare un esercito permamente e di riserva, potente ma allo stesso tempo elastico e mobilitabile a piacere. Rispondere alle esigenze del Paese senza pesare in stessa misura in tempo di pace e guerra sull’economia. La società deve quindi essere in grado di appoggiare lo sforzo della Nazione in qualsiasi situazione. La libertà diventa secondaria. La finanza pubblica deve essere affidabile. La società deve essere controllata e il dissenso represso, a vantaggio di un governo forte che agisce con logica militare. Uno stato che, appoggiato dal corpo sociale, deve agire come una macchina.
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