Moti rivoluzionari del '48 e guerre di indipendenza


L’insofferenza dei liberali per le ingiuste condizioni imposte dal congresso e l’incombere di una grave crisi economica che provocò miseria e disoccupazione fecero sì che anche contadini e operai si unissero alla rivolta. La rivoluzione colpì diversi paesi che chiedevano costituzione, indipendenza, unità nazionale o tutte e tre le cose.

Il 22 febbraio del 1848, a Parigi, Luigi Filippo d’Orleans abdica e venne proclamata la Repubblica.
Il 13 marzo dello stesso anno Vienna insorge e chiede la costituzione, mettendo in fuga il principe di Metternich; l’imperatore Ferdinando I d’Asburgo concede la costituzione e abdica in favore del nipote Francesco Giuseppe.

Il 15 marzo Budapest si dichiara indipendente dall’Austria.
Il 18 marzo, Colonia e Berlino insorsero e chiesero la costituzione e l’unità della nazione tedesca.
L’8 aprile fu la volta di Praga.
In Italia la situazione non era migliorata:
Il 12 gennaio del 1848, a Palermo, la popolazione caccia le truppe borboniche e estende la rivolta a tutta la Sicilia.
A Napoli, Ferdinando II di Borbone fu costretto a concedere la costituzione.
Papa Pio IX, il granduca Leopoldo II di Toscana e il re di Sardegna Carlo Alberto concessero alcuni statuti, tra i quali il più importante è lo Statuto albertino, concesso da Carlo Alberto, che diventerà la costituzione dell’Italia unita fino al 1946 e che trasformò il regno di Sardegna da monarchia assoluta a monarchia costituzionale, garantendo la validità dei principi di libertà e uguaglianza.
17 marzo a Venezia: fu costituito un governo provvisorio, guidato dai patrioti Daniele Manin e Niccolò Tommaseo.
Il 18 marzo a Milano i cittadini, guidati da Carlo Cattaneo, scesero in piazza e, durante le famose 5 giornate di Milano, combatterono e cacciarono gli austriaci, che dovettero rifugiarsi nel cosiddetto “quadrilatero”, un’area strategica situata tra Lombardia e Veneto delimitata dalle quattro fortezze di Verona, Peschiera, Legnago e Mantova.
Il 21 marzo a Parma e Modena i cittadini si ribellano costringendo i rispettivi duchi a fuggire.
Il 23 marzo il Piemonte dichiara guerra all’Austria, dando così inizio alla prima guerra di indipendenza.

Inizialmente la guerra andò a favore dei volontari piemontesi, che riuscirono a vincere le battaglie di Goito, Curtatone e Montanara, anche se, non molto dopo, gli austriaci riuscirono a piazzarsi nel quadrilatero e a vincere la battaglia di Custoza a causa dei tentennamenti di Carlo Alberto, che partecipò alla guerra per impossessarsi della Lombardia. In seguito alla sconfitta dei piemontesi a Novara, Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II, che firmò con gli austriaci un trattato di pace, concludendo la guerra e mantenendo nel suo regno le garanzie liberali previste dallo statuto albertino. Carlo Alberto venne esiliato in portogallo e morì poco dopo.

A Roma, dove si era costituita una Repubblica, intervenne Luigi Napoleone, nominato presidente della repubblica francese, per restituire il potere della città al papa. A difendere la repubblica romana vi era Giuseppe Garibaldi e tra i volontari vi era Goffredo Mameli, autore di quello che sarebbe diventato l’inno d’Italia.
A Venezia, la repubblica di san Marco fu costretta ad arrendersi, poiché indebolita da una terribile epidemia di colera.
Negli altri stati italiani tornarono al potere i vecchi sovrani, eccetto il regno di Sardegna, che mantenne costituzione e regime parlamentare.
Le rivoluzioni scoppiate in Ungheria, Germania e Prussia vennero sedate dagli austriaci e a ciò seguì una rigida repressione, caratterizzata da censura della stampa, arresti e condanne senza processi.

Tra gli italiani si diffuse la convinzione che uno stato solo non potesse sconfiggere l’Austria e quindi raggiungere l’indipendenza, così Vittorio Emanuele II, per liberare la penisola, lasciò agire il suo primo ministro, Camillo Benso, conte di Cavour. Quest ultimo diede un notevole impulso all’economia della nazione: realizzò canali di irrigazione migliorando così l’agricoltura, istituì una rete ferroviaria e incentivò il commercio con l’estero. Il Piemonte divenne la regione più progredita d’Italia. Per quanto riguarda il rapporto tra lo Stato e la Chiesa, egli sosteneva il principio della tolleranza e libertà religiosa e “libera chiesa in libero stato” secondo cui le due istituzioni sono distinte e devono agire separatamente: alla chiesa spetta il compito di occuparsi delle questioni religiose e non quello di intervenire nelle questioni politiche, compito dello stato. Riguardo l’indipendenza dell’Italia sosteneva che l’unica a poterla realizzare fosse la Sardegna, in quanto non sottomessa all’Austria. Per ottenere l’appoggio delle potenze europee Cavour approfittò della guerra di Crimea, che vedeva Inghilterra, Francia e Turchia contro la Russia: inviò nel 1855 delle truppe di Sardegna, capitanate dal generale La Marmora, a combattere a favore del primo schieramento, intervento che contribuì alla sconfitta della Russia a Cernaia. La vittoria appena conseguita permise a Cavour di partecipare alla conferenza di pace di Parigi del 1856 insieme ai capi delle potenze europee, occasione in cui presentò la questione di indipendenza dell’Italia. Nel 1858, Felice Orsini attentò il re di Francia, Napoleone III; nello stesso anno, Cavour e Napoleone III firmarono degli accordi a Plombiers che prevedevano da una parte l’intervento militare della Francia contro l’Austria se questa avesse attaccato, dall’altra la concessione di Nizza e della Savoia, regioni in origine francesi, da parte della Sardegna. Per provocare l’attacco dell’Austria, Cavour schierò le truppe sabaude sulle rive del Ticino; l’Austria inviò un ultimatum a Vittorio Emanuele II, intimandolo a disarmare gli eserciti. In seguito al rifiuto del re, gli austriaci intervennero militarmente, dando inizio alla seconda guerra di indipendenza.

Inizialmente si registrò una serie di sconfitte per gli austriaci, che servirono a Napoleone III e Vittorio Emanuele per entrare a Milano e la liberarla; nel frattempo Garibaldi liberava alcune città quali Varese, Como, Bergamo, Brescia, Firenze, Parma, Modena e Bologna, che vennero annessi al regno di Sardegna e in nelle quali vennero istituiti dei governi provvisori.

Napoleone III temeva che la situazione gli sfuggisse di mano e nel 1859, senza chiedere il parere di Vittorio Emanuele, firmò con Francesco Giuseppe l’armistizio di Villafranca: secondo questo trattato l’Austria dovette cedere la Lombardia alla Francia perché la consegnasse alla Sardegna, ma poté tenere il Veneto. Vittorio Emanuele accettò il patto, ma Cavour, indignato, diede le dimissioni.
Dopo mesi, tuttavia, il conte tornò al governo e riprese le trattative con Napoleone III e scambiò Nizza e la Savoia con la Lombardia, che fu annessa al Piemonte. Poi, per volere dei plebisciti, cioè delle votazioni popolari, Toscana, Parma, Modena e altre città dell’Emilia Romagna si unirono alla Sardegna.
Nell’Italia meridionale, però, il malcontento cresceva: in Sicilia i democratici convinsero Garibaldi ad organizzare una spedizione militare che contribuì a realizzare il sogno dell’unità d’Italia: la famosa spedizione dei Mille.

Cavour era inizialmente contrario al piano, mentre Vittorio lo approvava. Il governo piemontese , quindi, lo lasciò partire restando in una posizione neutrale.
Nel 1860 Garibaldi partì da Quarto, località vicino Genova, con un migliaio di volontari (i cosiddetti mille) e sbarcò a Marsala e ottenne una serie di vittorie in Sicilia, Calabria, e Campania.
Poiché Cavour temeva l’intervento di Napoleone III in difesa di Roma Vittorio Emanuele ordinò a Garibaldi di fermarsi e invase lo stato pontificio senza toccare né il Lazio né la città papale Dopo una serie di scontri, Vittorio Emanuele e Garibaldi si incontrarono a Teano, vicino Caserta, nel 1860: Garibaldi consegnò a Vittorio i territori da lui conquistati, salutandolo come re d’Italia, e così la Sicilia e l’Italia meridionale vennero annesse al regno di Sardegna. Garibaldi non volle nulla in cambio della sua eroica impresa, ma chiese che tuti gli ufficiali garibaldini fossero accolti nell’esercito italiano. Egli si ritirò a Caprera, isoletta a nord della Sardegna, dove visse fino alla sua morte. Mancavano il Veneto e Roma ma l’unità poteva dirsi realizzata. Il 17 marzo 1861, a Torino, venne istituito il primo parlamento nazionale e Vittorio Emanuele II venne proclamato re d’Italia. Dopo 10 anni vengono annessi il Lazio e Roma, dopo la prima guerra mondiale, invece, vengono annessi anche Trento e Trieste.

Un nuovo stato, unito e indipendente, faceva così la sua comparsa in Europa.

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