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Il mondo bipolare nel Secondo dopoguerra

La Guerra fredda

Al termine della Seconda guerra mondiale l’Europa risultò divisa in due aree di influenza distinte: il blocco occidentale, con a capo gli Stati Uniti, e il blocco orientale, controllato dall’URSS. Le due superpotenze rappresentavano modelli sociali, economici e culturali del tutto opposti: l’una si fondava su democrazia e capitalismo, l’altra sul modello totalitario comunista.

Fu l’inglese Winston Churchill, nel celebre discorso di Fulton (1946), ad esporre per primo i problemi di una tale contrapposizione: il mondo era pervaso da un forte clima di tensione, da un conflitto silenzioso tra i due blocchi che prese il nome di Guerra fredda. Lo scontro non fu combattuto con le armi, ma con i sottili mezzi dello spionaggio, della propaganda, della diplomazia; su tutto incombeva la minaccia di una guerra nucleare.

Nodo cruciale della situazione era il destino politico della Germania, divisa, presso Berlino, in un’area di influenza occidentale e in una di influenza sovietica. Sul finire degli anni Quaranta l’URSS, temendo l’occidentalizzazione dello Stato tedesco, impedì le comunicazioni tra Berlino e i paesi del fronte americano. Il blocco della città fu tolto quando gli Stati Uniti lo superarono con un ponte aereo di rifornimento. Poco dopo, a seguito degli accordi di Washington, gli occidentali riconobbero l’autonomia della Repubblica Federale Tedesca (RFT), con capitale Bonn; per contro l’URSS istituì la Repubblica Democratica Tedesca (RDT), con capitale Pankow. Berlino fu divisa definitivamente in due settori e per impedire il transito dei cittadini tedeschi da una parte all’altra fu eretto il muro di Berlino, simbolo della Guerra fredda.

L’Europa, a questo punto, assunse un assetto stabile: l’URSS e i Paesi occidentali si impegnarono ad evitare l’uso della forza, anche rispetto ai movimenti nazionalisti che si opponevano ai regimi imposti. Gli Stati Uniti promossero un piano di aiuti economici (Piano Marshall) in favore dei paesi europei colpiti dalla recente guerra. Nel 1949 firmarono il Patto atlantico con gli alleati, istituendo un’organizzazione militare unita contro i sovietici (NATO). Vi aderirono la Francia, la Gran Bretagna, l’Italia, il Belgio, l’Olanda, il Lussemburgo, il Portogallo, la Norvegia, la Danimarca, l’Islanda, la Grecia, la Turchia e la Germania federale. L’URSS diede invece atto al Patto di Varsavia, l’alleanza dei paesi comunisti.

La guerra di Corea (1950-1953)

La penisola coreana, divisa dal 1948, fu il campo di battaglia di uno dei rari scontri armati della Guerra fredda. Nel 1950 la Corea del Nord comunista invase la Corea del Sud, filooccidentale. URSS e Stati Uniti intervennero a fianco dell’uno e dell’altro paese e si rischiò una guerra su vasta scala. Solo nel ‘53 le forze statunitensi respinsero i nordcoreani: il conflitti si risolse con l’armistizio che confermò la divisione delle coree lungo il 38° parallelo.

Il dopoguerra nell’Europa orientale

Uscita vittoriosa dalla Seconda guerra mondiale, l’Unione Sovietica doveva compiere un duro sforzo economico per rimediare ai danni ingenti riportati.
Stalin, giunto al culmine della popolarità, guidava il paese senza più ricorrere alle riunioni di partito: la cosiddetta nomenklatura (i funzionari del PCUS) esercitava le sue direttive senza flessibilità né diritto di obiezione. Naturalmente, l’esagerata centralizzazione del sistema politico non giovò all’economia, che tuttavia pervenne a buoni sviluppi con il quarto piano quinquennale del 1946. Il piano privilegiava l’industria pesante e le produzioni militari a scapito del settore agricolo e non coincise col miglioramento delle condizioni di vita. L’Unione sovietica dovette spesso ricorrere all’importazione di merci per soddisfare del tutto il fabbisogno interno e non sempre poté rivolgersi ai regimi comunisti alleati. Il suo orientamento produttivo era contraddittorio: da un lato permetteva lo sviluppo di tecnologie estremamente sofisticate e competitive, dall’altro non sapeva fornire ai cittadini i generi di primissima necessità.

Il corpo di polizia politica detto Ceka aveva il compito di mantenere l’ordine interno. Nel dopoguerra fu integrato nel Comitato di sicurezza dello Stato (KGB), che esercitava un controllo capillare della vita sociale, politica e militare del Paese. Fu anche istituito l’organismo internazionale chiamato Cominform, per coordinare le iniziative dei partiti comunisti europei ispirati al modello sovietico.

Tra il 1945 e il 1955 i paesi europei del cosiddetto blocco orientale subirono un processo di “sovietizzazione” forzata. Attraverso il Consiglio di mutua assistenza economica (Comecon) l’URSS avviò un progetto di aiuti finanziari contrapposto al Piano Marshall statunitense e rafforzò il legame con le nazioni dell’Europa orientale, dove le opposizioni politiche al comunismo erano soppresse.

In Polonia, Bulgaria, Ungheria, Romania, Albania e Cecoslovacchia si affermarono, in un modo o nell’altro, regimi comunisti filosovietici in sostituzione dei precedenti governi. Solo la Jugoslavia, essendosi liberata autonomamente dall’occupazione nazista, adottò una politica deviazionista: guidata dal maresciallo Tito sperimentò una particolare “via nazionale al comunismo” e si mantenne distante tanto dalle forme di governo occidentali, quanto dal modello sovietico.

La svolta di Kruscëv

Dalla metà degli anni ’50 si verificò una svolta decisa nel clima di tensione della Guerra fredda: il presidente americano Harry S. Truman fu sostituito dal generale Eisenhower; Stalin morì, e dopo un periodo transitorio di tumulti e agitazioni gli succedette il nuovo segretario del PCUS Nikita Kruscëv.

Kruscëv era un buon comunicatore, aperto al mondo esterno e attento ai delicati equilibri sia interni, sia internazionali. Nel 1955 riconobbe l’indipendenza e la neutralità dell’Austria (trattato di Vienna), quindi risollevò i rapporti con i comunisti jugoslavi, colpevoli, secondo Stalin, della mancata adesione al Patto di Varsavia. Sul fronte interno Kruscëv pose fine alle “grandi purghe” staliniane, cioè alla deportazione forzata dei dissidenti politici nei campi di lavoro detti gulag. In occasione del XX Congresso del Partito comunista sovietico, condannò pubblicamente i crimini di Stalin e denunciò il suo “culto della personalità”. L’episodio ebbe forte risonanza in tutti i paesi del blocco sovietico e condusse a conseguenze devastanti: in Polonia si verificarono agitazioni operaie fortemente sostenute dalla Chiesa cattolica, l’Ungheria arrivò ad annullare l’adesione al Patto di Varsavia, prima che la rivolta fosse sedata.
In effetti, Kruscëv non allentò affatto il controllo sugli stati “satelliti” dell’URSS, né liberalizzò la politica interna al suo paese. Nonostante gli incontri con i presidenti americani Eisenhower e Kennedy, non inaugurò alcuna fase di dialogo tra le superpotenze. In alcuni casi i rapporti tra URSS e Stati Uniti si inasprirono e particolarmente problematica fu la questione delle installazioni missilistiche sovietiche a Cuba, che nel 1962 rischiò di degenerare in un conflitto armato.

Sul finire degli anni ’50 anche i rapporti con la Cina comunista si deteriorarono: i sovietici accusavano i cinesi della scarsa adesione al modello socialista russo, mentre i cinesi accusavano l’URSS di aver dissolto l’antico spirito rivoluzionario. Alla base dei contrasti vi era anche una questione di confine, che oppose i due paesi in sporadiche battaglie nell’Asia settentrionale.

Nel 1964 Kruscëv fu improvvisamente destituito, a causa degli insuccessi internazionali e dei problemi economici interni all’URSS.

Il dopoguerra negli Stati Uniti d’America

Harry Spencer Truman, in carica dalla scomparsa di Roosvelt, fu confermato alla guida degli Stati Uniti nel 1948. La sua dottrina politica mirava a compensare i costi della guerra e ad imporre la superiorità occidentale sull’Unione Sovietica. Sotto la presidenza Truman si sviluppò una vera “caccia alle streghe” nei confronti degli esponenti filosovietici e dei cittadini presunti tali: l’anticomunismo radicale del governo americano portò a limitazioni del libero pensiero e, talvolta, alla condanna a morte di semplici sospetti (caso Rosenberg).

Il clima mutò nel 1952, con le elezioni presidenziali che portarono alla Casa Bianca il generale repubblicano Dwight David Eisenhower. La politica liberista di Eisenhower fece degli Stati Uniti un modello internazionale di prosperità e ricchezza, ma rese ancor più grave il problema sociale dei neri americani. Sul finire degli anni Cinquanta i conflitti razziali dilagarono e si formarono movimenti di protesta attiva attorno ai leader neri più carismatici, come Martin Luther King.

La corsa allo spazio

Negli anni Cinquanta e Sessanta il clima di competizione della Guerra fredda spinse Stati Uniti ed URSS a sostenere la ricerca spaziale, per realizzare imprese che affermassero la superiorità sul rispettivo avversario. Entrambe le superpotenze accelerarono lo studio di tecnologie sempre più avanzate nei settori degli armamenti, della meteorologia e dell’astronautica.
Benché partita in ritardo, l’URSS mostrò notevoli capacità di sviluppo tecnologico e nel 1957 inviò lo Sputnik, il primo satellite artificiale nello spazio. Nel 1961 i sovietici doppiarono il successo conseguito con l’impresa dell’astronauta Jurij Gagarin, che per primo navigò l’orbita della Terra, a bordo della navetta Vostok. Furono però gli Stati Uniti a vincere la cosiddetta “corsa allo spazio”, quando, nel 1969, portarono l’Apollo 11 e gli astronauti Neil Armstrong e Edwin Aldrin sulla Luna.

Il dopoguerra nell’Europa occidentale

Grazie al sostegno economico dei paesi occidentali la Repubblica federale tedesca conobbe, negli anni Cinquanta, una stupefacente ripresa. I partiti estremisti furono messi al bando e il confronto politico fu determinato esclusivamente dalle forze moderate. La nuova Costituzione instaurò un sistema democratico bicamerale: il Bundesrat (il Consiglio federale) e il Bundestag (la Camera federale) esercitavano il potere legislativo; il secondo organo soltanto eleggeva il cancelliere, detentore del potere esecutivo. Negli anni Cinquanta la RDT fu governata dall’Unione cristiano-democratica (CDU) e, precisamente, dal cancelliere Konrad Adenauer. Con Adenauer la Germania occidentale divenne un paese all’avanguardia nelle politiche sociali e si schierò apertamente nel blocco statunitense.

In Francia la riorganizzazione postbellica fu affidata al generale Charles De Gaulle, capo della Resistenza durante la Seconda guerra mondiale: un’Assemblea costituente aveva il compito di realizzare l’assetto politico della Quarta Repubblica francese. De Gaulle fu inizialmente a capo della Costituente, ma si dimise presto con l’intento di orientare l’Assemblea al presidenzialismo. La Costituente optò, invece, per la democrazia parlamentare, che nei pochi anni di vigenza si rivelò estremamente instabile. Tra il 1947 e il 1950 si avvicendarono ben sei governi, il cui destino politico fu determinato soprattutto dalla questione coloniale: gli esecutivi di Destra fallirono per l’andamento negativo della guerra in Indocina; i governi socialisti optarono per l’abbandono delle colonie asiatiche e gettarono le basi per l’indipendenza della Tunisia, tuttavia non seppero affrontare la delicata situazione algerina. Dal 1954 al ’62 l’Algeria fu teatro di guerre e insurrezioni: nel ’58 i generali francesi lì dislocati si ribellarono e portarono a termine un golpe minacciando di coinvolgere la Francia stessa. De Gaulle sembrava il solo in grado di affrontare la situazione. Ricevuto il potere dal governo in carica, sottopose a referendum una nuova Costituzione: la Francia divenne una Repubblica presidenziale (Quinta Repubblica), nella quale il presidente, eletto dal popolo, disponeva di maggiore autonomia rispetto agli organi legislativi.

In Gran Bretagna il periodo postbellico fu meno travagliato, per quanto i sacrifici della guerra si ripercossero sull’economia e sulla società inglese. Nel 1945 il laburista Clement Attlee vinse le elezioni, mentre Winston Churchill abbandonò temporaneamente la scena politica. Attlee s’impegnò a soccorrere le classi sociali meno abbienti, ma con ciò generò un grave processo inflazionistico che colpì ulteriormente le condizioni di vita dei lavoratori. Il clima saturo d’insoddisfazione riportò Churchill al potere nel 1951, quando già era in atto la decolonizzazione. La Gran Bretagna mantenne comunque il suo prestigio, grazie all’appoggio che i sudditi assicurarono alla nuova regina Elisabetta II, incoronata nel 1952.

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