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Guerre d'indipendenza


Prima guerra d'indipendenza


La 1° guerra d'indipendenza è divisa in due fasi:
1) guerra federale
Dopo l'arrivo della notizia che Vienna era insorta, Venezia proclamò la repubblica di San Marco guidata dai patrioti Daniele Manin e Niccolò Tommaseo. Nel frattempo Milano, con le famose cinque giornate di combattimento, cacciò le truppe austriache comandate dal generale Radetzky. La protesta si estese poi nei ducati di Parma e Modena dove vennero instaurati dei governi provvisori.
Intanto i piemontesi facevano pressione su Carlo Alberto affinché intervenisse in Lombardia, ma solo il 23 marzo, quando gli austriaci avevano già lasciato Milano, Carlo Alberto decise di intervenire dichiarando guerra all'Austria con un duplice intento: acquisire nuovi territori e impedire che l'iniziativa indipendentista fosse guidata dai democratici e dai repubblicani.
Gli austriaci subirono le prime sconfitte a Goito e Pastrengo ma Radetzky, non abbandonò la Lombardia, bensì fece asserragliare l'esercito nel cosiddetto quadrilatero formato dalle fortezze di Mantova, Peschiera, Legnago e Verona.
Nel frattempo l'Austria che rappresentava la maggiore potenza cattolica europea, minacciò il papa Pio IX di uno scisma nel caso in cui non avesse ritirato le proprie truppe.
Allora Pio IX pronunciò una famosa allocuzione, dichiarando di voler rimanere estraneo al conflitto in quanto «padre comune di tutti i popoli».
Di conseguenza anche Leopoldo II di Toscana e Ferdinando II di Napoli ritirarono le proprie truppe, lasciando solo Carlo Alberto.
2)guerra regio-sabauda
Nonostante il ritiro delle altre truppe, Carlo Alberto riuscì a sconfiggere gli austriaci a Curtatone e Montanara poi a Goito e Peschiera. In seguito Milano, Parma, Modena e Venezia furono annesse al Regno di Sardegna.
Carlo Alberto però indugiava a sferrare l'attacco finale. Ciò permise agli austriaci di riorganizzarsi e quando poi a Custoza lo scontro ebbe luogo, i Piemontesi vennero sconfitti pesantemente.
Nonostante un'iniziale debole difesa di Milano, Carlo Alberto preferì accordarsi con gli austriaci.
Venne quindi firmato un armistizio a Vigevano il 9 agosto 1848 dal generale Salasco e da Radetzky.
Nonostante la fine della guerra, i patrioti non si arresero e così nacque una nuova ondata di protesta.
Nello Stato Pontificio, Pio IX fu costretto a fuggire a Gaeta e grazie ad una Costituente eletta a suffragio universale si dichiarò la fine del potere temporale dei papi e venne instaurata la Repubblica Romana affidata ad un triumvirato composto da Mazzini, Armellini e Saffi.
Anche in Toscana, dopo la fuga di Leopoldo II a Gaeta, il potere venne assunto da un triumvirato formato da Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni che aveva l'obiettivo di creare una repubblica del Centro Italia comprendente anche Roma.
Infine anche in Piemonte, grazie alle pressioni dei democratici, Carlo Alberto si convinse a riprendere la guerra per rilanciare il potere di casa Savoia e riproporre la soluzione monarchica.
La ripresa del conflitto fu però drammatica: in pochi giorni le truppe del Regno di Sardegna furono pesantemente battute a Novara.
Carlo Alberto perciò decise di abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele II ., nella speranza di rendere più miti le condizioni di resa, e così fu: con l'armistizio di Vignale il Regno di Sardegna tornò ai confini precedenti.
Tra le repubbliche che resistettero ancora un po' si distinse Brescia, che venne nominata Leonessa d'Italia per aver resistito eroicamente agli austriaci per dieci giorni.

Camillo Benso, conte di Cavour


Nato da una famiglia aristocratica piemontese, venne poi eletto Presidente del Consiglio nel 1852 grazie a un connubio con Urbano Rattazzi (leader centro sinistra).
Era un convinto liberale, ammirava Usa e Gran Bretagna, e liberista in economia, infatti si adoperò per lo sviluppo del Piemonte rendendolo in poco tempo la regione più evoluta d'Italia. Ciò permise il trasferimento di molti patrioti, sotto l'incoraggiamento di Cavour, in Piemonte.
Cavour inoltre condannava l'ingerenza della Chiesa, infatti secondo lui il rapporto doveva essere “libera Chiesa in libero Stato” cioè lo Stato doveva permettere a tutti di professare la propria fede ma la Chiesa non aveva diritto a privilegi.
Grazie alla politica di Cavour fallirono vari tentativi insurrezionali come quelli di Belfiore a Milano, ma il più celebre fu la spedizione di Sapri, guidata da Carlo Pisacane, che dopo aver scarcerato i detenuti di un noto carcere borbonico di Ponza, si recò a Sapri dove si consumò una tragedia: i contadini combatterono contro gli insorti perché fin dal Medioevo venivano trasmessi loro insegnamenti del cardinale Rufo che dirigeva la Chiesa in modo reazionario a favore dei Borboni contro ogni forma di insurrezione.
Inizialmente Cavour non pensava all'unificazione d'Italia, ma dopo il fallimento dei moti del '48 ritenne che fosse necessario attuarla.
Occorreva agire in modo sensato: il nemico del Piemonte era l'Austria e ciò rendeva la Francia una possibile alleata. Quando nel 1853 scoppiò la guerra di Crimea tra Russia e Turchia, Cavour decise di intervenire insieme a inglesi e francesi a favore dei turchi.
Ciò permise a Cavour dopo aver conseguito la vittoria, di sedere al tavolo dei vincitori nel congresso di pace tenutosi a Parigi dove un giorno fu dedicato al problema italiano.
Da quel momento tra Cavour e Napoleone III si strinse una forte amicizia. I due nella località termale francese di Plombières poi strinsero vari accordi:
1)la Francia sarebbe intervenuta in aiuto del Piemonte sole se fosse stata l'Austria ad attaccare
2)una volta conseguita la vittoria, la Francia avrebbe ottenuto Nizza e la Savoia
3)in Italia avrebbe dovuto formarsi una confederazione composta dal Regno dell'alta Italia, dell'Italia centrale e dal Regno delle due Sicilie.

Seconda guerra d'indipendenza


Stretti gli accordi di Plombières era necessario provocare l'Austria, così Cavour mandò lungo in confini, alcuni reparti dell'esercito. L'Austria cadde nella trappola e chiese al Piemonte di ritirare le truppe, ciò non avvenne e così il 29 aprile 1859 scoppiò la seconda guerra d'indipendenza.
Il regno di Sardegna unito alla Francia ottenne subito vittorie a Palestro e Magenta. Proseguirono vittoriosi con le battaglie di Solferino e San Martino mentre nelle altre regioni furono instaurati governi provvisori.
Questo secondo conflitto si concluse con l'Armistizio di Villafranca con cui la Francia ottenne la Lombardia e dopo lunghe trattative anche la Toscana e l'Emilia-Romagna in cambio di Nizza e la Savoia. Il Veneto tuttavia rimase agli austriaci.

Spedizione dei mille


La notte tra il 5 e il 6 maggio 1860 Giuseppe Garibaldi con 1070 uomini al seguito partì da Quarto e raggiunse Marsala. In pochi giorni ottenne importanti vittorie a Calatafimi, Palermo e Milazzo. Garibaldi assumeva sui territori conquistati la dittatura in nome del re Vittorio Emanuele II.
L'iniziativa garibaldina era appoggiata dai siciliani: il popolo sperava in un riscatto sociale (ridistribuzione delle terre) mentre la classe dirigente riteneva che i Savoia avrebbero difeso meglio dei Borboni i loro privilegi. Dopo un'iniziale considerazione, le richieste vennero ignorate e ogni insurrezione fu duramente repressa. Particolarmente pesante su la repressione dei rivoltosi di Bronte, dove Nino Bixio ordinò di sparare sulla folla.
I mille poi entrarono a Napoli dove costrinsero il re Francesco II a rifugiarsi a Gaeta.
Il successo di Garibaldi fece cambiare idea a Cavour, che ritenne indispensabile un intervento dell'esercito sabaudo dato che:
-Garibaldi avrebbe potuto proclamare la Repubblica nel sud Italia
-proseguire l'azione puntando su Roma → intervento francese
-Garibaldi avrebbe potuto annettere Marche Umbria (proprietà dello Stato Pontificio)
Allora l'esercito piemontese si diresse a sud e con la battaglia di Castelfidardo vennero sottratte al papa Umbria e Marche. Nel Regno borbonico fu approvata l'annessione al Regno di Sardegna. Il 26 ottobre 1860 a Teano avvenne lo storico incontro tra Vittorio Emanuele II e Garibaldi dove quest'ultimo consegnò al re i territori conquistati. Il 17 marzo 1861 si riunì a Torino il primo parlamento nazionale.
Firenze capitale d'Italia
Al di fuori dei confini vi erano ancora Veneto, Trentino, Friuli Venezia Giulia, Lazio e soprattutto Roma, difesa dalle truppe francesi. Mazziniani e garibaldini erano favorevoli ad un'azione armata, così nel 1862 Garibaldi dopo aver ottenuto l'appoggio del capo del governo Urbano Rattazzi prese iniziativa. Partì dalla Sicilia, ma quando raggiunse la penisola, fu fermato proprio dalle truppe inviate da Rattazzi. Napoleone III, infatti, aveva minacciato l'intervento francese se l'iniziativa fosse proseguita. Così, lo scontro tra garibaldini e l'esercito italiano avvenne sull'Aspromonte, dove proprio Garibaldi fu ferito e fatto prigioniero.
Ciò convinse il governo che l'unica soluzione era un accordo con la Francia, per questo nel 1864 fu stipulata la Convenzione di Settembre con cui l'Italia si impegnò a difendere i confini dello Stato pontificio in cambio del graduale ritiro delle truppe francesi. Come garanzia dell'impegno, l'Italia spostò la capitale da Torino a Firenze, rinunciando a ogni interesse per Roma.

Terza guerra d'indipendenza


Nel 1866 Bismarck propose all'Italia un'alleanza in vista della guerra con l'Austria. Così, nell'estate di quell'anno ebbe inizio la terza guerra d'indipendenza, che si risolse rapidamente a favore dell'alleanza italo-tedesca. Però, a differenza dei Prussiani che sbaragliarono l'esercito austriaco a Sadowa, gli Italiani persero ripetutamente contro l'Austria nelle battaglie di Custoza e Lissa, tuttavia la guerra fu vinta.
Con la pace di Vienna, si ottenne il Veneto ceduto dall'Austria a Napoleone III che lo girò poi all'Italia.
In questo contesto, riprese l'attività mazziniana rivolta a liberare Roma. Il piano prevedeva l'insurrezione dei romani, ma ciò fallì data la scarsa partecipazione popolare. Nonostante ciò, Garibaldi riuscì ad entrare nello Stato Pontificio. Il 3 novembre 1867 i garibaldini si scontrarono con le truppe francesi inviate da Napoleone III, Garibaldi fu arrestato e condotto sull'isola di Caprera.

Roma capitale d'Italia


La possibilità di annettere Roma al Regno d'Italia, ci fu poco dopo con la guerra tra Francia e Prussia che implicò il ritiro delle truppe francesi.
Il 20 settembre 1870, dei bersaglieri guidati dal generale Cadorna, entrò a Roma attraverso la breccia di Porta Pia e il papa si dichiarò prigioniero.
Nel luglio 1871 Roma divenne capitale d'Italia e nello stesso anno, venne approvata la legge delle guarentigie con cui lo Stato italiano dichiarò il papa persona sacra e inviolabile a cui era riconosciuta la sovranità sulla Città del Vaticano, i Palazzi del Laterano e la villa di Castelgandolfo. Papa Pio IX rifiutò le norme e vietò esplicitamente ai cattolici di partecipare alla vita politica italiana. Tale divieto è riassunto nella formula non expedit (non conviene).
Ciò causò una profonda divisione in Italia tra mondo cattolico e mondo laico. Questi conflitti termineranno solo con i patti lateranensi di Mussolini e successivamente con il governo Craxi.

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