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L’Italia nel secondo ‘800

Nonostante l’unione avvenuta nel 1861, pesava ancora il divario tra nord e sud, in cui era ancora largamente diffuso il latifondo, inoltre vigeva un alto tasso di analfabetismo. L’industria era arretrata e le materie prime molto limitate ed esportate grezze, infatti l’industria metallurgica era quasi assente, mentre l’industria meccanica si limitava alla cantieristica. Esisteva solo una piccola industria alimentare e tessile. Inoltre le finanze erano in condizioni disastrose, prese corpo la questione meridionale che non riguardava solo i problemi legati alle diverse situazioni economiche, ma anche alle resistenze da parte di coloro che non si riconoscevano nel nuovo governo. Le condizioni economiche e sociali difficoltose non trovavano un riscontro nelle forze politiche, perché solo una piccola percentuale poteva partecipare alla vita pubblica. Fino agli anni del 1880 i movimenti di operai e contadini si ispiravano alle idee di Bakunin e di Mazzini, mentre nell’ultimo decennio intorno al 1890 nasce il partito socialista italiano e il primo leader fu Filippo Turati insieme alla moglie Kuliscioff e si organizzò il movimento sindacale che tutelava i diritti dei lavoratori.

Nei primi anni dell’Italia unita gli eletti alla camera si divisero tra Destra (monarchici, cavouriani, liberali moderati) e Sinistra (sempre liberale con uomini che erano stati anche mazziniani, garibaldini e repubblicani). La Destra conservò il potere dal 1861 al 1876. I suoi risultati più importanti furono il pareggio di bilancio e una demarcazione dei rapporti tra stato e chiesa che diede vita al dissidio fra Stato e Chiesa.
Nel 1876 il governo passò alla Sinistra che riformò il sistema elettorale e fiscale, cercò di diminuire l’analfabetismo e introdusse la prima legislazione sociale. Agostino Depretis inserì nel suo governo personaggi rappresentativi delle varie regioni italiane e cercò di ottenere maggiori consensi rivolgendosi a singoli gruppi (questa politica fu detta trasformismo). Adottò delle misure di protezione economica di cui però beneficiarono soltanto le industrie del nord, infatti il protezionismo nel campo agricolo non portò a buoni risultati. Il trasformismo inoltre portò ad una guerra doganale con la Francia, come reazione molti migrarono in America oltre che manifestazioni contro il governo. Le tensioni con la Francia spinsero Depretis ad avvicinare l’Italia a Germania e Austria (già alleate in una duplice alleanza) così da creare nel 1882 una Triplice Alleanza che sanciva un aiuto militare contro la Francia se essa avesse tentato di attaccare l’Italia.

L’Imperialismo

Dal 1870 al 1914 si parla di Imperialismo, evoluzione del colonialismo. Il rapido sviluppo industriale spinge le grandi potenze europee a trovare nuove luoghi in cui prelevare materie prime. Nel novembre 1884 si riunisce una conferenza per gli affari africani con l’obbiettivo di dividere le zone di influenza dell’africa per sfruttare al massimo le materie prime che poi venderanno a quelle stesse popolazioni. Depretis avvia un’espansione coloniale in Etiopia, tuttavia lì si scontra con l’imperatore etiope Menelik che sconfigge l’esercito italiano a Dogali. Successore di Depretis è Francesco Crispi che manda dei rinforzi in Africa, il tutto si conclude con un trattato di pace nel 1889 che stabiliva che la sovranità sull’Eritrea, mentre in Etiopia e in Somalia vigeva il protettorato. Infatti successivamente l’Etiopia, con l’appoggio della Francia, si ribella e sconfigge le truppe italiane ad Adua.

L’età pre-giolittiana

Gli ultimi decenni dell’800 sono caratterizzati dal una serie di rivolte che vengono soppresse violentemente. Questa situazione politica e sociale culminò con la strage di un centinaio di manifestanti nel 1898 a Milano che protestavano per il carovita e che si concluse con la loro uccisione del generale Beccaris. Gaetano Bresci vendica il fatto con l’assassinio del re Umberto I avvenuto nel 1900.
Successore di Umberto I fu il figlio Vittorio Emanuele III, che rimarrà sul trono fino al 1946, ma che rifiuta la politica reazionaria del padre affidando il governo a Giuseppe Zanardelli. Egli, già famoso per aver promulgato il primo codice penale dell’Italia unita nel 1889 che aboliva la pena di morte e riconosceva il diritto di sciopero.

L’età giolittiana

Successore di Zanardelli, dal 1903 al 1914, abbiamo in Italia l’età giolittiana, il cui esponente, Giovanni Giolitti faceva parte della sinistra liberale “costituzionale”. Egli dimostrò di trovare un equilibrio tra le forze sociali, avendo attuato precedentemente (1892-93) una politica di neutralità nei confronti delle lotte socialiste. Secondo lui infatti lo stato non doveva affrontare il problema delle lotte sociali e degli scioperi con una forte repressione, piuttosto rimanendo neutrale e limitarsi a mantenere l’ordine pubblico. Giolitti opera un’modernizzazione dello stato anche per prevenire rivolte. Tra le riforme applicate in particolare quelle legate alla tutela di invalidi, anziani donne e bambini. Viene concesso ai lavoratori il riposo settimanale e una migliore retribuzione agli operai che portò ad una maggiore richiesta di beni che causò una maggiore produzione. Nel 1912 stabilisce l’assicurazione obbligatoria per gli infortuni sul lavoro per tutti. Alza l’età obbligatoria di istruzione fino ai 12 anni affidando allo stato la gestione delle scuole e non più ai comuni. Dal punto di vista sanitario fa distribuire gratuitamente il chinino contro la malaria e migliorano le condizioni igienico-sanitarie che portarono ad un incremento demografico. L’oculata amministrazione del bilancio statale di gioliti incrementò il valore della moneta e agevolò il risparmio e l’attività industriale. Infatti in questo periodo si afferma per lo più l’industria automobilistica (FIAT), l’industria della gomma e quella idroelettrica la cui produzione aumentò molto velocemente anche se non era sufficiente a soddisfare i bisogni dell’intera popolazione, motivo per cui continuava ad essere importato il carbone. Il programma dei lavori pubblici di gioliti interessa la rete ferroviaria che viene ampliata, vengono costruite nuove linee e nuovi trafòri. Questo potenziamento favorì lo sviluppo industriale, che non fu omogeneo ma interessò centro e nord Italia mentre non fu abbastanza da incidere nell’economia delle ragioni meridionali in mano ai latifondisti.

Le migrazioni nell’800

Nel corso dell’800 l’Europa assiste ad un fenomeno migratorio verso Brasile e Argentina, successivamente verso l’America senza precedenti, in particolare in Italia. Tra i motivi principali la grande depressione del 1873-95 e un’ampia libertà di circolazione. Nell’età giolittiana nonostante i progressi il fenomeno non si arresta soprattutto perché a migrare erano le popolazioni meridionali (uomini 18-45 anni). Da un lato le famiglie si disgregavano, dall’altro tra chi restava le donne erano numericamente superiori agli uomini per cui i nuovi nuclei familiari furono piuttosto poco numerosi. Dal punto di vista economico il lavoro aumentò per chi rimaneva che causò un aumento salariale.
Lo stato italiano in un primo momento non curava la migrazione e il costo di una tratta tendeva sempre di più a salire (100 giorni di lavoro). Molti non potevano permetterselo dunque si affidavano alla migrazione prepagata con cui i datori di lavoro pagavano il viaggio ai lavoratori, in cambio del risarcimento fatto con manodopera. Di fatto però i viaggiatori si trovavano in una condizione di schiavitù. La situazione fu migliorata con la legge Crispi del 1901 che prevedeva la tutela dei migranti.

Rapporto Stato-Chiesa

Durante il suo governo Giolitti vuole la partecipazione delle masse operaie che si esprimevano attraverso il partito socialista e il partito cattolico. Per cui vorrebbe includere anche queste forze nel parlamento. Cerca un accordo con il partito socialista proponendo a Filippo Turati di partecipare al governo anche per evitare possibili rivoluzioni, egli però rifiuta temendo che lo considerassero un traditore passato dalla parte dei liberali. L’Ala estremista è composta dai massimalisti che riprendono il controllo del partito e sostengono il primo sciopero generale nazionale italiano, che contribuì alla nascita della Configurazione nazionale del lavoro (CGL) al cui interno si riunivano le formazioni sindacali locali e in cui prevalse la linea più moderata di socialismo. In seguito allo sciopero generale dei socialisti del 1904, Giolitti chiede appoggio alla chiesa così da arrestare la crescita dei “rossi” dato che grazie a Papa Leone XIII, i cristiani si erano aperti alle idee liberali. l’apertura nei confronti della chiesa derivò piena libertà sindacale, un’ampia legislazione sociale e un allargamento del suffragio universale. Tuttavia quest’ultimo è da considerarsi relativamente positivo poiché al sud, dove continuava ad esistere il latifondo, spesso i contadini erano poco colti e assoggettati economicamente e moralmente ai loro baroni. All’interno di questo nuovo clima di cooperazione cristiana, si distingue Romolo Murri, che fonda il partito Democrazia Cristiana che conciliava la democrazia e il pensiero religioso. Tuttavia la chiesa si oppose e non riconobbe il partito perché esso era troppo progressista per un ambiente ancora così conservatore come la Chiesa. Murri però viene comunque eletto deputato, anche se nel 1907 viene sospeso (spretato) e nel 1909 scomunicato. Intanto in Sicilia, un sacerdote Luigi Sturzo fonda un nuovo partito laico-cristiano autonomo rispetto alla chiesa. Nel frattempo Guido Miglioli in Padania, con le sue “leghe bianche” fondava un movimento sindacale di ispirazione cattolica. L’ingresso effettivo della Chiesa nel regno avvenne in un momento delicato per Giolitti, infatti veniva considerato dai liberali poco interessato a rendere l’Italia una potenza “internazionale” (=a capo di un impero) i socialisti e troppo simpatizzante per i socialisti, i quali erano diventati troppo rivoluzionari. La chiesa dunque, e in particolare Pio X, annullò in non expedit e ammise la partecipazione dei cattolici alle elezioni politiche.
Nel 1912 fu approvata una legge elettorale per le elezioni del 1913 che permetteva a tutti i cittadini maschi con almeno 30 anni o con 21 anni che sapessero scrivere o che avessero fatto il servizio militare. Le donne erano ancora escluse. La legge inoltre, per permettere a persone di una bassa estrazione sociale di partecipare alla vita politica, introdusse per la prima volta un “indennizzo parlamentare”. Alla vigilia delle elezioni, Giolitti, per assicurarsi i voti dei cristiani, fece un patto segreto con Gentiloni con cui i cattolici si impegnavano a sostenere i deputati liberali, in cambio essi non avrebbero attuato nessuna legge sul divorzio e avrebbero difeso le scuole cattoliche. Nonostante ciò i socialisti che riuscirono a salire al potere furono molti e Giolitti non aveva una maggioranza che potesse sostenere la sua azione politica che per 10 anni era consistita nel limitare l’influenza e la forza dei partiti. La sua politica in fin dei conti non era dissimile al trasformismo di Depretis.

Occupazione della Libia

Con Giolitti cambia anche la situazione estera. I rapporti con Francia ed Inghilterra si mantennero freddi (ricordiamo Crispi) per diversi anni, tuttavia la situazione cominciò a cambiare con Giolitti che riduce la Triplice Alleanza ad un patto di sola difesa e permette alla Francia di potersi espandere in Marocco, in cambio l’Italia poteva espandersi nella Cirenaica e nella Tripolitania (Libia). Nel 1911 gli italiani sbarcano nell’africa settentrionale. Infatti in molti vedevano in questo territorio la possibilità di ovviare a problemi come l’aumento demografico e la poca disponibilità di lavoro. Giolitti non era d’accordo con la spedizione, ma fu costretto a farla per diverse ragioni:
1. L’italia non facendolo avrebbe diminuito il suo prestigio internazionale
2. Per dare soddisfazione al partito nazionalista che si stava sviluppando con Enrico Corradini
3. Per accontentare gli interessi economici interni del paese.
Nel 1911 cominciava la seconda impresa africana dell’Italia. In seguito ad alcuni incidenti a Tripoli, l’Italia dichiara guerra all’Impero Ottomano che aveva il dominio della Libia. Pochi giorni dopo un corpo di spedizione italiana riuscì a conquistare la parte costiera, fu più difficile conquistare la parte interna poiché le popolazioni locali li videro non come liberatori, ma come usurpatori. L’Italia nel maggio del 1912 attacca direttamente la Turchia nella zona del Dodecaneso e lo stretto dei Dardanelli, quindi il sultano chiese l’armistizio e il 18 ottobre 1912 fu firmata la Pace di Losanna che attribuiva la Libia all’Italia. In quel momento la Libia tuttavia non poteva essere sfruttata per la sua ricchezza (il petrolio, che venne scoperto dopo la seconda guerra mondiale), dunque non portò nessun vantaggio all’economia italiana, ma ci furono dei cambiamenti sul piano politico. I nazionalisti erano contrari sempre di più al governo, mentre i socialisti si divisero. I riformisti (che avevano approvato la spedizione) costituivano la minoranza mentre la maggioranza si era opposta. Al congresso di Reggio Emilia vengono espulsi dei riformisti che danno vita ad un autonomo partito socialista riformista italiano in cui prevale la corrente rivoluzionaria con a capo Benito Mussolini.
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