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Italia - Guerra in Libia

Nel 1911 succede che finalmente l’Italia decide di diventare una potenza imperialistica, cioè decide di allargare i propri domini coloniali. L’Italia aveva bisogno di nuovi territori su cui scaricare la tensione demografica dovuta all’incremento delle nascite, all’incremento della forza lavoro e alla crescita economica.
Inoltre c’è una situazione internazionale favorevole in quanto nel 1911 ci sono due momenti di crisi:
- Conflitto tra la Francia e la Germania: gli incrociatori tedeschi bloccano le navi francesi nel porto di Agadir in Tunisia;
- Crisi irreversibile dell’Impero Turco: permette alla Grecia di emanciparsi e all’Italia di dichiarare guerra alla Libia, sotto l’Impero Turco.

L’Italia parte alla conquista della Libia attraverso le due operazioni militari dello stretto del Bosforo e dei Dardanelli; i turchi non sono in grado di difendersi, quindi con il Trattato di Losanna ci prendiamo la Libia, Rodi e le isole del Dodecaneso.

L’impresa libica è un’impresa che nasce per incoraggiare l’industria pesante (armi, siderurgia…); nasce soprattutto per accontentare il desiderio della masse contadine di avere il proprio pezzo di terra.
La guerra in Libia è anche un pretesto per Giolitti di scaricare sull’esterno le tensioni che cominciavano ad interessare il movimento liberale come la nuova riforma elettorale che consente il coinvolgimento delle masse nella vita politica. Si passa da 3.7 milioni a più di 8 milioni di elettori; la maggior parte degli elettori sono però rivolti a sinistra, verso il movimento socialista e questo Giolitti lo teme. Parte del rischio è disinnescato dal sistema elettorale dei collegi uninominali (eletto per circoscrizione) che favoriscono il clientelismo.
A complicare la situazione c’era poi anche lo scongelamento dei cattolici, nel senso che il non-expedit era ancora valido, però in alcuni casi il nuovo papa Benedetto XIV lo aveva attenuato. All’interno del movimento cattolico si crearono delle vere e proprie spaccature che portarono all’insurrezione popolare per opera di Romolo Murri, un artigiano che verrà poi sconfessato dalla Chiesa.
Nel 1913 dopo la riforma elettorale di Giolitti, il Patto Gentiloni fissa una sorta di alleanza elettorale unicamente nei collegi in cui il candidato socialista rischiava di prevalere sul candidato liberale; dunque i cattolici venivano in soccorso del candidato liberale. I liberali si impegnavano, quindi, a non applicare nessuna politica sgradita alle gerarchie ecclesiastiche (finanziare le scuole cattolico-confessionali, non approvare leggi che penalizzassero la famiglia o favorissero il divorzio, garantire l’ufficialità dell’insegnamento della religione cattolica...).

La politica della decantazione portò Giolitti a dimettersi per non essere influenzato e condizionato dai liberali cattolici; quindi cede il potere a Salandra, questo fu però un grave errore perché di lì’ a poco si sprofondò nel conflitto mondiale.
Ci ritroviamo, quindi con un governo conservatore che preferì “stabilizzare” la situazione piuttosto che tendere a sinistra. La svolta a sinistra era molto temuta perché significava far esplodere la tensione nel partito liberale, perché si ritiene che l’Italia non sia pronta per una svolta socialista, perché le autorità ecclesiastiche e l’ossatura dell’elettorato (imprenditori, proprietari terrieri…) non vedrebbero di buon occhio una tale inclinazione. L’altra ragione per la quale Giolitti teme una svolta a sinistra è perché a sinistra sono sempre state presenti le correnti “massimaliste” (rivoluzionari e social-rivoluzionari) come quelle di Bissolati e Bonomi.

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