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Gli ultimi anni dell'Ottocento furono tra i più complessi della storia italiana


La svolta decisiva verso una diversa fase della politica italiana fu l'uscita di scena di *Crispi, determinata dal fallimento della sua politica coloniale. Il suo successore fu il marchese Antonio Di Rudinì (1839-1908), che formò un governo appoggiato dallo stesso blocco conservatore che aveva sostenuto Crispi.
La tensione sociale esplose nella primavera del 1898, in occasione di un rialzo del prezzo del pane dovuto a una cattiva annata agraria, che scatenò nel paese una serie di manifestazioni popolari, si decretò lo stato d'assedio(Milano, Napoli, Toscana). Nel capoluogo lombardo la repressione fu particolarmente violenta: il generale Bava Beccaris, per abbattere le barricate, fece sparare cannonate sulla folla inerme, provocando 80 morti e 450 feriti. L'attuale presidente fu costretto alle dimissioni e fu sostituito dal generale Luigi Pelloux. In seguito verrà dimesso e assisteremo a delle nuove elezioni (giugno 1900).


*Francesco Crispi= nato nel 1818,fu tra i promotori dell'impresa dei Mille. Assunse un orientamento autoritario ispirato al modello tedesco di Bismarck. Cadde nel 1896 a seguito della sconfitta militare di Adua.

Elezioni del 1900


Il processo di industrializzazione aveva posto la classe dirigente liberale di fronte ai problemi tipici di una moderna società industriale : l'urbanizzazione, l'intensificarsi dei conflitti sociali. Fra il 1897 e il 1900, cominciarono a manifestarsi tendenze più aperte e riformatrici grazie alla figura di Sidney Sonnino.
I candidati erano più aperti e riformatori ed il re diede il governo in mano a Giuseppe Saracco.
Il 29 luglio 1900, *Brecci uccise in un attentato Umberto I.


Dopo il governo Saracco, ci fu il governo Zanardelli-Giolitti. Questo diede l'avvio ad una politica di riforme. Nel novembre del 1903, Zanardelli affida il nuovo governo a Giolitti, iniziò così "l'età giolittiana".
Egli era convinto che il movimento operaio e contadino non andasse affrontato con gli strumenti della repressione, ma con quelli del dialogo, allo scopo di integrare le masse popolari nella vita delle istituzioni.Nell'impresa di Giolitti nel riformare un nuovo governo suscitò reazioni diverse. I liberali conservatori e gran parte del mondo imprenditoriale condannarono senza appello la sua strategia politica. L'invito del governo a concedere adeguati aumenti salariali ai lavoratori e la decisione di non intervenire con le forze dell'ordine negli scioperi erano considerati un pericoloso cedimento al sovversivismo. Tutto questo piaceva al leader del Psi, Turati.

L'obbiettivo principale divenne l'attuazione di un graduale riformismo.
L'attuale governo Giolitti era convinto che il progressivo inserimento del partito dei lavoratori nella normale dialettica politica ne avrebbe spento le aspettative rivoluzionarie.


I socialisti fornirono più volte il loro appoggio parlamentare al governo di Giolitti su singole iniziative; questo atteggiamento scatenò una forte opposizione interna al Psi. Dato che il Psi, dalla sua formazione, aveva convissuto sia l'ala riformista sia quella anarchica e rivoluzionaria ( massimalista). A unire le due componenti vi erano una serie di obiettivi politici in comune :
• Emancipazione degli operai
• Lotta al capitalismo
• Conquista al potere.

Le riforme legislative e la ripresa del movimento operaio


Fondatori del partito socialista italiano 1908.

• Statalizzate le ferrovie
• Spese per l'istruzione elementare allo stato

• Riposo domenicale
• Si introdusse una più avanzata legislazione sociale
• Vietato lavoro notturno alle donne

Suffragio universale maschile

(ancora non alle donne)


Con l'introduzione del suffragio maschile ci fu un aumento della rappresentanza delle grandi masse socialiste e cattoliche.
Nel 1901 si fondò la Federazione italiana dei lavoratori della terra. Si fondarono le camere del lavoro e la Confederazione generale del lavoro (Cgdl), per poi diventare l' Unione sindacale Italiana (Usi).
La ripresa del movimento operaio ebbe come conseguenza un incremento degli scioperi. Non meno sentito era il problema dei bassi salari.
Uno degli aspetti più rilevanti dell'età Giolittiana fu l'intensificazione dell'industrializzazione.

I settori che si svilupparono maggiormente erano:

• Settore tessile : forte impulso grazie ad una politica doganale protezionistica
• Sviluppo siderurgia
• Industria pesante : nascita di due colossi dell'acciaio (Ansaldo, Ilva) che furono possibili grazie ad un sostegno dallo stato.
• Settore energia : diffusione dell' elettricità
• Industria meccanica : solo nel 1911 ci fu un aiuto dallo stato ed si ebbe uno sviluppo impressionante (Fiat = produce non solo più aiuto ma anche altri macchinari)
Sistema bancario : fu radicalmente ristrutturato. Viene creata la Banca commerciale italiana e il Credito Italiano. Viene ispirato al modello tedesco della " banca mista".


Questione meridionale


Il principale limite dello sviluppo economico, fu quello di rimanere circoscritto a un'area limitata del paese, il così detto triangolo industriale (Torino-Milano-Genova), e di lasciare il sud in una condizione di grave arretratezza. Nell'età giolittiana, le differenze tra il sud e il nord erano piuttosto sentite:
• L'analfabetismo era del 60% nel sud e nel 15% nel Nord.
• Nel Sud non esisteva un Sistema sanitario.
• Nel Sud non vi erano aziende di grandi dimensioni né la presenza di una tecnologia avanzata.
• Infrastrutture insufficienti.


Questa situazione provocò due conseguenze:

Sviluppo di un sistema
Politico clientelare.
I giovani del sud cercavano
Lavoro nella pubblica amministrazione,
A causa di mancanze nelle attività
Industriali e commerciali.

Esodo migratorio più massiccio di tutta la storia italiana


Tra il 1901 e il 1913, circa 8 milioni di persone lasciarono l'Italia. Questo effetto migratorio fu fatto da persone analfabete e povere. Ebbe degli effetti economici positivi. Sotto la guida di Giolitti, l'Italia ristabilì cordiali relazioni diplomatiche con Franca, Gran Bretagna e Russia, quest'ultima considerata un necessario contrappeso alla gravitazione dell'Austria-Ungheria verso i Balcani.
Nel 1902, Francia e Italia stipularono un accordo in base al quale l'Italia non avrebbe interferito nella politica francese in Marocco e la Francia avrebbe tacitamente lasciato mano libera agli Italiani in Tripolitania e in Cirenaica, terre libiche che facevano parte dell'Impero ottomano.
Nel settembre 1911 Giolitti, forte dei diritti che aveva ottenuto per via diplomatica, decise di procedere all'occupazione della Tripolitania e della Cirenaica.

La guerra di Libia

Tale scelta fu approvata da diverse forze sociali. Interessati erano anche i gruppi cattolico-moderati legati alla finanza vaticana, in particolare al Banco di Roma: ritenevano che le loro prospettive di profitto sarebbero aumentate nel caso di un'occupazione militare. Pienamente d'accordo, infine, era la stampa nazionalista, che creò un vero e proprio clima di esaltazione guerriera poiché considerava l'invasione come l'occasione giusta sia per riprendere e alimentare il mito delle antiche glorie di Roma sia per riscattare l'umiliazione della sconfitta subita in Etiopia nel 1896.
L'Italia occupò Rodi e alcune isole vicine (Dodecaneso) per impedire il rifornimento di armi alla guerriglia libica da parte della Turchia. L'Italia ottenne il pieno riconoscimento della propria sovranità sulla Libia: in cambio avrebbe dovuto restituire alla Turchia il Dodecaneso e Rodi, ma solo dopo che la Turchia avesse ritirato tutte le sue truppe dalla Libia. Fino alla Seconda Guerra Mondiale, il Dodecaneso rimase all'Italia.I rapporti di collaborazione fra il Partito socialista e Giolitti furono condizionati dalla rivalità, all'interno del partito, fra la corrente riformista e quella massimalista. Nel 1904 a Bologna, dopo un acceso scontro interno, la componente rivoluzionaria guidata da Ferri e Labriola conquistò la maggioranza e impose l'abbandono della collaborazione con il governo. La sinistra citò l'atteggiamento di Giolitti nei confronti delle manifestazioni popolari nel meridione: mentre nel nord, dopo le cannonate di Bava Beccaris, l'esercito e i carabinieri avevano ridotto gli interventi armati, nel sud continuavano a reprimere in modo brutale le lotte di ceti e classi ritenute sovversive.

L'episodio più grave si verificò il 4 settembre a Buggerru: i carabinieri spararono sui minatori che stavano protestando contro un aumento del loro orario di lavoro, provocando quattro morti. La camera del lavoro di Milano, indisse il primo sciopero nazionale della storia d'Italia.
Il nuovo gruppo dirigente del Psi, che considerava lo sciopero lo strumento più efficace per scardinare il potere borghese, denunciò il fallimento del "compromesso" giolittiano e appoggiò i lavoratori in lotta con parole d'ordine rivoluzionarie. Giolitti, non fece intervenire la polizia, ma sciolse le camere.

Lo scontro sulla guerra


Lo scontro interno al Partito socialista, riguardò solo l'ala riformista, che si divise in due fronti contrapposti: da un lato Bissolati e Bonomi, che si dichiararono disponibili ad appoggiare il governo nell'impresa colonialista; dall'altro lato Turati, che si rifiutò di offrire il suo consenso all'attacco alla Libia perché ciò avrebbe significato mettersi sullo stesso piano dei nazionalisti e dei guerrafondai.
Al congresso socialista di Reggio Emilia, i riformisti non riuscirono a superare i loro contrasti e a trovare una posizione unitaria. Approfittando di questa difficoltà, un giovane rappresentante dell'ala rivoluzionaria, Benito Mussolini, propose di votare l'espulsione dal partito di Bonomi e Bissolati, accusati di essere ormai "monarchici".

Il mondo cattolico


Dopo l'annessione di Roma al Regno d'Italia, il pontefice Pio IX aveva interrotto ogni rapporto con lo stato italiano, vietando ai cattolici ogni forma di partecipazione alla politica (non expedit). Negli anni successi, vi fu un graduale ritorno dei cattolici alla vita politica. La chiesa sentì il bisogno di fornire una propria soluzione alla "questione sociale".

L'enciclica Rerum novarum, fissava le linee di fondo della dottrina sociale cattolica: il superamento della conflittualità sociale sarebbe stato possibile con la "collaborazione fra le classi", individuata come vera e propria "terza via" fra capitalismo e socialismo, in netta contrapposizione con la teoria della lotta di classe marxista. Quel documento offrì un quadro ideologico per un rinnovato impegno sociale dei cattolici: nelle campagne soprattutto, si diffusero casse rurali, per il finanziamento dei piccoli coltivatori, e "leghe bianche", ossia organizzazioni sindacali cattoliche.

Il modernismo


Un ulteriore contributo alla ripresa dell'impegno sociale dei cattolici fu offerto dalla Democrazia cristiana, un movimento fondato nel 1901 dal sacerdote Romolo *Murri.

Il suo obiettivo era la costruzione di un grande partito di massa cattolico: solo così, egli pensava, sarebbe stato possibile affermare il ruolo del cristianesimo e della chiesa nella moderna società industriale. In questo suo tentativo fu influenzato dal modernismo, un movimento per la riforma della chiesa che si era diffuso in Francia e in Italia sul finire dell'Ottocento. Punti salienti dei modernisti erano il proposito di rinnovare l'interpretazione delle Sacre scritture, l'invito alla chiesa a una maggiore apertura nei confronti della cultura e dei movimenti della società moderna e, soprattutto, la richiesta di una maggiore democratizzazione della struttura ecclesiastica. Le gerarchie ecclesiastiche risposero a queste richieste con un netto rifiuto.
Numerose pubblicazioni di modernisti furono poste all'Indice. Pio X, non solo sancì la condanna del movimento con l'enciclica Pascendi dominici gregis ma, impose anche il "giuramento antimodernista", una dichiarazione di ripudio delle dottrine moderniste a cui era tenuto tutto il clero cattolicoEmarginate le posizioni democratico-cristiane di Murri, nel mondo cattolico acquistarono sempre più peso le posizioni intransigenti. La gerarchia cattolica accettò lo stato liberale.
Contemporaneamente, anche la classe dirigente liberale andava attenuando il proprio laicismo, preoccupata di costruire un argine all'avanzata delle sinistre.
Andava così profilandosi un nuovo compromesso, soprattutto in considerazione delle imminenti elezioni del 1913, le prime secondo il nuovo sistema a suffragio universale maschile: con l'allargamento del diritto al voto da tre a oltre otto milioni, il rischio di un'affermazione dei socialisti, organizzati in un partito di massa e capillari strutture sindacali, era molto forte.
La ricerca, da parte di Giolitti, di un punto d'incontro col mondo cattolico, che si concretizzò in un accordo con Vincenzo Gentiloni, il presidente dell'Unione elettorale cattolica. In un periodo in cui non esisteva un partito cattolico, questo organismo aveva ricevuto dal pontefice l'incarico di non disperdere il voto dei credenti e di orientarlo verso i candidati che non si fossero mostrati ostili verso la chiesa. Gentiloni fece allora diramare una circolare ai dirigenti delle associazioni confessionali in cui enucleava i punti che i candidati ministeriali avrebbero dovuto accettare per ricevere il sostegno cattolico: la tutela della scuola privata, l'istruzione religiosa nelle scuole pubbliche, un trattamento non discriminatorio da parte dello stato nei confronti delle organizzazioni cattoliche. Gentiloni, seppur contrario, accettò le condizioni.
Il "patto Gentiloni", pur non arrestando la prevista crescita delle formazioni socialiste, riuscì a garantire alle forze liberali e moderate una solida maggioranza. Secondo le stime di Gentiloni, più di 200 deputati liberali su 504 furono eletti con voti cattolici. Questi risultati rendevano chiaro che, dopo l'introduzione del suffragio universale, Giolitti, per restare al potere, aveva ormai bisogno dell'alleanza elettorale con i cattolici conservatori.
Nel 1919: nascita del Partito popolare italiano, costituì uno degli elementi di crisi del Partito liberale e del sistema di potere giolittiano.

Il ruolo dei nazionalisti


Il patto Gentiloni, aveva permesso a Giolitti di conservare il potere, ma al prezzo di subire il condizionamento dei cattolici conservatori e della destra liberale. Quest'ultima era l'espressione di ceti industriali e agrari che, essendo rimasti legati a una concezione autoritaria dello stato, mal sopportavano il ruolo di arbitro imparziale assegnatogli da Giolitti; inoltre si mostravano molto sensibili alle istanze nazionalistiche, allora in rapida diffusione nel paese e in Europa. La maggioranza parlamentare che sosteneva Giolitti, appariva eterogenea e attraversata da forti contrasti. All'esterno del partito, forti critiche provenivano dai socialisti rivoluzionari e dai meridionisti, soprattutto da Salvemini. A complicare ulteriormente la situazione, vi fu il passaggio all'opposizione dei radicali, che fino a quel momento avevano sostenuto la maggioranza.
Giolitti comprese che sarebbe stato sempre più difficile mantenere in piedi una maggioranza che fosse in grado di dare continuità al suo disegno politico riformatore. Di conseguenza, rassegnò le proprie dimissioni e indicò al re, come suo successore, Antonio Salandra.

In seguito al suo probabile fallimento sarebbe stato più facile, per lui, essendo richiamato alla presidenza del consiglio e formare un governo, questa volta, orientato a sinistra. Nel giugno 1914, la morte di tre dimostranti, provocò un'ondata di scioperi in tutto il paese. La Cgl, non appoggiò l'iniziativa. La protesta, rimasta isolata, si esaurì in pochi giorni (la "settimana rossa").
Il dibattito successivo alla "settimana rossa" fu bruscamente interrotto dallo scoppio della guerra, che impose nuove divisioni tra le forze politiche. L'emergere di un'opinione pubblica favorevole all'ingresso nel conflitto dell'Italia tolse ulteriore spazio a Giolitti, che tornerà al potere solamente nel 1921.

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