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Il biennio rosso

In seguito alla fine della guerra l’Italia aveva intenzione di rivendicare i territori stabiliti dal patto di Londra, ovvero le coste dalmate, e anche durante le trattative di pace, l’annessione della città di Fiume per il principio di autodeterminazione dei popoli, nonostante nel 1918 l’Italia si fosse dimostrata favorevole alla solidarietà nei confronti delle popolazioni slave, tra cui vi era la Serbia alla quale la città di Fiume doveva essere destinata in base a quanto si affermava nel patto di Londra. Pertanto nel 1919 durante le trattative di pace a Parigi il presidente americano Wilson, non garante del patto di Londra, contestava le suddette rivendicazioni dell’Italia e questo comportò l’offesa di Sonnino e Orlando i quali abbandonarono Versailles per tornare in Italia dove ottennerò un voto di fiducia a loro favore. Tuttavia l’Italia non fu comunque presa in considerazione per le trattative e ciò determinò una vittoria mutilata. Nello stesso anno l’insuccesso da parte di Orlando nell’ottenere ciò che spettava all’Italia, determinò le sue dimissioni e il governo fu allora presieduto da Nitti; contemporaneamente il malcontento iniziava ad alimentare rivolte popolari violente ed anarchiche che videro partecipare sia lavoratori nelle città sia i contadini nelle campagne (1920). Questi due anni ,proprio per la violenza delle rivolte che li ha caratterizzati, passarono alla storia con il nome di Biennio Rosso.

A seguito di queste innumerevoli rivolte cittadine e campagnole, tutto il popolo si vide riconoscere un importante risultato: il governo Nitti emanò infatti una nuova legge elettorale proporzionale che avviava lo Stato italiano verso una forma più concreta di democrazia.

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