Iran - Politica dello shah Mohammad Reza Pahlavi


Uno dei primi importanti paesi membri dell'Opec è l'Iran. Nell'immediato dopoguerra la questione principale che anima la lotta politica iraniana riguarda il controllo e la commercializzazione delle ricchissime riserve di petrolio iraniano. Nel 1951 Mohammad Reza Pahlavi che ricopre la carica di shah (cioè di sovrano) costituzionale dell'Iran dal 1941, nomina primo ministro Mohammed Mosadeq (1882-1967), un convinto nazionalista, deciso a realizzare la nazionalizzazione della Anglo-Iranian Oil Company, la compagnia petrolifera che controlla estrazione e commercializzazione del petrolio iraniano. Mossadeq ottiene l'appoggio della Parlamento ma le potenze occidentali prime fra tutte il Regno Unito e Stati Uniti cercano in tutti i modi di ostacolare la nazionalizzazione. Alla fine è la Cia (Il servizio segreto statunitense) a intervenire: conquistato l'appoggio dello shah e di personaggi chiave dell'esercito, nel 1953 viene organizzato un colpo di stato che rovescio il governo di Mossadeq il quale viene arrestato e imprigionato. Anche se formalmente conservi tratti di una monarchia parlamentare il regime che esce dal colpo di stato del 1953 è essenzialmente imperniato sullo shah, che comanda l'esercito, la polizia segreta e nomina il governo, e su una una ristretta élite di ufficiali dell'esercito, dei funzionari ricchi mercanti. È un regime che, in cambio del sostegno ricevuto da Stati Uniti e Regno Unito, blocca il processo di nazionalizzazione creando nel 1954 un consorzio di aziende che si occupano della estrazione e commercializzazione del petrolio: una parte dei profitti va alla National Iranian Oil Company, che è la compagnia petrolifera nazionale iraniana, la parte del leone spetta comunque alla British Petroleum (BP, nuovo nome assunto dalla Anglo-Iranian Oil Company).

Disponendo dei proventi che derivano dall'impiego commerciale delle ricche risorse petrolifere, lo Shah Mohammad Reza Pahlavi avvia un ambizioso programma di modernizzazione del paese. Gli aspetti essenziali del programma comprendono una moderata riforma agraria, la costruzione di un sistema di istruzione pubblica, la trasformazione in senso occidentale delle relazioni tra gli uomini e le donne nella società e nella famiglia. Tra il 1967 e il 1975 Mohammad Reza Pahlavi riforma il diritto di famiglia, con norme le quali dispongono che le cause di divorzio siano esaminate da un tribunale laico e stabiliscono che un uomo possa contrarre un matrimonio poligamico solo dopo aver ottenuto il consenso delle mogli. Nel complesso si tratta di un programma che ricalca la linea politica che già suo padre, lo shah Reza Khan, ha cercato di rimettere in atto negli anni 20 e 30. Tutto ciò basta a suscitare una crescente opposizione dei mujtahid e degli ayatollah, che sono le massime autorità islamiche sciite, la corrente confessionale dominante in Iran, e che sin dal tardo Ottocento si oppongono con tenacia a ogni processo di modernizzazione del paese. La loro reazione alle riforme dello shah ha motivazioni molto concrete: infatti la riforma agraria voluta da Reza Pahlavi colpisce direttamente i loro interessi perché una parte dei possedimenti immobiliari da cui ricavano le proprie rendite vengono espropriati e ridistribuiti. Inoltre essi si sentono minacciati dalla riforma scolastica che mette in discussione la centralità delle scuole religiose da loro controllate.

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