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L’imperialismo e il colonialismo


Le cause


Alla seconda rivoluzione industriale, alla mondializzazione degli scambi e alla nascita delle società di massa, alla fine dell’Ottocento si aggiunge l’imperialismo.
L’imperialismo consiste nella volontà di alcune potenze europee di costruire un impero coloniale a scapito, soprattutto, delle popolazioni asiatiche e africane; tramite interventi di tipo militare e politico alcuni stati europei (soprattutto Germania, Francia e Gran Bretagna, ma anche Belgio e Italia) estesero così il proprio dominio su vaste regioni. Il colonialismo interessò anche il Giappone e gli Stati Uniti.
Le cause si distinguono in economiche, politiche, sociali e strategico-culturali.
a) La motivazione economica consiste nella necessità di cercare nuove materie prime o nuovi mercati su cui investire i capitali, anche se a volte, come nel caso del Belgio, nel Congo è stato operato un vero furto di materie prime (il caucciù) visto che contemporaneamente si è avuto un grande sviluppo dell’industria dei pneumatici.
b) Il colonialismo costituiva una strategia all’interno della competizione fra le varie potenze europee, una specie di corsa a chi prima sarebbe arrivato ad occupare un territorio
c) In alcuni casi costruire un impero coloniale significava spostare nelle colonie eventuali conflitti sociali
d) ma soprattutto l’elemento strategico-culturale predominante è la trasformazione del vecchio nazionalismo di tipo risorgimentale in un’ideologia di massa aggressiva in cui dominava il concetto di superiorità razziale.

Il colonialismo in Asia


In Asia, la Gran Bretagna aveva esteso il proprio dominio sulla penisola indiana, mentre la Francia aveva annesso il sud-est asiatico e l’Olanda la regione indonesiana. In Asia si fa avanti il colonialismo giapponese con la conquista ai danni della Cina, della Corea e di Taiwan.
Anche gli Stati Uniti adottarono una politica coloniale, pur seguendo un modello del tutto originale. Bisogna dire che per molto tempo gli Stati Uniti si erano occupati della colonizzazione interna (conflitto con le popolazioni indigene oppure Guerra di Secessione Nord vs. Sud). Alla fine dell’ 800, gli Stati Uniti cominciano a mostrare interesse per le conquiste coloniali in direzione dell’America Latina, del Pacifico e dell’Asia. Tuttavia solo nel caso delle Filippine, si ebbe un possesso diretto del territorio, mentre negli altri casi gli USA preferirono una penetrazione nelle nuove terre di tipo politico-economico: in pratica, facendo leva sulla forza del dollaro, gli USA utilizzavo il loro ruolo di potenza economica per dominare politicamente nuovi stati a tal punto che in pochissimo tempo gli investimenti americani all’estero raggiunsero cifre enormi.
In Asia, la presenza della Cina costituì un caso a parte. Se da un lato l’India era sotto il pieno controllo del Regno Unito, impegnato nella lotta al nazionalismo indiano e nella modernizzazione e nella stabilità politica del paese, dall’altro, la Cina, pur mantenendosi indipendente in realtà era spartita in zone di influenza fra Francia, Gran Bretagna, Russia, Germania e Giappone: i porti franchi, le ferrovie e le dogane cinesi erano in mano agli stranieri. Tuttavia un disaccordo fra le potenze europee, fece sì che il territorio cinese non fosse spartito, anche per l’opposizione degli Stati Uniti. Nel 1899, furono proprio gli Stati Uniti ad imporre la politica della porta aperta. In pratica tutte le potenze straniere potevano commerciare con la Cina, ma la Cina non sarebbe potuta mai diventare una colonia di esse. Di conseguenze, la Cina era come una semi-colonia di tutte le potenze straniere.
Nel 1900, la Cina reagisce contro l’ingerenza straniera con la rivolta dei boxer. I boxer era una società segreta, di ispirazione religiosa e di tendenza xenofoba. Essa sosteneva le millenarie tradizioni cinesi e trovava un appoggio nei conservatori che gravitavano intorno alla corte imperiale e raccoglieva diverse esigenze: l’odio per gli stranieri e l’ostilità verso il cambiamento.


In un primo momento i boxer attaccano le ferrovie e le missioni cristiane, successivamente prendono d’assedio le ambasciate presenti a Pechino. Per arrestare la rivolta dilagante, fu necessario l’intervento delle truppe straniere e per questo il governò cinese si senti molto umiliato.
Negli stessi anni, in Cina, si stava facendo avanti un movimento repubblicano a cui aderivano i borghesi e gli intellettuali cinesi che avevano aderito alla cultura occidentale e sostenevano la necessita di abbattere l’Impero per sostituirlo con una repubblica. Il punto di riferimento era Sun Yat-sen che fondò il Partito del popolo, il Guomindang. Il programma si articolava intorno a tre punti: autonomia nazionale, democrazia politica e uguaglianza sociale con distribuzione gratuita delle terre ai contadini. Con la rivoluzione del 1911, l’Impero fu abbattuto e Sun Yat-sen proclamò la Repubblica

Complessivamente si può dire che l’Asia non conobbe del tutto un’occupazione straniera (con eccezione dell’India in mano agli Inglesi, del Sud-Est, in mano alla Francia e della regione dell’Indonesia sotto il dominio olandese.

Il colonialismo in Africa


Diverso fu il caso dell’Africa: a proposito del colonialismo in Africa si parla di “scrable for Africa”. L’espressione “scramble” significa, corsa affannosa, spezzettamento e rende bene l’idea di spartizione programmata dalle potenze europee.
All’inizio del XX secolo, solo il 10% del continente africano era in mano alle potenze coloniali, mentre alla vigilia della Prima Guerra di Mondiale tale percentuale salì al 90% (restavano indipendenti l’Etiopia, che aveva saputo difendersi dall’attacco italiano cfr. battaglia di Adua - e la Liberia). Fino alla fine dell’Ottocento, la presenza europea in Africa si limitava ad alcuni porti o a piccoli territori utili come base delle rotte di navigazione verso l’Asia o come bacino di rifornimento degli schiavi (la tratta degli schiavi era stata soppressa all’inizio del secolo). D’altra parte, dell’Africa si avevano poche conoscenze: le uniche informazioni provenivano dagli esploratori o dai missionari che presentavano all’Europa un continente africano inospitale, con malattie tropicali e abitato da selvaggi o comunque da popolazioni ignote.
Furono proprio gli esploratori (es. Stanley e Livingstone) e i missionari a costituire un avamposto della penetrazione coloniale. Infatti l’esplorazione geografica era soltanto un pretesto, unitamente alla volontà civilizzatrice e evangelizzatrice, per depredare nuove terre come l’imperialismo auspicava. Un esempio ci è fornito da Leopoldo II, re del Belgio. Dopo aver finanziato degli esploratori e degli scienziati, egli penetrò nel bacino del fiume Congo, creandovi un dominio personale e praticando violenza e sfruttamento nei confronti delle popolazioni indigene.

Le cause della colonizzazione del continente africano sono tre:
1) economiche (i diamanti del Sud-Africa, il caucciù del Congo, il rame del Congo e controllo del Canale di Suez)
2) ideologiche (volontà di civilizzare un continente arretrato)
3) geopolitiche e cioè
- la Francia che fin dal 1830 dominava l’Algeria, mirava ad estendersi in tutta l’Africa del nord, fino al Corno d’Africa, secondo un’asse ovest-est
- la Gran Bretagna aveva un progetto simile, seguendo l’asse sud-nord, partendo dal Capo di Buona Speranza per arrivare fino in Egitto. Fra l’altro esisteva un progetto di costruzione di una ferrovia che unisse Città del Capo a Il Cairo.
- la Germania mirava ad occupare i territori rimasti liberi perché non voleva restare tagliata fuori dalla corsa coloniale
- il Belgio era interessato a sfruttare il bacino del fiume Congo
- l’Italia considerava necessarie le conquiste coloniali per acquisire prestigio sulla scena internazionale. Per questo, conquistò la Libia, l’Eritrea e la Somalia.
Tutte queste potenze europee si lanciarono nelle conquiste coloniali anche per ottenere il consenso dell’opinione pubblica e per impedire al rivale di ottenere un vantaggio dal dominio di un determinato territorio.


Il problema del colonizzazione del continente africano si risolse rapidamente nel 1884-85, quando il cancelliere tedesco Bismarck convocò la Conferenza di Berlino. In tale conferenza, che vide riunite tutte le potenze interessate a creare un impero coloniale in Africa, fu accettato il principio dell’occupazione di fatto. In base a tale principio ogni potenza doveva dichiarare ufficialmente quali territori africani avesse di fatto occupato, questo per evitare discussioni o incidenti diplomatici o militari. Questo principio dette l’avvio ad una vera e propria gara fra le varie potenze europee che sui concluse in pochissimo tempo.

Bisogna aggiungere che la colonizzazione dell’Africa avvenne non solo per volontà dei vari stati europei; essa fu resa possibile, grazie allo stretto raccordo fra imperialismo e nuove tecnologie: i battelli a vapore permettevano i collegamenti anche a lungo raggio, il chinino permise di combattere la malaria e l’uso della mitragliatrice non rendeva possibile la resistenza da parte delle popolazioni indigene.
Occorre anche dire che le colonie europee in Africa non furono colonie di popolamento, bensì colonie di sfruttamento ad eccezione del Sud Africa e dell’ Algeria.

L’economia delle colonie


Di solito, una volta conquistato il nuovo territorio, in esso si stabiliva un piccolo numero di colonizzatori che si preoccupavano soltanto di garantire l’ordine e il controllo delle risorse locali e raramente si ebbero dei forti investimenti. L’economia delle colonie viene chiamata economia di tratta: gli indigeni continuavano a produrre il materiale richiesto per le esportazioni. mentre gli Europei, con l’aiuto di grandi compagnie commerciali, avevano il monopolio dell’esportazione delle materie prime e dell’importazione dei manufatti. La conseguenza di questa economia fu l’eccessiva specializzazione fino ad arrivare alla monocultura, cioè un territorio si specializzava nella cultura di un solo prodotto, ma ciò creava la perdita di autosufficienza alimentare.
Molti problemi dell’Africa moderna sono conseguenza diretta dell’imperialismo e del colonialismo della fine ‘800.
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