Guerra di Cecenia

guerra in Cecenia

INTRODUZIONE

Il Caucaso è una catena montuosa imponente situata tra il Mar Nero e il Mar Caspio. La regione è, per la sua collocazione geografica, un’importante area di transizione tra Oriente e Occidente. Ma quest’area è abitata da decine di popoli dotati di senso di identità culturale molto radicato, e quindi è diffuso il desiderio di indipendenza.
La guerra di Cecenia è allora un conflitto armato che, con fasi alterne, contrappone dal 1994 la Repubblica di Cecenia, desiderosa di diventare indipendente, alla Russia. L’inizio del conflitto risale al novembre 1991, quando, nel convulso processo che accompagnò la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la Repubblica di Cecenia si separò in due distinte entità e il presidente ceceno Dudaev proclamò l’indipendenza del paese, rifiutando un patto federativo con la Russia. Causa di questa lunga guerra e della crisi successiva è proprio il fortissimo desiderio ceceno di costituire una Repubblica completamente indipendente dalla Russia.

L’INTERVENTO RUSSO

Di vitale importanza per l’economia russa per l’oleodotto che l’attraversava, la Cecenia fu sottoposta da Eltsin, presidente della nuova Federazione russa, a un severo blocco economico, che tuttavia non fece recedere i separatisti dal loro intento. Nel dicembre del 1994 Eltsin lanciò la prima offensiva militare contro la riottosa repubblica, riuscendo a conquistare Grozny nel febbraio del 1995 dopo tre mesi di aspri combattimenti. I separatisti ceceni, ritiratisi sulle montagne, inaugurarono un’efficace strategia di guerriglia assestando duri colpi alle forze di occupazione e, nel giugno del 1995, con il sequestro di un affollato ospedale nella Russia meridionale, che causò più di duecento vittime, indussero Mosca a intavolare una trattativa di pace. Questa si concluse il 30 luglio, con la proclamazione di un armistizio che tuttavia non durò a lungo e in capo a pochi mesi, nonostante i mortali colpi subiti (tra cui la perdita di Dudaev, colpito da un missile nell’aprile 1996), la guerriglia riuscì a riconquistare cospicue parti di Grozny e a infliggere pesantissime perdite alla truppe russe.

L’ACCORDO DI PACE

Nel maggio 1996, a poche settimane dalle elezioni presidenziali, il presidente russo Eltsin diede al generale Aleksandr Lebed, nominato a capo del Consiglio di sicurezza, l’incarico di riprendere il dialogo con i leader indipendentisti ceceni. Le trattative condussero prima a un cessate il fuoco e poi, il 31 agosto, alla firma dell’accordo di pace di Khassaviurt, con il quale Mosca riconosceva la sovranità della Cecenia in seno alla Federazione russa e si impegnava a ritirare le sue truppe.

La prima guerra in Cecenia si concluse con un pesantissimo bilancio: nello scontro trovarono la morte tra 40.000 e 100.000 ceceni, in gran parte civili, e almeno 4000 soldati russi; 500.000 furono i profughi tra i ceceni; nel conflitto molte città furono devastate e il tessuto economico del paese andò in gran parte distrutto. Nel gennaio 1997, sotto la sorveglianza dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea (OSCE), il capo degli indipendentisti ceceni Aslan Maskhadov venne eletto alla presidenza della repubblica caucasica.

LA SECONDA GUERRA

A causa delle profonde divisioni nella leadership cecena e degli interessi economici e strategici russi nel Caucaso, il conflitto non si sopì mai del tutto e riesplose drammaticamente nell’estate del 1999, quando truppe ribelli cecene guidate da Shamil Basaev sconfinarono in Dagestan, proclamandovi una repubblica islamica indipendente. Contemporaneamente, durante l’estate, diverse città russe, tra cui Mosca, furono funestate da gravi attentati – attribuiti alla resistenza cecena – che causarono la morte di centinaia di persone. A giocare a favore della ripresa della guerra fu però soprattutto la complessa situazione politica russa, in cui il presidente Eltsin, dato per sconfitto nelle imminenti elezioni, si apprestava a lasciare la guida del paese a Vladimir Putin, che decise l’attacco causa dello scoppio della seconda guerra cecena.

Il 1° ottobre 1999, respingendo l’offerta del presidente Maskhadov di riprendere le trattative e ignorando gli ammonimenti, peraltro blandi, delle potenze occidentali, la Russia lanciò una nuova, violentissima offensiva contro la repubblica caucasica della Cecenia. Pur subendo pesanti perdite, l’esercito russo assunse in poche settimane il controllo del territorio ceceno (a eccezione di una piccola parte nel sud), conquistando anche la capitale Grozny dopo averla letteralmente rasa al suolo con un massiccio bombardamento. Nonostante il consistente impiego di uomini e armi, e il ricorso a una brutale repressione (che le valse severi ammonimenti a livello internazionale), la Russia non riuscì a normalizzare il paese e ad aver ragione della resistenza cecena. Questa, infatti, riprese le azioni di guerriglia, indirizzandole sia contro le truppe di occupazione sia contro le autorità dell’amministrazione filorussa, instaurata a Grozny nel giugno 2000 sotto il diretto controllo di Putin; nel contempo, una nuova ondata di attentati dinamitardi si abbatté sulle città russe.

UNA CRISI ENDEMICA

Confortata nella sua politica dalla guerra al terrorismo internazionale di matrice islamica lanciata dagli Stati Uniti dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, la Russia ha continuato a mantenere la Cecenia sotto una severissima occupazione, nell’indifferenza dell’opinione pubblica e dei governi occidentali. La guerriglia cecena ha intensificato a sua volta la strategia terroristica, che è culminata., nell’ottobre del 2002, nel sequestro di 750 persone nel teatro Dubrovska di Mosca (ove, oltre a 48 dei 50 membri del commando, sono morti, a causa del gas nervino utilizzato dalle truppe speciali russe, più di 120 ostaggi) e nel febbraio 2004, sempre a Mosca, in un attentato alla metropolitana che ha causato più di 40 morti e centinaia di feriti. La strage avvenuta nella scuola di Beslan (cittadina dell’Ossezia del Nord) nel settembre 2004 ad opera di terroristi ceceni e ingusceti è considerato il culmine della serie di attentati.

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