dins di dins
Habilis 576 punti

La prima fase della guerra: i bombardamenti della Raaf. Napoli -giugno 1940 – novembre 1942

Il 13 giugno 1940, festa di Sant’Antonio, avvenne il primo bombardamento su Napoli. In famiglia si stava festeggiando il santo e tutti pensarono ai botti in onore di Sant’Antonio, nonostante tre giorni prima Mussolini aveva tenuto il famoso discorso di dichiarazione di guerra che era stato trasmesso in tutte le piazze d’Italia.
I racconti ci riportano una popolazione divisa fra gruppi sociali, tra vecchi e giovani, adulti contro l'entusiasmo dei giovani e sullo sfondo madri che piangono.
Nell’estate del 1940 sembrava che la guerra fosse ancora lontana da Napoli giacché i bombardamenti di giugno erano stati dei bombardamenti dimostrativi. Le raffinerie di Napoli sarebbero state le prime ad essere attaccate. Ci furono tanti morti, ma la politica fascista si preoccupava di nascondere il numero delle vittime e i danni subiti.

Cominciò poi un lancio di volantini inglesi per i napoletani, in questi volantini si spiegava che gli inglesi non ce l’avevano con i napoletani, ma dovevano bombardarli perché essi permettevano ai tedeschi di servirsi del porto di Napoli. Intanto ripresero i bombardamenti sempre più violenti e il popolo capisce che neanche i ricoveri pubblici sono più sufficienti: ci sono bambini che rotolano a terra e persone che restano soffocate dalla pressione della folla. Le incursioni aeree continuarono colpendo Torre Annunziata, Castellamare, Via Mezzocannone e perfino un ricovero seppellendo le persone che si erano rifugiate. Ma il malcontento cresceva e le persone costrette a passare le notti nei ricoveri senza misure igieniche e con un’aria irrespirabile e dove parecchi non trovavano posto per sedersi ma, secondo le testimonianze, il peggio non era ancora arrivato.


La guerra vista dall’alto

Con la seconda guerra mondiale il bombardamento comprese anche le città e quindi fu coinvolta anche la popolazione nemica compresi donne, bambini e anziani.
Il primo importante ideologo della strategia dell’area nella guerra fu il generale italiano Giulio Douhet: egli sostenne che i bombardamenti che prendevano di mira gli abitanti di tutta una nazione erano molto utili e sarebbero diventati l’arma vincente per le guerre future. All’inizio questa teoria fu contrastata ma in seguito questa teoria fu riconosciuta pienamente dal regime fascista.
Agli inizi del 1942 fu presa la decisione di passare all’AREA BOMBING, cioè attaccare direttamente le città con bombardamenti a vasto raggio. Il bombardamento poteva così costringere i cittadini a chiedere la pace.

Nel novembre 1942 inglesi e americani decisero una massiccia campagna di bombardamenti sull’Italia che ormai militarmente era considerata debole e non c’era fiducia nella classe dirigente italiana che era troppo coinvolta con il fascismo ed era ormai odiata dalla popolazione. Furono previste di lanciare sull’Italia 4.000 tonnellate di bombe al mese. Furono bombardate Torino, Genova fino a Roma e alla distruzione di Napoli.
Il vaticano chiedeva di essere considerato “città aperta” essendo sede del papato e simbolo mondiale della cristianità. Ma dagli inglesi Roma veniva vista come capitale del governo fascista e, quindi, per loro era un obiettivo militare. Il 19 luglio 1943 Roma fu colpita e furono distrutti la stazione, il quartiere di San Lorenzo. Gli anglo-americani accettarono di rispettare ufficialmente solo i confini della città stato del vaticano.

I bombardamenti a tappeto

Nelle testimonianze dei napoletani si mette in evidenza la differenza tra i bombardamenti americani e quelli inglesi. Gli americani bombardavano a tappeto di giorno, con gran numero di bombe e ogni volta per breve tempo; gli inglesi bombardavano sugli obiettivi, di notte e per lungo tempo: a volte bombardavano per un’intera notte. Gli inglesi sono associati alle lunghe ore della notte nei rifugi; gli americani si affacciano con tutta la loro forza.
Il 4 dicembre 1942 Napoli fu bombardata con grande distruzione e crolli in tutta la città. Per molto tempo fu vivo nei napoletani il ricordo di due tram colpiti e dei tanti morti sfracellati, navi affondate nel porto con marinai che chiedevano aiuto, centinaia di vittime e molti in un ricovero morti soffocati per la folla. Le bombe caddero sulla città di Napoli in pieno giorno e l'allarme non suonò: la gente era per strada, nei negozi e negli uffici fu una strage. Nelle testimonianze di questo bombardamento alcune immagini sono comuni a tutti quelli che raccontano: le navi distrutte, la gente nel porto, ma quello che più è rimasto impresso nella mente di tutti sono i corpi mutilati delle persone che si muovono ancora, le persone che “camminano senza testa”. Pochi giorni dopo Napoli fu di nuovo bombardata a tappeto e di nuovo distruzione, morti e feriti. Dal cielo piovevano anche i volantini per la popolazione che inducevano le donne a non fra imbarcare i loro uomini per i tedeschi.

Nel gennaio del 1943 fino a marzo ci furono nuove incursioni su Napoli. Sotto le macerie c’erano persone vive e che non venivano tirate fuori in tempo perché c’era molta disorganizzazione e pochi soccorritori. Si ebbero danni in tutta la città; al porto, alla caserma Bianchini, alla Naval Meccanica, all’Alfa Romeo di Pomigliano. Intanto le bombe colpivano anche i paesi vicini ed anche una nave al largo di Capri fino all’esplosione della nave Caterina Costa, carica di bombe e di combustibile da trasportare in Africa.
Il 28 Marzo 1943 nel porto di Napoli salta in aria la nave Caterina Costa. La nave si incendiò e scoppiò: la popolazione venne colta per strada o nelle case da una spaventosa pioggia di relitti che si riversarono su tutta la città. La nave era piena di bombe e di munizioni quando si sviluppò l'incendio e le autorità militari e politiche non seppero prendere nessuna decisione prima che la nave scoppiasse. Neppure sulle cause dell'incendio si sapeva molto: si pensò a una trascuratezza umana. Non si tentò né di portare la nave in alto mare né di farla affondare con il suo carico. Si perse del tempo prezioso fra dubbi e indecisioni non pensando agli effetti tragici che avrebbe potuto avere l'esplosione. Venne messa in evidenza un’irresponsabilità delle classi dirigenti, la trascuratezza, la leggerezza e la scarsa considerazione per i destini della gente comune. Quando la nave scoppiò fu colpita tutta la città come un vero e proprio bombardamento. Dalle testimonianze emerge tutto il terrore dei napoletani e il convincimento che per loro si era trattato di un sabotaggio.
Il 4 Aprile 1943 si verificò su Napoli un raid aereo apocalittico. Diverse formazioni furono inviate nello stesso momento su più obiettivi: porto, aeroporto di Capodichino, stazione di smistamento, varie parti della città compresi la caserma dei pompieri,ospedale e varie piazze. A San Pietro a Patierno ci furono numerose vittime tra civili e, in ricordo di quel bombardamento, in questa strada oggi c’è una lapide. I raid continuarono facendo sempre più morti, molti anche nei ricoveri. Fu colpita l’Alfa Romeo di Pomigliano d’Arco proprio mentre gli operai vi giocavano una partita di pallone. Un volantino lanciato dal cielo spiegava agli italiani che la guerra era ormai persa e si invogliava a chiedere la pace e a ripudiare l’alleanza con la Germania.
La città di Napoli dopo l'armistizio dell’8 Settembre, subì alcuni bombardamenti tedeschi tra il 1943 e il 1944. Furono colpiti rioni e palazzi tra cui il Palazzo Reale di Capodimonte.
E’impossibile indicare una cifra esatta delle vittime dei bombardamenti a Napoli. Tra morti nelle case, negli ospedali, nei ricoveri, si contano più di 30.000 vittime. Tra questi tanti bambini che erano morti in massa sotto le bombe. Molte vittime morirono nei rifugi travolti dalla folla o soffocati per la troppa presenza di persone.
Dai ricoveri e dalle prigioni si diffuse una forte epidemia di tifo. A causa di questa epidemia le autorità capirono che non si poteva più vivere nei ricoveri e dovevano essere sistemati in altri posti. Un racconto di questa situazione cosi grave ci viene dato dalla scrittrice Annamaria Ortese (nel suo libro”Il mare non bagna Napoli”). Quindi tanti furono i danni collaterali della guerra a Napoli e si sarebbero fatti sentire ancora per molti anni.

Una resistenza popolare. Napoli, settembre 1943

Il 9 settembre 1943, all’alba, gli alleati sbarcarono a Salerno e fu uno sbarco difficile. Ci vollero tre settimane per arrivare da Salerno a Napoli e ben otto mesi per arrivare da Napoli a Cassino. I tedeschi emanarono una serie di ordini per disarmare e arrestare i soldati italiani e tutti gli atti contro le forze tedesche da parte degli italiani sarebbero stati puniti severamente. Il comando tedesco stabilì che chiunque aiutasse i partigiani doveva essere fucilato anche se donna o bambino. I tedeschi sparavano contro coloro che combattevano, prendevano ostaggi nelle zone da cui provenivano le sparatorie e tutta la popolazione entrò nel mirino delle armi tedesche. Nella zona dell’università i tedeschi catturarono 14 carabinieri e li condussero davanti all’università dalle cui finestre erano partiti dei colpi contro i soldati tedeschi. Da una testimonianza si dimostra l'orrore di chi era costretto ad assistere alla scena dell’incendio e della fucilazione di un marinaio.
L’insurrezione armata ha inizio tra il 27 e il 28 settembre. Mentre a piazza Dante c’erano camion pieni di uomini da deportare e intorno donne e bambini che urlavano, nei quartieri i giovani raccoglievano armi per combattere. I morti per la mano tedesca trovati nel registro centrale furono 542, ma si raggiunsero i 663 con quelli di Ponticelli, quartiere dove avvenne una delle rappresaglie più forti.
I saccheggi costituirono momenti durissimi. I ragazzini erano fra i migliori protagonisti dei saccheggi. I saccheggi mostravano la fame degli italiani che erano disposti a tutti per un pezzo di pane e mette in evidenza sempre la crudeltà dei tedeschi.
Dalle testimonianze notiamo che tutti ricordano i rastrellamenti degli uomini, coloro che fuggirono e la popolazione che aiutava i fuggitivi con grande naturalezza e senza chiedersi il perché: li aiutavano perché cosi doveva essere.
I tedeschi imbestialiti con i partigiani ammazzavano tutti coloro che capitavano sulla loro strada. Le esecuzioni erano crudeli come la testa staccata a un ragazzino di 13 anni che era stato fucilato ma non era ancora spirato.
Nelle parole dei testimoni c’è la convinzione che le quattro giornate di Napoli le ha fatte tutta Napoli, tutti hanno collaborato alla cacciata dei tedeschi: è stata una questione di popolo, il popolo composto da operai, artigiani, impiegati, donne e bambini. I testimoni di oggi erano allora giovani o addirittura bambini e ci danno un’immagine del combattere secondo il loro punto di vista di allora. Fra queste testimoni una donna (Maddalena Cerasuolo) donna ad aver avuto riconosciuto il titolo di partigiana e che si presenta come una ribelle.
Parteciparono alla lotta i ragazzi di strada, i cosi detti scugnizzi, molti dei quali ribelli contro i loro padri. Nei racconti di questi scugnizzi ci sono sempre anche gli adulti che affidano loro il compito di messaggeri e aiutanti.
Il merito delle quattro giornate di Napoli, oltre al fatto di essere stata la prima città a ribellarsi ai tedeschi, è stato quello di aver salvato la città. Tutta la città si è ribellata ai tedeschi, tutti i napoletani sono scesi a combattere per le strade “ per la difesa del focolare”.
Molti storici hanno visto le quattro giornate di Napoli solo come la ribellione di un popolo verso lo straniero. Negli anni sessanta ci fu un monumento alle quattro giornate dedicato allo “scugnizzo”: spesso, però, l’immagine dello scugnizzo definisce questa insurrezione una lotta condotta da ragazzi di strada contro pochi tedeschi in ritirata. Ma così non fu.


Violenza da terra e violenza dal cielo. Lungo il volturno settembre 1943

Le violenze continuarono. Avrebbe avuto la peggio chi abitava lungo le rive del fiume.
I tedeschi lasciavano sul loro cammino una scia di rovine sia per rendere più difficile l’avanzata del nemico sia perché volevano vendicarsi verso la popolazione. Le violenze tedesche verso i civili crebbero con saccheggi e razzie di uomini fino a giungere a massacri indiscriminati. Tutte le testimonianze evidenziano il sentimento di stupore e di sgomento che si diffonde tra la gente: l’8 settembre 1943, una festa, la gente cantava e ballava, si pensava che la guerra fosse finita, e invece è ricominciato peggio di prima.
A Mondragone i tedeschi si comportavano ancora peggio e le violenze naziste furono tremende. I tedeschi ordinarono l'evacuazione della città e chi non ubbidiva veniva fucilato. Molti furono i morti: gli anziani che non vollero abbandonare le loro case, altri che affamati ritornavano nelle loro case per cercare qualcosa da mangiare.
Il 9 settembre quando più nessuno se lo aspettava pensando che la guerra fosse finita, vi fu la distruzione della città di Capua con centinaia di vittime. Un gruppo di combattenti di Capua si difese fino all’ultimo tra cui un ragazzo di 16 anni (Carlo Santagata) oggi medaglia d oro alla resistenza. Nelle testimonianze risulta la violenza dei tedeschi che infliggono la morte con il gusto della vendetta, infierendo anche sui corpi; questo si confronta con l’atteggiamento degli americani che gettavano le bombe e poi riparavano con il cibo. La memoria pubblica assumeva i toni della retorica antifascista per cui i bombardamenti americani erano un tributo necessario alla caduta del regime fascista e del regime dell’occupazione tedesca.

Una città saccheggiata, Benevento

L’obbiettivo Benevento è l’area che venne bombardata tra l agosto e il settembre 1943. Fu distrutta la stazione ferroviaria dove morirono più di 100 persone, molti tra le fiamme del treno completamente carbonizzati. L’11 settembre si verificò l'occupazione del territorio da parte delle truppe tedesche che si impossessarono dei palazzi dei luoghi istituzionali più importanti, mentre avveniva una nuova terribile incursione, una delle più devastanti perché le sirene, il cui filo era stato spezzato, tacquero. La gente abbandonò la città e si rifugiò nelle campagne. Da quel giorno Benevento distrutta dai bombardamenti, sarebbe diventata preda di violenze tedesche mentre tutte le autorità cittadine scomparvero. Quindi, mentre i tedeschi continuavano a distruggere via terra i bombardieri americani e inglesi continuarono anche dall'alto.
A Benevento il saccheggio fu enorme. Palazzi sventrati, sfollati che fuggono, predatori che assalgono altri predatori: una visione apocalittica.
A Benevento come ad Avellino le autorità diedero prova di irresponsabilità, inefficienza e viltà che aggravano la condizione di abbandono in cui versano le popolazioni fra bombardamenti e violenze tedesche. Qui la gente comune ci appare ora vittima ora predatrice.

Fra razzie di uomini e bombardamenti

Il 23 Settembre 1943 a Teano comincia il rastrellamento degli uomini da parte dei tedeschi. Essi vengono rinchiusi in un carro bestiame e deportati. E’ cosi successe nei paesi vicini: ci sono tracce e documenti scritti su numerosi casi di deportazione (come a Castellamare di Stabia dove furono rastrellati migliaia di cittadini).
Gli ordini tedeschi erano perentori: chiunque tentava di fuggire doveva essere ucciso. Pochi giorni dopo la razzia degli uomini, la popolazione di Teano conobbe altre violenze. I giovani cominciarono ad armarsi e uccisero due ufficiali tedeschi e ne furono uccisi altri italiani dai tedeschi per vendetta tra cui anche le mogli che non vollero lasciare i loro mariti. Tutte le testimonianze mostrano la volontà di ribellarsi ai tedeschi, ma mostrarono anche violenza e la crudeltà con cui i tedeschi rispondevano.
Teano fu bombardata e ancora oggi le cause dei bombardamenti sono motivo di discussione fra i teanesi. Qui è difficile trovare i posti strategici importanti. Si sa soltanto che i morti furono tanti e le donne e i bambini furono quelli che morirono di più sotto le bombe.

Ebrei napoletani nel cuore della guerra. Tora e piccilli: un paese virtuoso?

Nel maggio 1942 vennero schedati tutti gli ebrei residenti a Napoli e provincia. Per molti l'espulsione e l’allontanamento da Napoli significò finire nelle mani dei nazisti e seguire la sorte della maggior parte degli ebrei europei. Infatti una parte della comunità ebrea napoletana subì la deportazione e la morte nei campi di sterminio. Prima fu emanato un decreto di lavoro obbligatorio per gli ebrei napoletani nel comune di Tora e Piccilli, un piccolo paese vicino Napoli.
Le testimonianze raccontano dell’arrivo a Tora e dell’accoglienza dei paesani. I manifesti del regime avevano dato ordine di tenere a distanza gli ebrei, ma gli abitanti di Tora, prima diffidenti, strinsero poi i rapporti di amicizia e di solidarietà con gli ebrei.
Quando si istallarono i tedeschi a Tora, molti ebrei maschi scapparono e le donne si confusero con le donne del paese. Quando il paese fu evacuato tutti si rifugiarono nei boschi. Abitanti del paese, ebrei e soldati sbandati fuggirono insieme.
Nove mesi nella terra di nessuno. Dal Garigliano al golfo di Gaeta, settembre 1943-maggio 1944

In questo periodo si combatté lungo le foci del Garigliano e nei pressi di Cassino. Il 15 marzo 1944 la città di Cassino fu rasa al suolo insieme al suo famoso monastero. Per molti questa fu la “terra di nessuno”. Il Golfo di Gaeta era stato individuato dai tedeschi come uno dei luoghi per un possibile sbarco alleato dopo quello di Salerno e in queste zone ci fu una lunga battaglia terrestre. Le storie dei testimoni ci raccontano gli avvenimenti drammatici dei protagonisti, per nove mesi costretti in montagna, senza cibo e abbandonati da tutti. Molti furono i morti per fame, tra cui una bambina di appena tre mesi.
Mentre i tedeschi facevano saltare ponti e ferrovie, dal cielo gli alleati bombardavano queste stesse strutture. Perché? I tedeschi tendevano a ritardare l’avanzata, gli americani e gli inglesi volevano rendere difficile la ritirata. Entrambi volevano fare “terra bruciata”.
Tommaso Sinigallia, un ebreo napoletano sfollato a Formia con tutta la famiglia e, dopo l'8 settembre, scappato sulle montagne ha raccontato la sua esperienza in un lungo diario in cui visse anche nel terrore di essere identificato dai tedeschi come ebreo ed essere deportato con la sua famiglia. In questa zona i tedeschi furono cacciati dai marocchini alleati degli inglesi. Tutti videro in loro la liberazione, ma fu una sorpresa amara: per molte donne l'arrivo di quelle truppe fu il momento peggiore della guerra e della loro vita.


Gli stupri di massa

Campo di mele era un piccolo paese degli Aurunci e, per la sua posizione, era diventato una roccaforte tedesca. La popolazione fuggì da una parte all’altra della valle, ma non trovò scampo. Dalle testimonianze si evidenzia tutto il dolore per le violenze subite dai soldati marocchini. Sono tutte testimonianze di donne tra cui quella struggente di una bambina violentata a 11 anni. Molte di queste donne sostengono che quella dei marocchini non si deve chiamare liberazione ma distruzione vera e propria. Una bella testimonianza è il libro di Alberto Moravia, “La Ciociara”, da cui è tratto il film di De Sica ambientato proprio nei paesi delle donne intervistate. Ma neanche il libro e il film hanno saputo registrare le sofferenze e la disperazione senza fine di queste donne.
I francesi erano consapevoli del comportamento delle truppe al loro servizio. Essi non erano ben visti dagli italiani: i soldati francesi mostravano sempre un atteggiamento ostile e irriverente sia verso i soldati italiani che verso i civili.
Il comando francese, in seguito, decise di dare un indennizzo a coloro che avevano subito violenze dalle truppe marocchine: lo stupro fu, dunque, annegato fra le altre violenze di guerra e la sofferenza delle donne fu messa alla pari con un ferimento o con la perdita di un bene materiale. Quindi, per lungo tempo, la violenza sessuale è stata considerata una fatalità della guerra.

Il racconto del dolore

Il ricordo della guerra è una ferita aperta nella storia personale e il dolore o viene rimosso e dimenticato oppure emerge intatto ogni volta che se ne parla. Nelle testimonianze raccolte dominano immagini dei corpi allineati a terra, dei camion carichi di cadaveri.
I corpi ritornano continuamente nella memoria. La loro distruzione è l'elemento che più colpisce e ferisce. Si ricordano mani, gambe, pezzi di vestiti di quello che è stato un individuo e a cui, dopo la morte, è stato negato anche il riconoscimento. Poi ci sono i cadaveri delle bestie: è uno degli incubi ricorrenti nei ricordi, uno degli strazi maggiori, il sacrilegio massimo. I corpi senza vita sui carretti; i carretti popolano i racconti. Sono soprattutto le donne ad offrire una narrazione precisa e struggente del momento della morte o della visione dei cadaveri smembrati dei propri cari, quasi a voler esprimere oggi con queste testimonianze quella pietà che allora non poterono esprimere.
Tutto il dolore della guerra si esprime nella rappresentazione del dolore delle madri: è l'immagine della madre dolorosa che porta su di sé il dramma della morte dei propri figli. La lotta delle madri e la difesa dei figli è un elemento chiave nella narrazione della guerra.
La guerra spezza la vita, sconvolge i progetti e rende vani i sacrifici compiuti. Cose, oggetti, beni materiali irrimediabilmente perduti simboleggiano questa rottura irreparabile.

Interpretazioni private, discorsi pubblici

Le persone erano quasi rassegnate perché tutti erano preda degli eventi e si sentivano impotenti. Il bombardamento è uno squarcio nella vita quotidiana, è un’interruzione brusca della continuità della vita. In Campania emerge una memoria ancora molto viva della violenza tedesca, unita a una netta condanna. Si ricorda che i tedeschi massacravano ogni cosa, davano ordini, facevano paura: era una violenza voluta; essi erano coscienti di portare dolore.
Napoli e tutto il sud dal 1943 al 1945 continuarono a vivere in una condizione di guerra: fame, miseria, contrabbando, malattie. Il ruolo della chiesa nella memoria della guerra fu cruciale. Si ricorda il sacerdote e i seminaristi che vennero fucilati e massacrati a Mugnano; essi vengono definiti “ martiri della carità”.
Tutte queste storie narrano un poco dell’identità italiana. Molte di queste storie sono state raccontate da donne, la maggior parte non colta, paesane o cittadine; ma tutte sono accomunate da un modo uguale di narrare e di sentire ed è un modo schietto e reale.

Hai bisogno di aiuto in Storia Contemporanea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email