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La politica napoleonica


La legittimazione del potere è però un problema molto grosso per Napoleone. Per avere il consenso del popolo è necessario dare la sensazione di continuità con l’epoca rivoluzionaria. Per questo si passa dal Direttorio al Consolato, forme di governo collegiali. Ci si dà una Costituzione, anche se essa evidentemente non serve. Lo stesso apparato amministrativo è totalmente irresponsabile, il Consiglio di Stato è nominato interamente dal Primo console. Il potere legislativo viene ridimensionato, ma la legge rimane comunque forte, quindi la continuità rimane. Anche nel suffragio universale maschile, anche se però il risultato del voto non si concretizza più negli uomini delle istituzioni. Il plebiscito viene utilizzato per sancire la Costituzione nel 1802 e la sua modifica, così come l’instaurazione dell’Impero nel 1804. Un plebiscito che serve solo a trasferire il potere nelle mani di un uomo solo che governa senza limitazioni. C’è molta sottigliezza nel progetto napoleonico, che usa strumenti di continuità rivoluzionaria per conquistare il potere rivoluzionario, oltre i principi della rivoluzione.
Il Consiglio di Stato è utile nel dominio dell’Impero, e dà origine alle funzioni giurisdizionali in materia di contenzioso amministrativo che si hanno oggi. Preparava le leggi, ma in pratica soltanto dopo aver ricevuto istruzioni dal Consolo. È mediatore tra l’Impero è i due corpi a cui vanno sottoposte le leggi, anche se poi esse scompaiono a fare delle istituzioni dell’esecutivo. Funziona anche come organo dell’amministrazione “tribunalizio” nei contenziosi tra cittadini e poteri pubblici. Napoleone era consapevole che un’amministrazione coma la sua avrebbe urtato sicuramente le esigenze dei cittadini. Quindi i conflitti naturalmente insorti vengono affidati non a tribunali normali, ma a degli “esperti” facenti parte dell’amministrazione stessa, nel suo Consiglio di Stato.
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