Sin dai primi atti di governo, Mussolini aveva dimostrato di non voler più tornare indietro sul suo disegno di legge. La "Rivoluzione fascista", come lui stesso chiama la trasformazione politica in atto, è iniziata e lui vuole portarla a compimento. Nel dicembre del 1922 viene formato il Gran Consiglio del fascismo, un organo di raccordo tra il Partito nazionale fascista e lo Stato, di cui sono membri, oltre al segretario del Pnf e al presidente del Consiglio, diversi dignitari fascisti e i presidenti della Camera e del Senato.
Nel gennaio del 1923 le squadre d'azione fasciste sono trasformate nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale: è un corpo militare che rimane collegato strettamente al Pnf, ma che ora riceve una importante legittimazione istituzionale che gli permette di affiancarsi con pieno diritto ai corpi armati esistenti, l'esercito e i carabinieri. Non si tratta peraltro di una mossa che preluda a una riduzione delle violenze o delle aggressioni nei confronti degli oppositori del regime che anzi adesso possono essere compiute con più agio di prima.

In economia, il governo attua una linea politica liberalista, concepita dal ministro delle Finanze e del Tesoro, Alberto De Stefani (1879-1969). Nei rapporti commerciali internazionali si adottano tariffe doganali leggere che dovrebbero favorire gli scambi e l'arrivo di materie prime necessarie all'industria (specie a quella meccanica e siderurgica: minerali ferrosi, carbone, ma anche petrolio).
Per quanto riguarda i rapporti di lavoro, De Stefani attua un indirizzo volto a favorire e consolidare l'autonomia decisionale degli imprenditori industriali e agrari nelle loro aziende. È un indirizzo d'azione che è reso possibile anche dall'annichilimento fisico delle organizzazioni sindacali e dalla flessione assoluta degli scioperi e dei conflitti di lavoro che ne consegue. In qualche modo Mussolini si mostra così riconoscente verso quei gruppi sociali (imprenditori, proprietari terrieri, affittuari agrari) che per primi hanno, con i loro finanziamenti, permesso il decollo del movimento fascista. Dopo la grande paura del 1920, costoro sanno di essere tornati pienamente padroni delle loro aziende e di aver recuperato totalmente la loro autonomia nelle scelte imprenditoriali. Al tempo stesso De Stefani vara anche una politica fiscale che punta più sulle imposte indirette che su quelle dirette (le imposte pagate dai contribuenti sulla base dei redditi che guadagnano), favorendo anche in questo modo le élite economiche e sociali. I risultati economici di questo indirizzo sono complessivamente piuttosto positivi, infatti sia la proiezione industriale sia quella agricola sia il PIL sono in crescita. I salari industriali risentono dell'avvento del fascismo e dopo il 1921 tendono a decrescere anche se in definitiva si mantengano intorno ai livelli raggiunti nel biennio rosso, inoltre tra il 1924 e il 1925 quando i prezzi riprendono a crescere anche le retribuzioni industriali lo fanno.

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