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Il regime:repressione e consenso

Per comprendere le caratteristiche e limiti del consenso goduto dal fascismo, bisogna considerare la natura antidemocratica, gerarchica e repressiva del regime. La repressione si abbatté su l’opposizione politica antifascista(leggi eccezionali del ’26), e la proroga del Tribunale speciale fu prorogata fino al 43. La repressione del dissenso non si limitò ai militanti politici dichiarati, ma su vari livelli: nella conflittualità operaia, disciplina sindacale, ‘’manifestazioni sedizione’,e della morale cattolica. Collegato alla repressione del dissenso fu il tentativo di coinvolgere le masse nella vita pubblica, organizzandole e mobilitandole per ottenere il consenso, i contenuti furono quelli del’ ideologia totalitaria ispirata al nazionalismo, al militarismo, gerarchia e all’esaltazione del duce. L’adesione al regime fu crescente, con Achille Starace, segretario da ’31-’39 il PNF raggiunse 2.5 milioni di iscritti, svolgendo una funzione, propagandistica, clientelare e assistenziale. Il controllo del regime si ebbe sul sistema scolastico,sull’organizzazione della cultura(minculpop);su studenti universitari, donne e bambini. L’ideologia fascista si basava sul mito della patria,con i modelli di efficientismo, gerarchia e obbedienza. Alla stessa ideologia va ricondotta la politica antiebraica del regime, sviluppata dal ’36 culminata con le leggi ‘per la difesa della razza’’ del ’38, che esclusero gli ebrei dalla scuola e dagli impieghi pubblici, vietando i matrimoni ‘misti’.

Economia e Società

Il ministro dell’economia De Stefani impostò una politica economica di riduzione salariale, forte pressione fiscale, diminuzione delle spese statali e larghi favori alle imprese(ILVA e banca di Roma salvati dall’intervento statale). Nel ’27 si avviò una recessione, causata dal crollo delle esportazioni, dalla caduta della domanda interna per consumi privati; ciò portò ad una svolta protezionistica che negli anni ’30 fu accompagnata da un massiccio intervento dello stato nell’economia. Nel ’31 si costituì l’IMI (istituto mobiliare italiano) ente pubblico che concentrò nelle sue mani la concessione di finanziamenti a medio e lungo termine alle imprese. Nel ’33 fu la volta dell’IRI(Istituto per la ricostruzione industriale) e nel ’36 la Banca d’Italia venne trasformata da una riforma in ente di diritto pubblico. Una scelta per sviluppare la produzione agricola fu compiuta e propagandata nel ’26 con la ‘battaglia del grano’, vero tentativo di estendere la superficie coltivata e proteggere la produzione nazionale con tariffe doganali sulle importazioni. Le politiche interventiste degli anni trenta ebbero aspetti innovativi e lo sviluppo economico dell’Italia, fu rilevante(dal ’34 al ’37) il Pil aumentò del 4,5%, al produzione industriale del 7,5%. Le condizioni economiche e il tenore di vita del Mezzogiorno peggiorarono drasticamente a causa del regime.

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