I Fasci Siciliani

I Fasci siciliani (detti anche Fasci dei lavoratori) furono un movimento di massa di ispirazione socialista, originato da una situazione di grave disagio sociale, sviluppatosi in Sicilia dal 1891 al 1894, fra braccianti agricoli, minatori e artigiani.
Esso fu duramente represso da Crispi nel 1894 che proclamò lo stato d’assedio nell’isola.
Sull'esempio dei fasci operai nati nell'Italia centro-settentrionale, il movimento fu un tentativo di riscatto delle classi meno abbienti e, inizialmente, era formato dal proletariato urbano, a cui si aggiunsero braccianti agricoli, minatori, lavoratori della marineria ed operai. Essi protestavano sia contro la proprietà terriera siciliana, sia contro lo Stato che appoggiava apertamente la classe benestante. La società siciliana era all'epoca parecchio arretrata: il feudalesimo, sebbene abolito agli inizi del XIX secolo, aveva condizionato la distribuzione delle terre e quindi delle ricchezze. L'unità d'Italia d'altro canto, non aveva portato i benefici sociali sperati ed il malcontento covava fra i ceti più umili.

Il movimento chiedeva fondamentalmente delle riforme, soprattutto fiscali ed una più radicale nell'ambito agrario, che permettesse una revisione dei patti agrari (abolizione delle gabelle) e la redistribuzione delle terre.
I Fasci furono ufficialmente fondati il 1º maggio del 1891, a Catania ad opera Giuseppe de Felice Giuffrida. A questo fece seguito il Fascio di Palermo (29 giugno 1892) guidato da Rosario Garibaldi Bosco e la costituzione del Partito dei Lavoratori Italiani (agosto 1892). Alla fine del 1892, il movimento si era diffuso in tutto il resto dell'isola con sedi in ogni capoluogo, tranne Caltanissetta. Il 20 gennaio 1893, a Caltavuturo (PA), 500 contadini, di ritorno dall'occupazione simbolica di alcune terre del demanio, vennero dispersi da soldati e carabinieri armati di fucile, e tredici manifestanti caddero vittime. A seguito di tale massacro furono organizzate numerose manifestazioni di solidarietà sia da parte dei Fasci, che sul piano nazionale, ed aumentò l'esasperazione dello scontro sociale.
Il 21 e 22 maggio 1893 si tenne il congresso di Palermo cui parteciparono 500 delegati di quasi 90 Fasci e circoli socialisti. Venne eletto il Comitato Centrale, composto da nove membri, uno per ogni provincia partecipante al movimento.
L'apice del movimento fu raggiunto nell'autunno del 1893, quando il movimento organizzò scioperi in tutta l'isola e tentò un'effimera insurrezione. La società siciliana fu sconvolta, ovunque si ebbero violenti scontri sociali, ed il movimento dettò le proprie condizioni alla proprietà terriera per il rinnovo dei contratti.
In questo contesto, il presidente del consiglio Francesco Crispi, nel tentativo di ristabilire l'ordine e ascoltando solo le istanze dei possidenti, adottò la linea dura con un intervento militare comprendente esecuzioni sommarie e arresti di massa. Il movimento fu sciolto nel 1894 e i capi vennero arrestati. Il 30 maggio il tribunale militare di Palermo condannò i dirigenti e solo nel 1895, con un atto di amnistia, venne concessa la clemenza a tutti i condannati.
Si concludeva così, in modo violento, il primo vero tentativo di emancipazione delle classi più umili, organizzato contro i proprietari fondiari.

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