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L’eta’ dei totalitarismi

La crisi del dopoguerra
Dopo la prima guerra mondiale, secondo il Patto di Londra l’Italia avrebbe dovuto ottenere la Dalmazia, lasciando la città di Fiume agli Austro-Ungarici. Il governo italiano pretese con forza il rispetto del Patto di Londra, ma cercò di ottenere anche l’annessione di Fiume, città abitata prevalentemente da italiani. Gli alleati respinsero questa richiesta e in Italia si diffuse il malcontento per quella che D’Annunzio definì una “vittoria mutilata” (condizioni drammatiche di molti mutilati in guerra).

Il governo Orlando si dimise a giugno e fu eletto presidente del Consiglio Francesco Savero Nitti, un economista di orientamento liberale democratico. Nitti si trovò subito a dover affrontare il malcontento dell’opinione pubblica che fu rappresentato dalle sempre più frequenti manifestazioni. Il governo fu accusato di incapacità nel tutelare gli interessi nazionali e lo stesso D’Annunzio fu l’artefice dell’occupazione della città di Fiume nel settembre del 1919. Ne 1920 tornò al governo Giolitti che il 12 novembre firmò il Trattato di Rapallo: la Iugoslavia ottenne la Dalmazia, eccetto la città di Zara; all’Italia fu assegnata Istria, mentre Fiume divenne uno Stato libero ed indipendente.

Le conseguenze sociali ed economiche della guerra furono particolarmente pesanti:
 Migliaia di caduti ed invalidi;
 Aumento del debito pubblico;
 Svalutazione della lira e inflazione;
Le prime vittime di questa situazione furono la piccola e media borghesia e i piccoli proprietari terrieri.

Grazie alle commesse di guerra la produzione industriale aumentò, ma la necessità di riconvertire la produzione bellica in civile determinò una crescente disoccupazione.

Gli scioperi si moltiplicarono e l’adesione degli operai ai sindacati creebbe in modo massiccio. Le lotte ottennero qualche risultato sia per i contadini che per gli operai:
 Aumenti dei salari per i braccianti;
 Parziale redistribuzione delle terre incolte occupate;
 Giornata lavorativa di 8 ore;

Il 18 gennaio 1919 don Luigi Sturzo fondò il Partito Popolare Italiano (PPI) che riuscì in poco tempo a proporsi come partito di massa. Fondamentale fu l’aconfessionalismo, cioè il fatto che il consenso non fu chiesto sulla base delle personali convinzioni di fede, ma a partire dalla condivisione di un progetto proposto a tutti, senza distinzioni.

Il 23 marzo a Milano, Benito Mussolini fondò un movimento chiamato Fasci di combattimento, formato da ex soldati senza lavoro. Inizialmente si collocò a sinistra del parlamento. I fascisti proposero il minimo salariale, otto ore lavorative l’estensione al diritto di voto alle donne. Ben presto però Mussolini si sbarazzò del programma e il movimento si caratterizzò per l’aggressività verbale dei suoi membri e la violenza. Infatti, il 15 aprile i fasci attaccarono e incendiarono la sede del giornale socialista l’”Avanti”.

Il biennio rosso in italia
Le elezioni del 1919, le prime col sistema proporzionale, segnarono la sconfitta dei vecchi gruppi libera-democratici. Il partito più votato fu quello socialista che triplicò i suoi seggi. Questi risultati non diedero stabilità al paese, anche perché il PSI continuò a rifiutare ogni collaborazione con i governi “borghesi”.

Dopo gli scioperi e l’occupazione delle terre, nel 1920 il sindacato dei metalmeccanici (FIOM) aveva chiesto agli industriali il rinnovo del contratto per ottenere aumenti salariali, ma gli industriali respinsero ogni richiesta. I sindacati proclamarono uno sciopero bianco dove gli operai entravano in fabbrica ma non lavoravano. Gli industriali allora dichiararono la chiusura degli stabilimenti. In agosto ci fu l’occupazione delle fabbriche, guidata dai sindacati, dove gli operai presero il controllo degli stabilimenti. Giolitti fu chiamato a sostituire il dimissionario governo Nitti e realizzò una mediazione tra CGL e industriali. Gli operai ottennero gli aumenti salariali in cambio dello sgombero delle fabbriche.

In questo contesto i contrasti interni al PSI fra massimalisti (guidati da Serrati, sostenevano la rivoluzione e volevano che ci fosse un partito operaio) e riformisti (Turati/Treves) si fecero sempre più duri. Al Congresso di Livorno nel gennaio 1921 la corrente guidata da Gramsci e da Bordiga decise di aderire alle indicazioni del Comintern: uscì dal Psi e fondò il Partito Comunista d’Italia.

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