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L’ emigrazione interna in Italia

Nel corso degli anni 50 e 60, mentre il “ miracolo economico ” investiva l’ Italia trasformandola in un’ economia compiutamente industriale, un fenomeno sociale di ingenti proporzioni modificava la fisionomia di intere aree del paese. Parliamo dell’ emigrazione, che ebbe in un primo tempo come luoghi d’ origine le regioni del nord – est, in particolare Veneto e il Friuli, poi il Mezzogiorno. Le destinazioni, oltre alle regioni industriali del nord Europa, furono le fabbriche e le città di quel triangolo industriale in cui, lungo tutto il corso della nostra storia unitaria, erano venuti concentrandosi i fattori dello sviluppo. Subito dopo la seconda guerra mondiale, ben pochi uomini politici e ben pochi economisti potevano prevedere le singolari capacità di espansione che l’ industria italiana avrebbe rivelato nel corso del decennio successivo. In particolare, ben pochi potevano sospettare che tale sviluppo si sarebbe appoggiato su settori ( la siderurgia, la chimica, l’ automobile ) la cui espansione sembrava assai difficile da realizzare, a causa del livello di tecnologia richiesto, dei grandi investimenti necessari e della forte concorrenza internazionale. Eppure, tra il 1951 e il 1961 si realizzava nel paese una trasformazione così profonda da essere ormai comunemente indicata come “ miracolo economico ”. Da economia autarchica, che faceva cioè prevalentemente ricorso alle risorse nazionali e a una marcata politica protezionistica, quella italiana diveniva un’ economia “ aperta ”, cioè inserita e integrata nella rete degli scambi internazionali. Da paese agricolo, inoltre, l’ Italia si trasformava in paese industriale ed esportatore di manufatti. L’ Italia aveva beneficiato del concorso di diversi fattori. Innanzi tutto, del suo inserimento nel Mercato comune, che apriva importanti sbocchi alle esportazioni. In secondo luogo, dell’ espansione degli investimenti in tutti i settori produttivi dovuta alla ricostruzione, all’ ammodernamento degli impianti e al basso costo del lavoro. Infine, dell’ incremento della spesa statale nel settore dei trasporti e delle comunicazioni, che aveva creato un ampio mercato per l’ industria privata. A questo grande slancio economico corrispondeva una crescita sostenuta del reddito nazionale, che raddoppiava nell’ arco di pochi anni e agiva come moltiplicatore dei consumi privati caratteristici di livelli elevati di reddito ( alloggi di lusso, automobili, elettrodomestici ). Altri consumi privati più essenziali restavano tuttavia ancora notevolmente inferiori non solo ai livelli che si riscontravano in paesi ad alto grado di sviluppo, ma anche al minimo richiesto per consentire un tenore di vita civile. Tutto ciò era soprattutto imputabile agli squilibri economici territoriale e alla ineguale distribuzione dei redditi collegati al notevole divario di sviluppo tra il nord e il sud del paese, alle differenze retributive nei diversi comparti, ma anche all’ inadeguata azione dello Stato in alcuni fondamentali settori dei consumi pubblici ( istruzione, sanità ed edilizia ). L’ alta percentuale dei lavoratori della terra aveva sollecitato, agli inizi degli anni 50, una politica governativa finalizzata a migliorare la situazione dei lavoratori agricoli meridionali. Si trattò del tentativo di occupare nei luoghi d’ origine la manodopera esistente, e dunque di ridurre quel fenomeno migratorio che, dagli ultimi decenni del secolo precedente, aveva contrassegnato la storia demografica delle regioni meno sviluppate della penisola. Uno dei molteplici progetti statali di intervento nel sud, forse il più importante, prendeva corpo con la fondazione, nel 1950, della Cassa del Mezzogiorno. Questa era finalizzata a dotare le regioni meridionali di una più fitta rete di servizi di interesse generale ( strade, bonifiche, acquedotti, ferrovie ), a promuovere nuova occupazione e ad agire da moltiplicatore delle attività produttive grazie a prestiti a tassi agevolati, esenzioni dai dazi doganali e ridotte tariffe di trasporto per le imprese agricole o industriali di nuova costituzione. Inoltre, l’uso clientelare e assistenziale dei fondi a disposizione della Cassa per ottenere consensi elettorali, finiva per mortificare l’ iniziativa personale di molti imprenditori. Anche il sostegno statale offerto alla formazione dei grandi poli siderurgici e petrolchimici creati in questi anni ( Bagnoli in Campania, Gioia Tauro in Calabria ) non avevano dato gli esiti desiderati, in quanto essi richiedevano poca manodopera e non sollecitavano la crescita delle industrie collegate.

Il fallimento di queste iniziative statali diedero luogo ad una grande migrazione di popolazione rurale da tutte le campagne italiane, ma soprattutto dal centro e dal sud della penisola. Tra il 1955 e il 1971, il flusso migratorio interregionale interessò oltre nove milioni di italiani. Poiché era in particolare nel cosiddetto triangolo industriale ( Milano, Torino, Genova ) che si erano registrati i più alti livelli di concentrazione dello sviluppo economico, era del tutto naturale che una consistente quota di emigranti si dirigesse verso quella meta. Questa emigrazione possedeva caratteri diversi sia da quella tradizionale transoceanica, sia da quella che contemporaneamente si dirigeva verso i paesi europei ( soprattutto Germania ). La Germania in particolare, aveva un carattere individuale: si andava lontano a cercare lavoro, ma si lasciava il più delle volte la famiglia nei luoghi d’ origine. Inoltre, la permanenza all’ estero aveva una durata temporanea ( di solito solo alcuni anni ), anche a causa delle difficoltà di inserimento nel paese ospitante. La riduzione della pressione demografica, le rimesse e i risparmi dei vecchi emigranti rimpatriati, utilizzati spesso per comperare piccoli fondi, contribuivano in fine a consolidare la vita economica e sociale della comunità di origine. L’ emigrazione interna verso il Nord significò invece un allontanamento quasi sempre definitivo dalle comunità di origine, e quindi ebbe su di esse un effetto disgregatore. L’ emigrato faceva infatti di tutto per risparmiare il denaro necessario per farsi raggiungere appena possibile dalla famiglia, e quindi per fissare in modo definitivo il suo inserimento nella nuova realtà regionale. I primi ad abbandonare la regione d’ origine erano i giovani, spesso scapoli e disoccupati, oppure lavoratori agricoli che avevano con la terra legami abbastanza precari ( braccianti, piccoli affittuari, coloni ). La meta prescelta a volte era casuale, ma per lo più veniva suggerita da parenti e amici che vi avevano trovato una qualche occupazione e quindi fungevano da supporto temporaneo per affrontare il difficile inserimento in un ambiente nuovo e spesso ostile. Il primo problema che si poneva era naturalmente quello di trovare un lavoro. La ricerca di un’ abitazione presentava non minori difficoltà, anche a causa dell’ aperta ostilità dei residenti. Nascevano su iniziativa di imprese private decise a sfruttare al meglio un’ occasione così ghiotta, interi quartieri periferici di qualità approssimativa, il più delle volte privi dei servizi essenziali ( negozi alimentari, uffici postali, trasporti pubblici, ecc ecc ), che si trasformavano velocemente in veri e propri ghetti. Da parte loro, le amministrazioni delle grandi città del nord non erano preparate ad affrontare gli effetti di un così intenso e imprevisto flusso migratorio. La mancanza di fondi per opere pubbliche di prima necessità ( scuole, strade, fognature, ecc ) e l’ assenza di una legislazione adeguata a gestire una situazione sociale così modificata contribuivano al generale disorientamento.
L’ unico strumento legislativo a loro disposizione era la legge che, nel 1937, aveva istituito l’ Ente comunale di assistenza ( Eca ), concepito allo scopo di assistere individui e famiglie in particolare stato di necessità (anche se poi realmente se ne riuscivano ad aiutare davvero pochi ). Lo Stato, a sua volta, si impegnava ben poco nelle aree di emigrazione, nonostante le pressanti richieste delle amministrazioni locali a favore di interventi straordinari per fronteggiare almeno le situazioni ritenute più critiche. Anche da parte sindacale, l’ attenzione era scarsa: almeno in una prima fase, la debole adesione degli immigrati alle attività e alle lotte sindacali li separava dagli altri lavoratori. Gli immigrati rimasero in larga misura abbandonati a se stessi, e questo rallentò sicuramente il loro processo di integrazione nel tessuto sociale di accoglienza. I costi sociali del miracolo italiano, che ha rappresentato il periodo chiave di un ciclo di trasformazione demografica senza precedenti, sono stati ormai in larga misura assorbiti. Ora l’ Italia, come gli altri paesi dell’ Europa più ricca, si trova a dover affrontare un’ altra grande situazione migratoria che richiama molto da vicino quella di quegli anni : l’ immigrazione dai paesi in via di sviluppo.

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